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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno CXXX Domenica Per Annum - Anno C - 27 ottobre 2013

XXX Domenica Per Annum – Anno C – 27 ottobre 2013

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IL FARISEO E IL PUBBLICANO

L’umiltà del pubblicano insegna a piegare le ginocchia

sul pavimento del cielo.

Sir 35, 15b-17.20-22a; 2Tm 4, 6-8.16-18; Lc 18, 9-14

Il povero grida e il Signore lo ascolta.

 

Il filo rosso che sottende tutto il Vangelo di questa domenica, ancora una volta, insiste sul tema della preghiera; ci insegna, inoltre, l’arte del pregare e la sua anima più profonda. A tal proposito, Luca, si fa portavoce di Gesù raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano. L’evangelista, immantinente, annuncia quali sono i primi destinatari della parabola: «(Gesù, ndr) disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18, 9).

Gesù non si è mai mostrato come un oppositore di atteggiamenti gioiosi e pieni di entusiasmo durante la preghiera; addirittura si può supporre che, egli stesso, abbia preso parte alle danze sacre dei pellegrini, saliti a Gerusalemme in occasione dell’ultima sera della festa delle capanne: lo stesso evangelista Giovanni al c. 7 lo attesta. Sappiamo, inoltre, che cantò l’inno pasquale al termine dell’ultima cena, come ricorda Marco nel suo Vangelo. Gesù, dunque, partecipa e approva la preghiera gioiosa! Tuttavia, ciò che disapprova, ciò che non rientra nelle sue corde, è quel tipo di preghiera innalzata a Dio con superbia, fondata sulla mera fiducia in se stessi e bagnata da una punta di mestizia; portando addirittura nel cuore il disprezzo degli altri piuttosto che rispetto e “pietà”. Gesù insegna che occorre presentarsi a Dio con spirito di verità, ri-conoscendo che solo lui è grande e santo, mentre noi siamo sue piccole creature, peccatori e bisognosi della sua misericordia.

I protagonisti della parabola sono un fariseo e un pubblicano. Il fariseo presentato da Gesù, è descritto secondo i connotati del vero “spirito farisaico”. I farisei, infatti, erano un gruppo di persone scrupolosamente osservanti della legge, ma con un animo ipocrita e macchiato dalla vanagloria. Essi si credevano perfetti, i “veri figli di Abramo”; nutrivano una così alta stima verso se stessi, che ritenevano giusto occupare i primi posti nelle assemblee festive, essere circondati di onori, mettersi bene in vista nel tempio durante la preghiera. Una delle loro invocazioni diceva: «Signore, sei fortunato a poter contare su uomini come noi!». Non solo, Dio doveva considerarsi fortunato ad avere figli della loro levatura!

Il fariseo della parabola chiama Dio come testimone della sua stessa esaltazione; è evidente che, l’uomo che si cela dietro questa preghiera, non attende nulla da Dio: non ha nulla da chiedergli. Egli fa mostra di sé, dei suoi diritti davanti a Dio. Il pubblicano, invece, entrato nel tempio perché sconvolto dalle proprie colpe – davanti alla maestà e santità di Dio – non osa fare un passo avanti, si batte il petto, non osa nemmeno pronunciare l’elenco dei propri peccati. Dice soltanto: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 9, 13). È la preghiera del povero che comprende la propria limitatezza innanzi a Dio e si rimette completamente alla sua misericordia. Gesù lo accoglie: lo salva!

Nel pubblicano si realizza il disegno di salvezza del Padre in favore di tutti gli uomini: «Il pubblicano tornò a casa sua giustificato» (Lc 9, 14). È la fede in Cristo che salva, che giustifica, poiché apre le vie di accesso al Padre: nella fede in Cristo raggiungiamo Dio.

L’atteggiamento del pubblicano si dirama come profezia emblematica per il tempo in cui viviamo. Egli non umanizza il progetto di salvezza divino, ma ne riconosce la provenienza celeste; ne fa qualcosa di più: supera il formalismo religioso e lo investe per la vita eterna. Egli riconosce che la salvezza viene dal Padre e il figlio non può far altro che presentarsi umilmente a lui, indipendentemente da ciò che fa.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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XXX Domenica Per Annum – Anno C – 27 ottobre 2013

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IL FARISEO E IL PUBBLICANO

L’umiltà del pubblicano insegna a piegare le ginocchia

sul pavimento del cielo.

Sir 35, 15b-17.20-22a; 2Tm 4, 6-8.16-18; Lc 18, 9-14

Il povero grida e il Signore lo ascolta.

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Il filo rosso che sottende tutto il Vangelo di questa domenica, ancora una volta, insiste sul tema della preghiera; ci insegna, inoltre, l’arte del pregare e la sua anima più profonda. A tal proposito, Luca, si fa portavoce di Gesù raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano. L’evangelista, immantinente, annuncia quali sono i primi destinatari della parabola: «(Gesù, ndr) disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18, 9).

Gesù non si è mai mostrato come un oppositore di atteggiamenti gioiosi e pieni di entusiasmo durante la preghiera; addirittura si può supporre che, egli stesso, abbia preso parte alle danze sacre dei pellegrini, saliti a Gerusalemme in occasione dell’ultima sera della festa delle capanne: lo stesso evangelista Giovanni al c. 7 lo attesta. Sappiamo, inoltre, che cantò l’inno pasquale al termine dell’ultima cena, come ricorda Marco nel suo Vangelo. Gesù, dunque, partecipa e approva la preghiera gioiosa! Tuttavia, ciò che disapprova, ciò che non rientra nelle sue corde, è quel tipo di preghiera innalzata a Dio con superbia, fondata sulla mera fiducia in se stessi e bagnata da una punta di mestizia; portando addirittura nel cuore il disprezzo degli altri piuttosto che rispetto e “pietà”. Gesù insegna che occorre presentarsi a Dio con spirito di verità, ri-conoscendo che solo lui è grande e santo, mentre noi siamo sue piccole creature, peccatori e bisognosi della sua misericordia.

I protagonisti della parabola sono un fariseo e un pubblicano. Il fariseo presentato da Gesù, è descritto secondo i connotati del vero “spirito farisaico”. I farisei, infatti, erano un gruppo di persone scrupolosamente osservanti della legge, ma con un animo ipocrita e macchiato dalla vanagloria. Essi si credevano perfetti, i “veri figli di Abramo”; nutrivano una così alta stima verso se stessi, che ritenevano giusto occupare i primi posti nelle assemblee festive, essere circondati di onori, mettersi bene in vista nel tempio durante la preghiera. Una delle loro invocazioni diceva: «Signore, sei fortunato a poter contare su uomini come noi!». Non solo, Dio doveva considerarsi fortunato ad avere figli della loro levatura!

Il fariseo della parabola chiama Dio come testimone della sua stessa esaltazione; è evidente che, l’uomo che si cela dietro questa preghiera, non attende nulla da Dio: non ha nulla da chiedergli. Egli fa mostra di sé, dei suoi diritti davanti a Dio. Il pubblicano, invece, entrato nel tempio perché sconvolto dalle proprie colpe – davanti alla maestà e santità di Dio – non osa fare un passo avanti, si batte il petto, non osa nemmeno pronunciare l’elenco dei propri peccati. Dice soltanto: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 9, 13). È la preghiera del povero che comprende la propria limitatezza innanzi a Dio e si rimette completamente alla sua misericordia. Gesù lo accoglie: lo salva!

Nel pubblicano si realizza il disegno di salvezza del Padre in favore di tutti gli uomini: «Il pubblicano tornò a casa sua giustificato» (Lc 9, 14). È la fede in Cristo che salva, che giustifica, poiché apre le vie di accesso al Padre: nella fede in Cristo raggiungiamo Dio.

L’atteggiamento del pubblicano si dirama come profezia emblematica per il tempo in cui viviamo. Egli non umanizza il progetto di salvezza divino, ma ne riconosce la provenienza celeste; ne fa qualcosa di più: supera il formalismo religioso e lo investe per la vita eterna. Egli riconosce che la salvezza viene dal Padre e il figlio non può far altro che presentarsi umilmente a lui, indipendentemente da ciò che fa.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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