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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C X Domenica del Tempo Ordinario - Anno C - 5 giungo 2016

X Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 5 giungo 2016

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IL VANGELO STRABICO

X Domenica del tempo Ordinario   – C

A  cura di Benito Giorgetta

(1Re 17,17-24; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17)

Imparare a suonare lo spartito della compassione

Ascoltiamo il Vangelo:

 “In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante”.

Quando muore un figlio prima dei suoi genitori nessun vocabolario del mondo sa dire, con una sola parola, questa condizione. E’ talmente innaturale, incomprensibile che non ci sono parole adatte, non c’è una parola che sia capace di raccontare. Lo stesso quando, sciaguratamente, un genitore ammazza il figlio, non c’è una parola che lo possa esprimere.

La vedova di Nain vive proprio questa condizione. Sta piangendo la morte di suo figlio, anzi, sta compiendo un atto di umana compassione, lo sta accompagnando al cimitero per la sepoltura. Il dolore è tanto, è moltiplicato, perché è già vedova, ma c’era molta gente: la consolazione della solidarietà, della prossimità in un momento tanto delicato, quanto struggente.

C’è voglia di gridare, di ribellarsi, di contestare, di liberare il cuore da tali macigni. Di scrollarsi di dosso l’odore della morte e il morso della sofferenza. Ma la vedova è composta, forse schiacciata dal suo dolore, di sicuro avvolta dal silenzio.  Anche Gesù, sulla croce ha gridato, invocato la presenza e la risposta del Padre, ma egli ha taciuto. Dio non ha risposto perché Gesù stesso è la sua ultima, definitiva e completa risposta a tutta l’umanità. Quindi Gesù sa cosa è il dolore, la sofferenza, il tormento, allora, senza essere chiamato, si avvicina lui stesso, spontaneamente, alla vedova, la consola, la esorta: “Non piangere!”.

Come dire al sole non risplendere, alla primavera non profumare, al tramonto non oscurarti. Ma Gesù sa quello che fa. Difatti, si avvicina alla bara, la tocca. E, dopo aver intimato al ragazzo di alzarsi, lo riconsegna alla mamma. Il mondo torna a vivere. E’ sconfitta la morte. Ha ridato vita alla morte. Quel ragazzo ritorna all’abbraccio della mamma. La consolazione ha trovato casa nel cuore della vedova, risuscitandola. Gesù è ferito dalla ferita di quella mamma. “Si avvicinò”. Ecco il segreto di chi fa suo il dolore altrui, non fuggire, non allontanare, ma avvicinarsi, fare proprio il disagio di chi lo vive da protagonista. E tocca la bara. Occorre compromettersi “sporcarsi le mani”, entrare in contatto. Come fece con i lebbrosi, come concesse alla peccatrice che gli lavò i piedi, come concesse a Giovanni di posare il capo sul suo cuore, come incrociò lo sguardo di Zaccheo, di Levi, del giovane ricco, di Pietro nel cortile.

La relazione è generata e nutrita di contatti, di intersecazioni, di interesse che mi porta presso l’altro, di coinvolgimento che mi induce a donare il cuore, ad avere compassione, fare mio il disagio altrui, fare mia la ferita di chi ce l’ha disegnata nella mappa della sua vita. Ma non fermarci a leggere, conoscere, ma intervenire, guarire, aiutare. Non curiosi ma samaritani, cirenei. Farsi carico delle necessità degli altri. Fare mio il suo dolore, il suo disagio. Questo è lo spartito che occorre suonare, il pentagramma che si deve conoscere. E’ Dio Il compositore di questa musica armoniosa che si chiama compassione. Lui ne ha avuta, anche se non gli è stata richiesta. Il miracolo della risurrezione del figlio della vedova di Nain, non è stato richiesto. Gesù l’ha compiuto. Ha ridisegnato la gioia sul viso della vedova e a riempito il suo cuore di consolazione.

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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A  cura di Benito Giorgetta

(1Re 17,17-24; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17)

Imparare a suonare lo spartito della compassione

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Ascoltiamo il Vangelo:

 “In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante”.

Quando muore un figlio prima dei suoi genitori nessun vocabolario del mondo sa dire, con una sola parola, questa condizione. E’ talmente innaturale, incomprensibile che non ci sono parole adatte, non c’è una parola che sia capace di raccontare. Lo stesso quando, sciaguratamente, un genitore ammazza il figlio, non c’è una parola che lo possa esprimere.

La vedova di Nain vive proprio questa condizione. Sta piangendo la morte di suo figlio, anzi, sta compiendo un atto di umana compassione, lo sta accompagnando al cimitero per la sepoltura. Il dolore è tanto, è moltiplicato, perché è già vedova, ma c’era molta gente: la consolazione della solidarietà, della prossimità in un momento tanto delicato, quanto struggente.

C’è voglia di gridare, di ribellarsi, di contestare, di liberare il cuore da tali macigni. Di scrollarsi di dosso l’odore della morte e il morso della sofferenza. Ma la vedova è composta, forse schiacciata dal suo dolore, di sicuro avvolta dal silenzio.  Anche Gesù, sulla croce ha gridato, invocato la presenza e la risposta del Padre, ma egli ha taciuto. Dio non ha risposto perché Gesù stesso è la sua ultima, definitiva e completa risposta a tutta l’umanità. Quindi Gesù sa cosa è il dolore, la sofferenza, il tormento, allora, senza essere chiamato, si avvicina lui stesso, spontaneamente, alla vedova, la consola, la esorta: “Non piangere!”.

Come dire al sole non risplendere, alla primavera non profumare, al tramonto non oscurarti. Ma Gesù sa quello che fa. Difatti, si avvicina alla bara, la tocca. E, dopo aver intimato al ragazzo di alzarsi, lo riconsegna alla mamma. Il mondo torna a vivere. E’ sconfitta la morte. Ha ridato vita alla morte. Quel ragazzo ritorna all’abbraccio della mamma. La consolazione ha trovato casa nel cuore della vedova, risuscitandola. Gesù è ferito dalla ferita di quella mamma. “Si avvicinò”. Ecco il segreto di chi fa suo il dolore altrui, non fuggire, non allontanare, ma avvicinarsi, fare proprio il disagio di chi lo vive da protagonista. E tocca la bara. Occorre compromettersi “sporcarsi le mani”, entrare in contatto. Come fece con i lebbrosi, come concesse alla peccatrice che gli lavò i piedi, come concesse a Giovanni di posare il capo sul suo cuore, come incrociò lo sguardo di Zaccheo, di Levi, del giovane ricco, di Pietro nel cortile.

La relazione è generata e nutrita di contatti, di intersecazioni, di interesse che mi porta presso l’altro, di coinvolgimento che mi induce a donare il cuore, ad avere compassione, fare mio il disagio altrui, fare mia la ferita di chi ce l’ha disegnata nella mappa della sua vita. Ma non fermarci a leggere, conoscere, ma intervenire, guarire, aiutare. Non curiosi ma samaritani, cirenei. Farsi carico delle necessità degli altri. Fare mio il suo dolore, il suo disagio. Questo è lo spartito che occorre suonare, il pentagramma che si deve conoscere. E’ Dio Il compositore di questa musica armoniosa che si chiama compassione. Lui ne ha avuta, anche se non gli è stata richiesta. Il miracolo della risurrezione del figlio della vedova di Nain, non è stato richiesto. Gesù l’ha compiuto. Ha ridisegnato la gioia sul viso della vedova e a riempito il suo cuore di consolazione.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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