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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno AXXI Domenica per annum - Anno A - 24 agosto 2014

XXI Domenica per annum – Anno A – 24 agosto 2014

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Nell’incognita la certezza

 Is 22, 19-23; Rm 11, 33-36; Mt 16, 13-20

Signore, il tuo amore è per sempre.

Oggi, per il cristiano, è fondamentale operare una sorta di “trasloco” mentale, vale a dire passare da un’abitazione psico-spirituale ridotta ad una di più grandi dimensioni. La semplice accademia non è più sufficiente: ora più che mai, giunge il tempo della testimonianza. Non si può più, infatti, rispondere alla domanda su chi sia Gesù, snocciolando asettiche definizioni o improbabili teoremi, bensì andare più a fondo, domandarsi «chi è Gesù per me?».

Ed proprio questa la domanda che viene posta dal Signore ai suoi discepoli. La saggezza del Maestro permette di compiere una sorta di graduale avvicinamento al nucleo dell’esperienza di fede: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16, 13). All’udire tali parole, i discepoli stessi, senza indugio, cominciano proprio a snocciolare definizioni, dicerie popolane e nomi di personaggi del passato. Il primo nome a saltar fuori è quello di Giovanni Battista, a conferma di quanto aveva detto Erode in precedenza: «In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui» (Mt 14, 1-2). Gli altri nomi, invece, si riferiscono ai profeti dell’Antico Testamento, in specie Elia, segno più evidente dell’attesa messianica. In aggiunta, è significativo notare pure, come solo il Vangelo di Matteo riporti il nome del profeta Geremia; quasi a rimarcare il perenne conflitto di costui con la casta sacerdotale nonché con gli anziani, subendo svariate persecuzioni nella città di Gerusalemme proprio come Gesù. In buona sostanza, è evidente come ogni risposta offerta dai discepoli, contenga in sé qualcosa di veritiero: non si può comprendere la figura di Gesù se non attraverso il background veterotestamentario. Tuttavia, ancora non ci siamo, queste risposte a stento balbettano qualcosa sulla novità e unicità di Gesù.

Gesù allora, rivolge la domanda ai discepoli in modo più diretto e personale: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). Ora non si tratta più di sapere qualcosa per vie estrinseche, bensì raccontare qualcosa di più intimo, passare da una semplice fascinazione per il maestro a una affermazione precisa e personale su di lui.

Risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). Una professione di fede adeguata, personale, completa per la sua ricchezza di risonanze bibliche e per l’intuizione della divinità di Gesù. Gesù replicando a lui attraverso parole di beatitudine (Cfr. Mt 16, 17), lascia intuire come la risposta di Pietro, è frutto di grazia. Essa non giunge spontanea attingendo alle risorse personali, alla carne e al sangue; non è una professione di fede scaturita dall’intelligenza; tuttavia, è una risposta compatibile e non contraddittoria con le facoltà umane.

La risposta di Pietro, le parole di beatitudine di Gesù, sollecitano ogni credente a educarsi alla piccolezza, non necessariamente rinunciando all’esercizio delle proprie potenzialità cognitive – anche queste dono di Dio – ma a farsi piccoli secondo il Vangelo, accogliendo il dono della grazia.

Dio eccede sempre rispetto alle possibilità umane, ma è proprio qui che risiede la capacità di una continua crescita nella fede: Dio è sempre una novità, la fede in lui comporta continue scoperte e ogni risultato raggiunto è sempre solo tappa, mai mèta.

Dunque, è bene appropriarsi della risposta di Pietro, farla propria e aggiungere a tale professione la consapevolezza del limite umano, ben espressa anche nel Vangelo di Giovanni: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68).  Tu ci hai sedotti, Gesù. Dove vuoi che andiamo, Signore? Dove altro troveremo quello che ci dai tu? Dove troveremo te: il Cristo, il Figlio del Dio vivente?

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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XXI Domenica per annum – Anno A – 24 agosto 2014

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 Is 22, 19-23; Rm 11, 33-36; Mt 16, 13-20

Signore, il tuo amore è per sempre.

Oggi, per il cristiano, è fondamentale operare una sorta di “trasloco” mentale, vale a dire passare da un’abitazione psico-spirituale ridotta ad una di più grandi dimensioni. La semplice accademia non è più sufficiente: ora più che mai, giunge il tempo della testimonianza. Non si può più, infatti, rispondere alla domanda su chi sia Gesù, snocciolando asettiche definizioni o improbabili teoremi, bensì andare più a fondo, domandarsi «chi è Gesù per me?».

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Ed proprio questa la domanda che viene posta dal Signore ai suoi discepoli. La saggezza del Maestro permette di compiere una sorta di graduale avvicinamento al nucleo dell’esperienza di fede: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16, 13). All’udire tali parole, i discepoli stessi, senza indugio, cominciano proprio a snocciolare definizioni, dicerie popolane e nomi di personaggi del passato. Il primo nome a saltar fuori è quello di Giovanni Battista, a conferma di quanto aveva detto Erode in precedenza: «In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui» (Mt 14, 1-2). Gli altri nomi, invece, si riferiscono ai profeti dell’Antico Testamento, in specie Elia, segno più evidente dell’attesa messianica. In aggiunta, è significativo notare pure, come solo il Vangelo di Matteo riporti il nome del profeta Geremia; quasi a rimarcare il perenne conflitto di costui con la casta sacerdotale nonché con gli anziani, subendo svariate persecuzioni nella città di Gerusalemme proprio come Gesù. In buona sostanza, è evidente come ogni risposta offerta dai discepoli, contenga in sé qualcosa di veritiero: non si può comprendere la figura di Gesù se non attraverso il background veterotestamentario. Tuttavia, ancora non ci siamo, queste risposte a stento balbettano qualcosa sulla novità e unicità di Gesù.

Gesù allora, rivolge la domanda ai discepoli in modo più diretto e personale: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). Ora non si tratta più di sapere qualcosa per vie estrinseche, bensì raccontare qualcosa di più intimo, passare da una semplice fascinazione per il maestro a una affermazione precisa e personale su di lui.

Risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). Una professione di fede adeguata, personale, completa per la sua ricchezza di risonanze bibliche e per l’intuizione della divinità di Gesù. Gesù replicando a lui attraverso parole di beatitudine (Cfr. Mt 16, 17), lascia intuire come la risposta di Pietro, è frutto di grazia. Essa non giunge spontanea attingendo alle risorse personali, alla carne e al sangue; non è una professione di fede scaturita dall’intelligenza; tuttavia, è una risposta compatibile e non contraddittoria con le facoltà umane.

La risposta di Pietro, le parole di beatitudine di Gesù, sollecitano ogni credente a educarsi alla piccolezza, non necessariamente rinunciando all’esercizio delle proprie potenzialità cognitive – anche queste dono di Dio – ma a farsi piccoli secondo il Vangelo, accogliendo il dono della grazia.

Dio eccede sempre rispetto alle possibilità umane, ma è proprio qui che risiede la capacità di una continua crescita nella fede: Dio è sempre una novità, la fede in lui comporta continue scoperte e ogni risultato raggiunto è sempre solo tappa, mai mèta.

Dunque, è bene appropriarsi della risposta di Pietro, farla propria e aggiungere a tale professione la consapevolezza del limite umano, ben espressa anche nel Vangelo di Giovanni: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68).  Tu ci hai sedotti, Gesù. Dove vuoi che andiamo, Signore? Dove altro troveremo quello che ci dai tu? Dove troveremo te: il Cristo, il Figlio del Dio vivente?

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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