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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno A XXXI Domenica Tempo Ordinario - Anno A - 5 dicembre 2017

XXXI Domenica Tempo Ordinario – Anno A – 5 dicembre 2017

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IL VANGELO STRABICO

XXXI Domenica Tempo Ordinario – A 

(Malachia 1,14-2,1-2.8-10; 1 Tessalonicesi 2,7-9.13; Matteo 23,1-12)

A  cura di Benito Giorgetta 

Il mondo crede più ai testimoni che ai maestri

 

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»”.

Una nota e felice espressione del Papa Paolo VI recita così: “Il mondo crede più ai testimoni che ai maestri” [Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi,1975]. Insegnare con la bocca, con le parole, può essere relativamente semplice anche se richiede competenza ed esperienza. Ma insegnare con lo stile della propria vita, facendo passare nella propria carne, nella propria esperienza ciò che s’insegna è ancor più difficile, ma sicuramente più credibile. Difatti il testimone propone un messaggio credibile perché lo incarna nella sua esperienza e non parla da competente ma da osservante, non da esperto ma come colui che fatica a rendere vero nei suoi gesti e nei suoi sentimenti ciò che insegna.

  1. Leone magno afferma: “S’insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua . Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla molto più dell’elevatezza del discorso” (Dal commento al libro di Giobbe di san Gregorio Magno, papa, Lib. 23,23-24; PL 76). Parole che pesano soprattutto sulla coscienza di coloro che sono chiamati, per condizione ministeriale, nell’ambito della Chiesa, a dover insegnare, ad esporsi con la predicazione nei confronti dei fedeli credenti.

Gesù, ammonendo severamente l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che non davano segni di coerenza tra quello che insegnavano e quello che facevano, afferma, esortando gli ascoltatori: “Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. Addirittura va oltre perché denunzia il loro stile d’essere maestri che impongono dei pesi sulla coscienza degli altri, ma essi non li toccano neppure con un dito. L’onore d’essere perfetti maestri è riservato a se stessi e l’onere di vivere ciò che insegnano è scaricato sulla sensibilità degli ascoltatori.

Tutti coloro che sono chiamati a compiti educativi, genitori per primi, sanno bene che la coscienza rimprovera se stessi, nel suo segreto, quando ai figli si chiedono cose che sono in dissonanza con il proprio stile di vita e si recita la parte di chi comunque deve chiedere, indicare, insegnare. I veri maestri insegnano con lo stile della loro vita, nel silenzio eloquente dell’esempio che a volte è più forte e dirompente di ogni discorso.

Se si insegna senza far passare nel proprio stile e nella propria fatica di praticare ciò che viene chiesto agli altri si è e si rimane sterilmente come dei cartelli stradali. Anch’essi indicano la strada ed è importante per il viandante o il viaggiatore ma sono privi di anima, sono sterilmente, anche se utilmente, indicatori di direzione. I grandi maestri della storia, della vita della chiesa, delle famiglie, hanno prima vissuto e poi insegnato o hanno insegnato vivendo. S’insegna non per mostrare se stessi e le proprie capacità oratorie, ma perché si cammina insieme verso la luce che si è indicata. Gesù non ha mai chiesto nulla nei suoi insegnamenti che non abbia, prima lui, già osservato e messo in pratica. Perciò insegnava con autorevolezza e tutti gli davano ascolto. Le parole erano anticipate dal suo stile di vita. Se i maestri facessero così, il mondo sarebbe sicuramente diverso.

 

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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XXXI Domenica Tempo Ordinario – Anno A – 5 dicembre 2017

  

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XXXI Domenica Tempo Ordinario – A 

(Malachia 1,14-2,1-2.8-10; 1 Tessalonicesi 2,7-9.13; Matteo 23,1-12)

A  cura di Benito Giorgetta 

Il mondo crede più ai testimoni che ai maestri

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Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»”.

Una nota e felice espressione del Papa Paolo VI recita così: “Il mondo crede più ai testimoni che ai maestri” [Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi,1975]. Insegnare con la bocca, con le parole, può essere relativamente semplice anche se richiede competenza ed esperienza. Ma insegnare con lo stile della propria vita, facendo passare nella propria carne, nella propria esperienza ciò che s’insegna è ancor più difficile, ma sicuramente più credibile. Difatti il testimone propone un messaggio credibile perché lo incarna nella sua esperienza e non parla da competente ma da osservante, non da esperto ma come colui che fatica a rendere vero nei suoi gesti e nei suoi sentimenti ciò che insegna.

  1. Leone magno afferma: “S’insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua . Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla molto più dell’elevatezza del discorso” (Dal commento al libro di Giobbe di san Gregorio Magno, papa, Lib. 23,23-24; PL 76). Parole che pesano soprattutto sulla coscienza di coloro che sono chiamati, per condizione ministeriale, nell’ambito della Chiesa, a dover insegnare, ad esporsi con la predicazione nei confronti dei fedeli credenti.

Gesù, ammonendo severamente l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che non davano segni di coerenza tra quello che insegnavano e quello che facevano, afferma, esortando gli ascoltatori: “Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. Addirittura va oltre perché denunzia il loro stile d’essere maestri che impongono dei pesi sulla coscienza degli altri, ma essi non li toccano neppure con un dito. L’onore d’essere perfetti maestri è riservato a se stessi e l’onere di vivere ciò che insegnano è scaricato sulla sensibilità degli ascoltatori.

Tutti coloro che sono chiamati a compiti educativi, genitori per primi, sanno bene che la coscienza rimprovera se stessi, nel suo segreto, quando ai figli si chiedono cose che sono in dissonanza con il proprio stile di vita e si recita la parte di chi comunque deve chiedere, indicare, insegnare. I veri maestri insegnano con lo stile della loro vita, nel silenzio eloquente dell’esempio che a volte è più forte e dirompente di ogni discorso.

Se si insegna senza far passare nel proprio stile e nella propria fatica di praticare ciò che viene chiesto agli altri si è e si rimane sterilmente come dei cartelli stradali. Anch’essi indicano la strada ed è importante per il viandante o il viaggiatore ma sono privi di anima, sono sterilmente, anche se utilmente, indicatori di direzione. I grandi maestri della storia, della vita della chiesa, delle famiglie, hanno prima vissuto e poi insegnato o hanno insegnato vivendo. S’insegna non per mostrare se stessi e le proprie capacità oratorie, ma perché si cammina insieme verso la luce che si è indicata. Gesù non ha mai chiesto nulla nei suoi insegnamenti che non abbia, prima lui, già osservato e messo in pratica. Perciò insegnava con autorevolezza e tutti gli davano ascolto. Le parole erano anticipate dal suo stile di vita. Se i maestri facessero così, il mondo sarebbe sicuramente diverso.

 

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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