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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno A XIX Domenica per annum - Anno A - 10 agosto 2014.

XIX Domenica per annum – Anno A – 10 agosto 2014.

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«Coraggio… non abbiate paura» (Mt 14, 27).

1Re 19, 9a.11-13a; Rom 9, 1-5; Mt 14, 22-30

Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Il vangelo di questa XIX domenica del tempo per annum, offre al suo inizio, una precisa indicazione temporale: «Subito dopo» (Mt 14, 22). La narrazione odierna, infatti, séguita nel descrivere gli avvenimenti succedanei al miracolo della moltiplicazione dei pani e di come, tal prodigio, dovette aver riscosso un successo dalla portata straordinaria. Ne è testimone anche lo stesso Giovanni nel suo vangelo, quando afferma: «Gesù, sapendo che venivano per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo» (Gv 6, 15).

Nel Vangelo di Matteo però, la moltiplicazione dei pani, costituisce un segno potente della grazia, mediante il quale Gesù intende rivelare se stesso come Messia. Un’identità tuttavia, ancora nascosta, offuscata dalle incomprensioni e dai fraintendimenti dei più, tanto da spingere Gesù stesso ad allontanarsi dalla folla a lui circoscritta e a raggiungere un luogo appartato. L’incipit della pericope propostaci dalla liturgia, pertanto, si comprende solo nell’ottica di una vera e propria terapia volta ad abbattere l’equivoco e le sue immediate conseguenze.

In primo luogo, «costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla» (Mt 14, 22). Verrebbe da domandarsi: “Perché costringere i discepoli?”. Una possibile interpretazione suggerirebbe come, attraverso tale forma disciplinare, Gesù abbia voluto educarli a non cedere alla tentazione di possedere il successo: il vero scopo della moltiplicazione, infatti, è costituito dall’epifania di Gesù come Messia, dall’avvento del Regno e non dalla pura glorificazione umana. L’insegnamento che ne scaturisce, dunque, è quello di non stravolgere e umanizzare a proprio piacimento i segni della benevolenza di Dio; di non vincolare con atteggiamenti morbosi coloro che hanno sperimentato un evento di grazia al fine di soddisfare il proprio bisogno di gratificazione.

In secondo luogo, Gesù si ritira in preghiera. Anche questo atteggiamento del Maestro pare essere collegato ai rischi del successo. Infatti, riportando alla mente proprio la seconda tentazione che Gesù subì nel deserto, ad opera del maligno, se ne comprende il senso e il disegno. Gesù necessita di ritirarsi in preghiera al fine di evitare ogni forma di vanagloria; egli desidera rinnovare la relazione intima col Padre e rimettere lui al centro di ogni cosa. La chiesa, pertanto, ancora oggi ha una grande lezione da imparare: non si può sfuggire alla tentazione del successo se non con la preghiera; quest’ultima sola educa alla resistenza e permette di riscoprire se stessi nella verità.

I discepoli, intanto, sono sulla barca, immagine di una Chiesa in cammino. L’assenza di Gesù, in questo frangente, è fondamentale! È significativo notare, come la barca sia in balia della tempesta e navighi nella notte, incapace di obbedire all’ordine ricevuto: «precederlo sull’altra riva» (Mt 14, 22). Ecco dunque che il vangelo ci fa dono di un altro prodigio, capace di operare la salvezza per questa barca e di condure i suoi occupanti verso una professione di fede profonda: «Davvero tu sei Figlio di Dio» (Mt 14, 33). Gesù fa ciò che nell’Antico Testamento era prerogativa esclusiva di Dio: cammina sulle acque. Gesù giunge presso la barca dei discepoli «sconvolti» (Mt 14, 25) e dice: «sono io» (Mt 14, 27). È questa allora, la suprema affermazione della divinità del Cristo.

Va evidenziato anche, come oltre a ciò, sia presente un’ulteriore sottolineatura del rapporto tra Gesù e i discepoli. In affanno per la tempesta, sconvolti dalla visione del maestro che cammina sulle acque, si fanno recettori di un nuovo messaggio da parte del loro Signore: «Coraggio… non abbiate paura» (Mt 14, 27). Proprio queste parole divengono un’inaspettata irruzione di luce nel profondo delle tenebre, in quell’oscurità recondita del cuore umano. La tempesta si reinterpreta, compaiono i suoi connotati alienanti sia per i discepoli sia per ciascuno noi: è possibile, infatti, rispecchiarsi in loro mediante lo stesso travaglio e la stessa tribolazione.

Gesù si rivolge ai discepoli con parole di incoraggiamento e di consolazione, ma anche di richiamo alla loro umanità. Quando Dio soccorre l’uomo nella sofferenza non lo deprime ulteriormente, ma lo esorta a riscoprire la propria dignità. Eppure Pietro dubita, mosso dal dubbio e concentrato più sulla tempesta che su Gesù, affonda in mare. È proprio in questo istante però, che diventa un vero discepolo: «Signore, salvami» (Mt 14, 30). Il grido del credente quindi, deve essere necessariamente lo stesso di Pietro: è questa l’unica richiesta legittima.

La barca è la Chiesa, incapace di giungere in porto senza il Signore. Sembra che i naviganti siano poco esemplari: sono sconvolti o dubitanti; ma, alla fine, sono proprio loro a rivelarsi capaci di fede.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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XIX Domenica per annum – Anno A – 10 agosto 2014.

  

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«Coraggio… non abbiate paura» (Mt 14, 27).

1Re 19, 9a.11-13a; Rom 9, 1-5; Mt 14, 22-30

Mostraci, Signore, la tua misericordia.

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Il vangelo di questa XIX domenica del tempo per annum, offre al suo inizio, una precisa indicazione temporale: «Subito dopo» (Mt 14, 22). La narrazione odierna, infatti, séguita nel descrivere gli avvenimenti succedanei al miracolo della moltiplicazione dei pani e di come, tal prodigio, dovette aver riscosso un successo dalla portata straordinaria. Ne è testimone anche lo stesso Giovanni nel suo vangelo, quando afferma: «Gesù, sapendo che venivano per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo» (Gv 6, 15).

Nel Vangelo di Matteo però, la moltiplicazione dei pani, costituisce un segno potente della grazia, mediante il quale Gesù intende rivelare se stesso come Messia. Un’identità tuttavia, ancora nascosta, offuscata dalle incomprensioni e dai fraintendimenti dei più, tanto da spingere Gesù stesso ad allontanarsi dalla folla a lui circoscritta e a raggiungere un luogo appartato. L’incipit della pericope propostaci dalla liturgia, pertanto, si comprende solo nell’ottica di una vera e propria terapia volta ad abbattere l’equivoco e le sue immediate conseguenze.

In primo luogo, «costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla» (Mt 14, 22). Verrebbe da domandarsi: “Perché costringere i discepoli?”. Una possibile interpretazione suggerirebbe come, attraverso tale forma disciplinare, Gesù abbia voluto educarli a non cedere alla tentazione di possedere il successo: il vero scopo della moltiplicazione, infatti, è costituito dall’epifania di Gesù come Messia, dall’avvento del Regno e non dalla pura glorificazione umana. L’insegnamento che ne scaturisce, dunque, è quello di non stravolgere e umanizzare a proprio piacimento i segni della benevolenza di Dio; di non vincolare con atteggiamenti morbosi coloro che hanno sperimentato un evento di grazia al fine di soddisfare il proprio bisogno di gratificazione.

In secondo luogo, Gesù si ritira in preghiera. Anche questo atteggiamento del Maestro pare essere collegato ai rischi del successo. Infatti, riportando alla mente proprio la seconda tentazione che Gesù subì nel deserto, ad opera del maligno, se ne comprende il senso e il disegno. Gesù necessita di ritirarsi in preghiera al fine di evitare ogni forma di vanagloria; egli desidera rinnovare la relazione intima col Padre e rimettere lui al centro di ogni cosa. La chiesa, pertanto, ancora oggi ha una grande lezione da imparare: non si può sfuggire alla tentazione del successo se non con la preghiera; quest’ultima sola educa alla resistenza e permette di riscoprire se stessi nella verità.

I discepoli, intanto, sono sulla barca, immagine di una Chiesa in cammino. L’assenza di Gesù, in questo frangente, è fondamentale! È significativo notare, come la barca sia in balia della tempesta e navighi nella notte, incapace di obbedire all’ordine ricevuto: «precederlo sull’altra riva» (Mt 14, 22). Ecco dunque che il vangelo ci fa dono di un altro prodigio, capace di operare la salvezza per questa barca e di condure i suoi occupanti verso una professione di fede profonda: «Davvero tu sei Figlio di Dio» (Mt 14, 33). Gesù fa ciò che nell’Antico Testamento era prerogativa esclusiva di Dio: cammina sulle acque. Gesù giunge presso la barca dei discepoli «sconvolti» (Mt 14, 25) e dice: «sono io» (Mt 14, 27). È questa allora, la suprema affermazione della divinità del Cristo.

Va evidenziato anche, come oltre a ciò, sia presente un’ulteriore sottolineatura del rapporto tra Gesù e i discepoli. In affanno per la tempesta, sconvolti dalla visione del maestro che cammina sulle acque, si fanno recettori di un nuovo messaggio da parte del loro Signore: «Coraggio… non abbiate paura» (Mt 14, 27). Proprio queste parole divengono un’inaspettata irruzione di luce nel profondo delle tenebre, in quell’oscurità recondita del cuore umano. La tempesta si reinterpreta, compaiono i suoi connotati alienanti sia per i discepoli sia per ciascuno noi: è possibile, infatti, rispecchiarsi in loro mediante lo stesso travaglio e la stessa tribolazione.

Gesù si rivolge ai discepoli con parole di incoraggiamento e di consolazione, ma anche di richiamo alla loro umanità. Quando Dio soccorre l’uomo nella sofferenza non lo deprime ulteriormente, ma lo esorta a riscoprire la propria dignità. Eppure Pietro dubita, mosso dal dubbio e concentrato più sulla tempesta che su Gesù, affonda in mare. È proprio in questo istante però, che diventa un vero discepolo: «Signore, salvami» (Mt 14, 30). Il grido del credente quindi, deve essere necessariamente lo stesso di Pietro: è questa l’unica richiesta legittima.

La barca è la Chiesa, incapace di giungere in porto senza il Signore. Sembra che i naviganti siano poco esemplari: sono sconvolti o dubitanti; ma, alla fine, sono proprio loro a rivelarsi capaci di fede.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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