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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno CXXV Domenica Per Annum - Anno C - 22 settembre 2013

XXV Domenica Per Annum – Anno C – 22 settembre 2013

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Cristianesimo è profezia di giustizia.
Cristianesimo è profezia di giustizia.

Cristianesimo profezia di giustizia. 

Am 8, 4-7; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

Benedetto il Signore che rialza il povero.

 

La Parola di Dio, con la sua caratteristica e pungente puntualità, si sofferma su quello che deve essere un atteggiamento proprio del discepolo di Cristo: la fedeltà totale al suo padrone.

Nella prima lettura – tratta dal libro del profeta Amos – si raccontano le vicende di un contadino chiamato da Dio ad essere suo profeta, annunciatore di un messaggio di speranza otto secoli prima della nascita di Cristo. In quel tempo, nel popolo d’Israele vigevano prassi alquanto becere e subdole, dominate dalla frode e dallo sfruttamento. Ma ci domandiamo: non è forse così anche oggi? Non c’è bisogno di un nuovo annuncio? Per bocca di Amos Dio giura: «Io vendicherò i miei poveri».

Il Vangelo di Luca prende lo spunto da un fatto di cronaca. Un amministratore aveva imbrogliato per lungo tempo e pesantemente il suo padrone. Gli imbrogli vennero scoperti. Ma l’amministratore, prima di essere licenziato, falsificò le fatture dei clienti principali. Al primo regalò (in misure moderne) 18 ettolitri d’olio, al secondo 55 quintali di grano. Si garantì in questo modo due amicizie potenti e influenti, tali da proteggerlo e aiutarlo dopo il licenziamento.

Gesù, a tal proposito, non grida contro l’immoralità dell’amministratore, sarebbe stato inutile; ben evidente infatti la sua disonestà. Gesù invece, trae dalla situazione creatasi un’occasione di insegnamento per i suoi discepoli e, di conseguenza, per ciascuno di noi. Quell’uomo è un furfante, d’accordo, ma furbo. Ha “riposto” il denaro rubato in una sorta di “banca” che gli garantirà protezione e sicurezza economica. Questa vita però, passa inesorabile, quindi questo tesoro accumulato non garantirà una sicurezza immarcescibile. Il Maestro pertanto invita i discepoli a non rendersi schiavi del denaro e della ricchezza, ma ad “investire” le proprie risorse nei poveri di Dio. Essi sono i prediletti del Padre. Donare al povero, garantirà l’apertura delle porte del cielo: Dio ci ricompenserà ricevendoci in casa sua.

Questo è l’insegnamento di Gesù, e non solo. Egli non è venuto per dar lezioni sull’elemosina. Dare a una famiglia in miseria del denaro, significa aiutarla a nutrirsi temporaneamente, ma presto o tardi ricomincerà ad avere fame. Il modo giusto per aiutarla è offrire un lavoro al padre, una scuola ai figli, un posto in ospedale ai malati, una casa decente per tutti, vale a dire risolvere il problema in via definitiva. Quando Gesù ci invita ad avere rispetto ed attenzione per i poveri, ci offre contemporaneamente un insegnamento molto più vasto e complesso che non il “fare elemosina”. Egli si fa garante del metodo trasformatore della società in cui viviamo, dei mezzi per enderla più umana e più giusta, a fare della terra un mondo dove non ci siano più poveri, o almeno dove anche gli ultimi abbiano il necessario alla loro vita e alla loro dignità.

Il cristianesimo è profezia di giustizia, il magistero sociale della Chiesa afferma con chiarezza che il diritto alla proprietà privata è subordinato al diritto del suo uso comune, riconoscendo la destinazione universale dei beni (Cfr. Popolorum Progressio). In sostanza si riconosce che la creazione è un bene in favore degli uomini, senza distinzioni. Il cristiano deve sentirsi chiamato alla consapevolezza di queste questioni e crearsi in proposito una coscienza critica.

Nell’uso dei beni materiali è possibile trovare un’apertura ai fratelli, canali di solidarietà verso i più deboli. Il denaro può diventare uno strumento di comunione tra le persone, anziché creare discriminazioni. L’essere fedeli nel poco per saperlo essere nel molto vuol dire farsi saggi amministratori delle cose di questo mondo per saper godere di quanto acquisito sul piano spirituale. E torna allora, come in altre pagine di Luca su questo tema, il sottile legame fra le cose del cielo e quelle della terra: nell’amministrazione pura dei beni creati si rende lode a Dio.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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Cristianesimo profezia di giustizia. 

Am 8, 4-7; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

Benedetto il Signore che rialza il povero.

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La Parola di Dio, con la sua caratteristica e pungente puntualità, si sofferma su quello che deve essere un atteggiamento proprio del discepolo di Cristo: la fedeltà totale al suo padrone.

Nella prima lettura – tratta dal libro del profeta Amos – si raccontano le vicende di un contadino chiamato da Dio ad essere suo profeta, annunciatore di un messaggio di speranza otto secoli prima della nascita di Cristo. In quel tempo, nel popolo d’Israele vigevano prassi alquanto becere e subdole, dominate dalla frode e dallo sfruttamento. Ma ci domandiamo: non è forse così anche oggi? Non c’è bisogno di un nuovo annuncio? Per bocca di Amos Dio giura: «Io vendicherò i miei poveri».

Il Vangelo di Luca prende lo spunto da un fatto di cronaca. Un amministratore aveva imbrogliato per lungo tempo e pesantemente il suo padrone. Gli imbrogli vennero scoperti. Ma l’amministratore, prima di essere licenziato, falsificò le fatture dei clienti principali. Al primo regalò (in misure moderne) 18 ettolitri d’olio, al secondo 55 quintali di grano. Si garantì in questo modo due amicizie potenti e influenti, tali da proteggerlo e aiutarlo dopo il licenziamento.

Gesù, a tal proposito, non grida contro l’immoralità dell’amministratore, sarebbe stato inutile; ben evidente infatti la sua disonestà. Gesù invece, trae dalla situazione creatasi un’occasione di insegnamento per i suoi discepoli e, di conseguenza, per ciascuno di noi. Quell’uomo è un furfante, d’accordo, ma furbo. Ha “riposto” il denaro rubato in una sorta di “banca” che gli garantirà protezione e sicurezza economica. Questa vita però, passa inesorabile, quindi questo tesoro accumulato non garantirà una sicurezza immarcescibile. Il Maestro pertanto invita i discepoli a non rendersi schiavi del denaro e della ricchezza, ma ad “investire” le proprie risorse nei poveri di Dio. Essi sono i prediletti del Padre. Donare al povero, garantirà l’apertura delle porte del cielo: Dio ci ricompenserà ricevendoci in casa sua.

Questo è l’insegnamento di Gesù, e non solo. Egli non è venuto per dar lezioni sull’elemosina. Dare a una famiglia in miseria del denaro, significa aiutarla a nutrirsi temporaneamente, ma presto o tardi ricomincerà ad avere fame. Il modo giusto per aiutarla è offrire un lavoro al padre, una scuola ai figli, un posto in ospedale ai malati, una casa decente per tutti, vale a dire risolvere il problema in via definitiva. Quando Gesù ci invita ad avere rispetto ed attenzione per i poveri, ci offre contemporaneamente un insegnamento molto più vasto e complesso che non il “fare elemosina”. Egli si fa garante del metodo trasformatore della società in cui viviamo, dei mezzi per enderla più umana e più giusta, a fare della terra un mondo dove non ci siano più poveri, o almeno dove anche gli ultimi abbiano il necessario alla loro vita e alla loro dignità.

Il cristianesimo è profezia di giustizia, il magistero sociale della Chiesa afferma con chiarezza che il diritto alla proprietà privata è subordinato al diritto del suo uso comune, riconoscendo la destinazione universale dei beni (Cfr. Popolorum Progressio). In sostanza si riconosce che la creazione è un bene in favore degli uomini, senza distinzioni. Il cristiano deve sentirsi chiamato alla consapevolezza di queste questioni e crearsi in proposito una coscienza critica.

Nell’uso dei beni materiali è possibile trovare un’apertura ai fratelli, canali di solidarietà verso i più deboli. Il denaro può diventare uno strumento di comunione tra le persone, anziché creare discriminazioni. L’essere fedeli nel poco per saperlo essere nel molto vuol dire farsi saggi amministratori delle cose di questo mondo per saper godere di quanto acquisito sul piano spirituale. E torna allora, come in altre pagine di Luca su questo tema, il sottile legame fra le cose del cielo e quelle della terra: nell’amministrazione pura dei beni creati si rende lode a Dio.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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