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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C XXX Domenica del Tempo Ordinario - Anno C - 27 ottobre 2019

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 27 ottobre 2019

La cattedra del peccatore: l’umiltà.






    Dal Vangelo secondo Luca.

    “In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»”. 
    Per essere grandi bisogna innanzitutto saper essere piccoli, l’umiltà è la base di ogni vera grandezza (Papa Francesco). In questa esortazione del papa troviamo la soluzione e la spiegazione del vangelo odierno. Davanti a Dio ciò che conta è l’umiltà. Lo ha ricordato anche la Vergine Maria nel suo cantico di lode a Dio: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ….. perché ha guardata all’umiltà della sua serva”.




    Tutto nasce da una bella preghiera pronunciata dal fariseo che è salito al tempio. “Ti ringrazio…” ma poi si perde, offuscato ed ammaliato dal suo egoismo, nelle accecanti accuse verso gli altri. Non si può pregare Dio ed accusare i suoi figli, è una preghiera ingiusta e pretenziosa. Nessuno può giudicare perché non si conosce fino in fondo la verità. L’unico che potrebbe giudicare è Dio e se ne astiene per non condannare ma salvare e l’uomo che ne è incapace si riveste di autorità, si sente superiore e pronuncia giudizi e condanne senza appelli. Dio che è Padre difende i suoi figli e non tollera che noi ci permettiamo di giudicare. “Chi giudica non ha tempo per amare” diceva Madre Teresa di Calcutta. Il nostro tempo, i nostri sentimenti debbono essere doni agli altri e non condanne, rifiuti, analisi e giudizi privi di ogni senso di rispetto, compiutezza e accoglienza.
    Diverso è l’atteggiamento del pubblicano rimasto in fondo al tempio, non osa nemmeno avanzare, non alza lo sguardo e riconoscendo il suo peccato, accusa se stesso e chiede il perdono. Si umilia davanti a Dio, apre il suo cuore al soffio della misericordia invocata. Lui viene lodato, posto in cattedra, perché insegna come ci si relazione con Dio, mentre il fariseo se ne tornò a casa sua non trasformato da Dio, ma ulteriormente pieno di se stesso. Chi incontra Dio deve sempre farlo riconoscendo la sua paternità, aprendosi al suo soffio rigeneratore e non chiudendosi nella sterilità del suo agire anche se tecnicamente perfetto ossequioso delle regole ma vuote e privo di vita.
    Riconoscersi peccatori davanti a Dio significa onorare la verità ed essere aperti al contatto ristoratore e rigenerante. Così facendo il pubblicano riceve il perdono, l’amore di Dio, non perché è stato umile, potrebbe essere un titolo di merito, ma perché consapevole della propria debolezza e fragilità si è aperto all’incontro e alla novità che scende benefica nella sua vita. Dio si china sempre dinanzi a chi si rende disponibile al suo amore, al soffio vitale della rigenerazione. Ogni volta che Dio si avvicina all’uomo occorre solo non scansarsi perché lui possa fare centro. Ecco l’umiltà: lasciarsi raggiungere da Dio. Finestre aperte, fiori dischiusi, strade da percorrere, incontro da vivere.




    Al Dio che ha risuscitato Cristo dai morti, rivolgiamo la nostra preghiera perché apra il nostro cuore e la nostra mente alla ricchezza del suo mistero. Diciamo insieme:

    Illuminaci, o Signore.

    Perché la Chiesa aiuti gli uomini a superare i problemi e le difficoltà della vita, alla luce della risurrezione di Cristo. Preghiamo:

    Perché chi ha responsabilità di governo promuova anche la dimensione spirituale degli uomini. Preghiamo:

    Perché i sofferenti trovino in Dio e nella risurrezione di Cristo, senso e conforto al loro dolore. Preghiamo:

    Perché tutti gli uomini si accostino a Dio come datore della vita e liberatore da ogni male. Preghiamo:

    Perché la nostra comunità sappia leggere e interpretare la storia quotidiana alla luce della parola di Dio. Preghiamo:

    Per le persone vedove della nostra parrocchia.
    Per chi non crede nella risurrezione dei morti.

    O Dio dei viventi e Padre di ciascuno di noi, aiutaci a gustare e vivere pienamente i nostri giorni accanto a te, perché possiamo diventare uomini a immagine del tuo Figlio e nostro Signore, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.




    Signore, questo sacramento della nostra fede compia in noi ciò che esprime e ci ottenga il possesso delle realtà eterne, che ora celebriamo nel mistero.

    Per Cristo nostro Signore.








    Dal Vangelo secondo Luca.

    “In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»”. 
    Per essere grandi bisogna innanzitutto saper essere piccoli, l’umiltà è la base di ogni vera grandezza (Papa Francesco). In questa esortazione del papa troviamo la soluzione e la spiegazione del vangelo odierno. Davanti a Dio ciò che conta è l’umiltà. Lo ha ricordato anche la Vergine Maria nel suo cantico di lode a Dio: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ….. perché ha guardata all’umiltà della sua serva”.




    Tutto nasce da una bella preghiera pronunciata dal fariseo che è salito al tempio. “Ti ringrazio…” ma poi si perde, offuscato ed ammaliato dal suo egoismo, nelle accecanti accuse verso gli altri. Non si può pregare Dio ed accusare i suoi figli, è una preghiera ingiusta e pretenziosa. Nessuno può giudicare perché non si conosce fino in fondo la verità. L’unico che potrebbe giudicare è Dio e se ne astiene per non condannare ma salvare e l’uomo che ne è incapace si riveste di autorità, si sente superiore e pronuncia giudizi e condanne senza appelli. Dio che è Padre difende i suoi figli e non tollera che noi ci permettiamo di giudicare. “Chi giudica non ha tempo per amare” diceva Madre Teresa di Calcutta. Il nostro tempo, i nostri sentimenti debbono essere doni agli altri e non condanne, rifiuti, analisi e giudizi privi di ogni senso di rispetto, compiutezza e accoglienza.
    Diverso è l’atteggiamento del pubblicano rimasto in fondo al tempio, non osa nemmeno avanzare, non alza lo sguardo e riconoscendo il suo peccato, accusa se stesso e chiede il perdono. Si umilia davanti a Dio, apre il suo cuore al soffio della misericordia invocata. Lui viene lodato, posto in cattedra, perché insegna come ci si relazione con Dio, mentre il fariseo se ne tornò a casa sua non trasformato da Dio, ma ulteriormente pieno di se stesso. Chi incontra Dio deve sempre farlo riconoscendo la sua paternità, aprendosi al suo soffio rigeneratore e non chiudendosi nella sterilità del suo agire anche se tecnicamente perfetto ossequioso delle regole ma vuote e privo di vita.
    Riconoscersi peccatori davanti a Dio significa onorare la verità ed essere aperti al contatto ristoratore e rigenerante. Così facendo il pubblicano riceve il perdono, l’amore di Dio, non perché è stato umile, potrebbe essere un titolo di merito, ma perché consapevole della propria debolezza e fragilità si è aperto all’incontro e alla novità che scende benefica nella sua vita. Dio si china sempre dinanzi a chi si rende disponibile al suo amore, al soffio vitale della rigenerazione. Ogni volta che Dio si avvicina all’uomo occorre solo non scansarsi perché lui possa fare centro. Ecco l’umiltà: lasciarsi raggiungere da Dio. Finestre aperte, fiori dischiusi, strade da percorrere, incontro da vivere.




    Al Dio che ha risuscitato Cristo dai morti, rivolgiamo la nostra preghiera perché apra il nostro cuore e la nostra mente alla ricchezza del suo mistero. Diciamo insieme:

    Illuminaci, o Signore.

    Perché la Chiesa aiuti gli uomini a superare i problemi e le difficoltà della vita, alla luce della risurrezione di Cristo. Preghiamo:

    Perché chi ha responsabilità di governo promuova anche la dimensione spirituale degli uomini. Preghiamo:

    Perché i sofferenti trovino in Dio e nella risurrezione di Cristo, senso e conforto al loro dolore. Preghiamo:

    Perché tutti gli uomini si accostino a Dio come datore della vita e liberatore da ogni male. Preghiamo:

    Perché la nostra comunità sappia leggere e interpretare la storia quotidiana alla luce della parola di Dio. Preghiamo:

    Per le persone vedove della nostra parrocchia.
    Per chi non crede nella risurrezione dei morti.

    O Dio dei viventi e Padre di ciascuno di noi, aiutaci a gustare e vivere pienamente i nostri giorni accanto a te, perché possiamo diventare uomini a immagine del tuo Figlio e nostro Signore, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.




    Signore, questo sacramento della nostra fede compia in noi ciò che esprime e ci ottenga il possesso delle realtà eterne, che ora celebriamo nel mistero.

    Per Cristo nostro Signore.



B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 27 ottobre 2019

La cattedra del peccatore: l’umiltà.






    Dal Vangelo secondo Luca.

    “In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»”. 
    Per essere grandi bisogna innanzitutto saper essere piccoli, l’umiltà è la base di ogni vera grandezza (Papa Francesco). In questa esortazione del papa troviamo la soluzione e la spiegazione del vangelo odierno. Davanti a Dio ciò che conta è l’umiltà. Lo ha ricordato anche la Vergine Maria nel suo cantico di lode a Dio: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ….. perché ha guardata all’umiltà della sua serva”.




    Tutto nasce da una bella preghiera pronunciata dal fariseo che è salito al tempio. “Ti ringrazio…” ma poi si perde, offuscato ed ammaliato dal suo egoismo, nelle accecanti accuse verso gli altri. Non si può pregare Dio ed accusare i suoi figli, è una preghiera ingiusta e pretenziosa. Nessuno può giudicare perché non si conosce fino in fondo la verità. L’unico che potrebbe giudicare è Dio e se ne astiene per non condannare ma salvare e l’uomo che ne è incapace si riveste di autorità, si sente superiore e pronuncia giudizi e condanne senza appelli. Dio che è Padre difende i suoi figli e non tollera che noi ci permettiamo di giudicare. “Chi giudica non ha tempo per amare” diceva Madre Teresa di Calcutta. Il nostro tempo, i nostri sentimenti debbono essere doni agli altri e non condanne, rifiuti, analisi e giudizi privi di ogni senso di rispetto, compiutezza e accoglienza.
    Diverso è l’atteggiamento del pubblicano rimasto in fondo al tempio, non osa nemmeno avanzare, non alza lo sguardo e riconoscendo il suo peccato, accusa se stesso e chiede il perdono. Si umilia davanti a Dio, apre il suo cuore al soffio della misericordia invocata. Lui viene lodato, posto in cattedra, perché insegna come ci si relazione con Dio, mentre il fariseo se ne tornò a casa sua non trasformato da Dio, ma ulteriormente pieno di se stesso. Chi incontra Dio deve sempre farlo riconoscendo la sua paternità, aprendosi al suo soffio rigeneratore e non chiudendosi nella sterilità del suo agire anche se tecnicamente perfetto ossequioso delle regole ma vuote e privo di vita.
    Riconoscersi peccatori davanti a Dio significa onorare la verità ed essere aperti al contatto ristoratore e rigenerante. Così facendo il pubblicano riceve il perdono, l’amore di Dio, non perché è stato umile, potrebbe essere un titolo di merito, ma perché consapevole della propria debolezza e fragilità si è aperto all’incontro e alla novità che scende benefica nella sua vita. Dio si china sempre dinanzi a chi si rende disponibile al suo amore, al soffio vitale della rigenerazione. Ogni volta che Dio si avvicina all’uomo occorre solo non scansarsi perché lui possa fare centro. Ecco l’umiltà: lasciarsi raggiungere da Dio. Finestre aperte, fiori dischiusi, strade da percorrere, incontro da vivere.




    Al Dio che ha risuscitato Cristo dai morti, rivolgiamo la nostra preghiera perché apra il nostro cuore e la nostra mente alla ricchezza del suo mistero. Diciamo insieme:

    Illuminaci, o Signore.

    Perché la Chiesa aiuti gli uomini a superare i problemi e le difficoltà della vita, alla luce della risurrezione di Cristo. Preghiamo:

    Perché chi ha responsabilità di governo promuova anche la dimensione spirituale degli uomini. Preghiamo:

    Perché i sofferenti trovino in Dio e nella risurrezione di Cristo, senso e conforto al loro dolore. Preghiamo:

    Perché tutti gli uomini si accostino a Dio come datore della vita e liberatore da ogni male. Preghiamo:

    Perché la nostra comunità sappia leggere e interpretare la storia quotidiana alla luce della parola di Dio. Preghiamo:

    Per le persone vedove della nostra parrocchia.
    Per chi non crede nella risurrezione dei morti.

    O Dio dei viventi e Padre di ciascuno di noi, aiutaci a gustare e vivere pienamente i nostri giorni accanto a te, perché possiamo diventare uomini a immagine del tuo Figlio e nostro Signore, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.




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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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