XI Domenica Tempo Ordinario – Anno B – 17 giugno 2017

Il Vangelo Strabico


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Anche quando il terreno è arido Dio non si stanca di seminare

(Ezechiele 17,22-24; 2 Corinzi 5,6-10; Marco 4,26-34)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

Dio è un coltivatore fiducioso e instancabile. Egli continua a seminare nella nostra vita anche quando siamo terreno arido e sassoso, inospitale, ingeneroso, non disponibile. Ha più fiducia lui in noi che noi in noi stessi. Molte volte, stanchi dalla negatività dei risultati, ci avviliamo, desistiamo dal continuare ad operare, ci demoralizziamo. Forse, siamo troppo esigenti, irruenti e non sappiamo attendere. Il seme ha bisogno delle quattro stagioni per portare il frutto: la seminagione, il silenzio, la nascita, la maturazione. Autunno, inverno, primavera estate. Noi vorremmo sbrigare tutto in una sola stagione, ma non è possibile. Occorre pazienza, attesa, l’importante è avere fiducia, seminare, seminare sempre.

La nascita non dipende da chi o da come si semina, ma dal seme stesso. Egli ha in sé la forza dirompente che gli permette di nascere, di svilupparsi e giungere a maturazione. E’ propria della sua natura, la possiede in se stesso, ma per questo occorre saper dargli il tempo giusto. Alcuni semi sono più celeri di altri che, avendo una corteccia più massiccia, hanno bisogno di marcire per aprirsi alla vita. Così talvolta le nostre attese, anche se prolungate, vanno accompagnate, non avere fretta e smettere di sperare. In ognuno di noi ci sono delle risorse, delle forze, di essi ci ha dotato Dio stesso, occorre solo farle sviluppare. “… dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Così è della nostra vita.

Tutto Dio della nostra vita è dono, essa stessa è dono di Dio, ma tutte le risorse presenti in ognuno sono in forma seminale. Ecco allora che dobbiamo diventare terreno che accoglie, che sa essere grembo, sa diventare generativo. E’ il miracolo della vita quello che accade ogni volta che un seme posto nel terreno inizia la vita dalla sua stessa morte, ma una morte premiata e moltiplicata, proprio perché da un chicco di grano nasce una spiga e il sacrificio è premiato.

E che dire del più piccolo dei semi che diventa un albero maestoso tanto da ospitare i nidi degli uccelli. Vite nuove su un semino diventato albero. Così deve essere delle nostre esistenze, non c’è seme, non c’è vita umana, che non possa diventare nido per altri. Sull’albero della nostra esistenza dobbiamo far fabbricare i nidi a chi ne necessità, chiunque, senza selezioni, preferenze o graduatorie di merito. Gli uccelli per fare il nido non partecipano a test psicoattitudinali, né hanno frequentato la facoltà di architettura, il buon Dio li ha dotati d’ingegno ma hanno bisogno di un albero. Tanti fratelli necessitano di noi per far esplodere le loro risorse e donarci le loro capacità. Saranno un ottimo ornamento alla disponibilità dell’albero della nostra vita, piccolo seme maturato e cresciuto, capace di ospitare. Ci stupiranno e saremo felici insieme.  

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