XV Domenica Tempo Ordinario – Anno A – 16 luglio 2017


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IL VANGELO STRABICO

XV Domenica Tempo Ordinario – A 

(Isaia 55,10-11; Romani 8,18-23; Matteo 13,1-9 )

A  cura di Benito Giorgetta 

La forza della debolezza di un seme

 

Ascoltiamo il Vangelo:

 “Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti»”.  

I semi in natura, generalmente, sono piccoli, fragili, quasi insignificanti, ma tanto preziosi e pieni di vita. Una vita che si sprigiona solo se viene posto in condizioni ambientali favorevoli che ne stimolano le capacità favorendone l’attecchimento, la nascita e lo sviluppo. Come tutto questo accada è un mistero. Da un piccolo seme nasce un grande albero imperioso, imponente, ma soprattutto si producono tanti frutti. Una legge che stupisce, per la lezione che ci dà la natura, è che per ogni seme sacrificato, perché deve morire, la vita conseguente è moltiplicata: da un chicco una spiga, da un nocciolo tanti frutti, da un granellino un albero. Stupendo insegnamento.

La Parola di Dio, che Gesù paragona al seme di un seminatore che esce nella sua campagna per spargerlo nel terreno, si comporta davvero come un seme. La vita di ognuno è il terreno, le storie personali sono i solchi in cui, quando essa viene seminata, depositata, attecchisce, fruttifica sprigionando tutta la forza che contiene in essa. “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.  Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»” (Marco 4,26-29).

Occorre dissodare, concimare, innaffiare continuamente il terreno della propria vita per renderla idonea o il meno incompatibile perché il seme della Parola possa trovare in essa accoglimento e condizioni ambientali atte a far sì che possa germinare, attecchire e fruttificare. Le pietre dell’odio, dell’indifferenza; l’erba cattiva delle dicerie, delle chiacchiere; le spine delle chiusure, delle ostilità; il terreno duro dell’indifferenza, delle esclusioni o delle preferenze, debbono diventare, per volontà personale occasioni di bonifiche, di rimozioni, di sgombero. Come il contadino si dedica alla terra per renderla accogliente prima della seminagione, così ognuno di noi deve fare opera di bonifica continua nella sua vita per renderla terra adatta ad accogliere la debolezza del seme della Parola di Dio perché diventi forza trasformante, vita seminata nei solchi della nostra esistenza per sperare in un futuro fruttifero, in una benedizione per raccogliere i frutti necessari alla nostra gioia, alla crescita e all’avvicinamento al cuore di Dio.

La percentuale di “guadagno” rispetto alla quantità seminata dipende non dal seme, ma dalle condizioni del terreno in cui viene depositato. Se sono favorevoli, la quantità sarà smisurate e sorprendente; se sono avverse, il seme può andare perduto non perché è stato avaro ma perché non ha ricevuto la dovuta accoglienza. Così è della Parola di Dio. Essa appare debole, ma è sana, piena di vita; dipende da noi riconoscere la forza della sua debolezza e permetterle di esprimersi favorevolmente e con abbondanza per il nostro beneficio personale e comunitario.

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