XXXII Domenica Tempo Ordinario – Anno C – 6 novembre 2016


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IL VANGELO STRABICO

XXXII Domenica Tempo Ordinario – C

(2 Maccabei 7,1-2.9-14; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38)

A  cura di Benito Giorgetta

Il più contiene il meno

Ascoltiamo il Vangelo:

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione  – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui»”.

 

I sadducei, corrente spirituale del tardo giudaismo (fine del periodo del secondo Tempio), e anche una distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmonea. Rappresentata eminentemente dall’aristocrazia delle antiche famiglie, nell’ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo Sacerdote. Si richiamava, nel proprio nome, all’antico e leggendario Zadok (o anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano, dal punto di vista religioso sono una categoria di persone che negano la risurrezione. Spesso si avvicinano a Gesù. Lo interrogano non tanto perché desiderosi di Conoscere la verità, quanto piuttosto per coglierlo in contraddizione ed avere motivo di accusarlo. Gli pongono, paradossalmente, una questione che chiama in causa una donna che sposa sette uomini. In essi vi è una visione della vita eterna come prolungamento di quella terrena. Non hanno capito che la regola delle relazioni in Dio non sono di tipo sociale, genetico, psicologico, ma sono regolate dall’amore.

La vita eterna consiste nell’ approdare presso quell’amore che ci ha chiamati all’esistenza, ci ha dato vita e forza, ci ha accompagnati nei percorsi dell’esistenza e non vede l’ora di averci con sé nella pienezza nella totalità, completamente immersi in quell’amore trinitario dal quale proveniamo.

Difatti “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Corinti 13, 13). Navigheremo nell’amore, ci nutriremo di amore, saremo nell’amore. Alla fine della vita non saremo giudicati o analizzati in base alla fede che abbiamo avuto, alla speranza che abbiamo espresso, ma all’amore che abbiamo condiviso. Ai sadducei manca questa convinzione, sono imbavagliati dai loro teoremi e dai loro calcoli, sono ingessati nelle loro regole, sterili perché non abitate dall’amore ma sostenute solo dalla spocchiosa e smaniosa ansia d’essere irreprensibili davanti agli uomini per essere notati, lodati e apprezzati.

L’amore, invece, non cerca il proprio interesse, il proprio tornaconto.

Alla fine della vita, quando ci sarà l’esplosione della risurrezione, avremo una luce intensa che ci attirerà a sé e non cercheremo altri bagliori, altre scintille. Saremo nel grembo di Dio accarezzati dal suo amore, percepito, condiviso e paradisiaco. Il più contiene il meno. Dio sarà la sazietà per tutti.

 

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