XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 12 agosto 2018

Il Vangelo della Festa


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Arrendersi a Dio che ci seduce e ci nutre

(1 Re 19,4-8; Efesini 4,30-5,2; Giovanni 6,41-51)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»”.

Occorre riscoprire un cristianesimo per attrazione e non per proselitismo, ci hanno ricordato papa Benedetto e papa Francesco. Non si diventa cristiani per forza ma perché ci si lascia trasportare da una sorta di gravitazione divina. E’ lui che ci attira, ci seduce. Come sulla terra esiste la forza gravitazionale, così accade anche per Dio che ci chiama a sé. “Signore mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre” dice, arreso all’amore di Dio che lo ha chiamato, il profeta Geremia. Arrendersi a Dio, non per essere schiavi, ma figli, non per avere catene di schiavitù, ma ali di libertà.

Come il pane attira l’affamato così noi, affamati di amore di giustizia, di serenità, di pace, ci lasciamo nutrire da Dio che si propone come nostro alimento, sostegno e conforto. Come le braccia allargate della mamma che chiama il proprio figlio lo spingono verso l’abbraccio, così noi calamitati dall’amore del Padre ci lasciamo andare a lui. Ed è sazietà. E’ amplesso paterno e filiale.

Il nutrimento è sostegno, è energia è vita. Chi non mangia muore. Se non mangiamo Dio, se non ci nutriamo del suo amore, della sua amicizia, della sua compiacenza, siamo spacciati: morti. Il problema è che oggi forse l’uomo è diventato anoressico, non si vuole alimentare di Dio, ritiene di poterne fare a meno. Nel menu dell’uomo contemporaneo non c’è Dio, quasi lo si esclude aprioristicamente, chirurgicamente, per scelta oppositiva. Perché si è sazi di se se stessi, perché, illusoriamente, si crede di essere bastevoli a se stessi, invece c’è tanta necessità di lui come il terreno arido e riarso, spaccato per la mancanza del refrigerio della pioggia. Occorre che ci sia una pioggia di divinità sull’umanità riarsa e spenta, infruttifera e sazia di fatuità, apparenza e rivalità individualistica. Occorre che ci si apra alla realtà consolante di quel Padre che ha mandato nel mondo il suo figlio perché esso abbia la vita e l’abbia in abbondanza.

Diventare ciò che riceviamo. Questo sarà il modo con cui anche noi, trasformati in dio, attireremo e testimonieremo ciò che ha trasformato la nostra vita. Dobbiamo diventare mangiatori, divoratori di Dio per essere specchio del suo dono, del suo amore. Si mangia Dio non solo con la Comunione ma anche accogliendo, soccorrendo, condividendo, andando, immergendosi nelle povertà del mondo. “I poveri, i malati sono carne di Cristo” (papa Francesco) servendoli, ci nutriamo di Dio allo stesso modo dell’Eucaristia. Ma come abbiamo bisogno del Corpo di Cristo quotidianamente così il servizio ai poveri, ai bisognosi e ai malati deve essere quotidiano e non occasionale, continuativo e non stagionale. Solo così ci sazieremo di Dio e doneremo Dio perché da lui trasformati. Signore donaci sempre questo Pane e aiutaci a condividerlo.

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