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«Vi do la mia pace»: cosa significano queste parole di Gesù?

Risponde il Teologo

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«Qual è la pace che Gesù ci dona», «come non la dà il mondo», chiede una lettrice. Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

In questi giorni in cui si sente parlare di bombardamenti e guerre, mi sono venute in mente le parole di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». Mi chiedo: cosa significano esattamente queste parole? Qual è la pace che Gesù ci dona, e in cosa si differenza da quella che possiamo trovare nel mondo? E perché da allora il mondo non ha mai trovato pace?

Rossella Cantini

È probabile che ascoltando la parola pace intendiamo un situazione di non guerra o di fine guerra, uno stato di tranquillità e di benessere, che tuttavia non corrisponde esattamente al senso della parola ebraica, shalom, utilizzata nel contesto biblico, dove ha un significato più complesso.

La pace – shalom – di Gesù è prima di tutto un Suo dono, non è mai una conquista dell’uomo, è l’offerta della vita che si articola in un sistema di relazioni con Lui, Dio, con se stessi, con le creature e con la creazione all’insegna della completezza e della perfezione. È la possibilità di sperimentare la misericordia, il perdono e la benevolenza di Dio che ci rende capaci a nostra volta di vivere in relazione con gli altri donando se stessi attraverso l’esercizio della carità e il rifiuto di ogni forma di oppressione. In questo senso la pace di Dio come dono è inseparabile dall’essere costruttori e testimoni di pace (Mt 5,9).

Al riguardo già 55 anni fa, l’11 aprile del 1963, Pacem in terris iniziava la sua riflessione affermando che: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (n.1). Essa infatti, «lungi dall’essere una costruzione umana, è un sommo dono divino offerto a tutti gli uomini, che comporta l’obbedienza al piano di Dio» (CDSC 489). In questo senso la pace è il traguardo della convivenza sociale espressamente prospettato dai profeti, che intravedono il recarsi di tutti i popoli nella casa del Signore dove Egli indicherà loro le Sue vie ed essi potranno camminare lungo i sentieri della pace (cf. Is 2,2-5).

La promessa di pace, che percorre tutto l’Antico Testamento, trova il suo compimento nella Persona di Gesù, «la nostra pace» (Ef 2,14). Congedandosi dai suoi prima della passione, Gesù lascia loro la sua pace (Gv 14,27) e poi, da risorto, ribadisce ancora il suo dono: «Pace a voi!» (Lc 24,36; Gv 20,19.21.26). Essa è prima di tutto la riconciliazione con il Padre, cui segue e da cui dipende la riconciliazione con i fratelli (cf. Mt 6,12).

Alla luce di questa consapevolezza, San Paolo indica la ragione radicale che spinge i cristiani ad una vita e ad una missione di pace proprio nel fatto che Gesù ha abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia tra gli uomini, riconciliandoli con Dio (cf. Ef 2,14-16). Tale riconciliazione definisce le modalità dell’essere «operatori di pace» (Mt 5,9), per cui la pace non è semplicemente assenza di guerra e neppure uno stabile equilibrio tra forze avversarie (cf. GS 78), ma si fonda su una corretta concezione della persona umana e richiede l’edificazione di un ordine secondo giustizia e carità (Cf. CA 51).

La pace è frutto della giustizia (cf. Is 32,17) quando l’uomo è impegnato a rispettare tutte le dimensioni della persona umana, quando le riconosce ciò che gli è dovuto in quanto tale, quando viene custodita la sua dignità e quando la convivenza è orientata verso il bene comune. In breve quando l’uomo è impegnato nella difesa e nella promozione dei diritti umani (CDSC 494). La giustizia poi è inseparabile dalla carità perché alla giustizia, misura minima della carità (cf. CV 6), «spetta solo rimuovere gli impedimenti della pace: l’offesa e il danno; ma la pace stessa è atto proprio e specifico di carità» (CDSC 494).

Per questo la pace si costruisce giorno per giorno nella ricerca dell’ordine voluto da Dio (PP 76) e può fiorire solo quando tutti riconoscono le proprie responsabilità nella sua promozione. In questo senso, tale ideale di pace «non si può ottenere se non è messo al sicuro il bene delle persone e gli uomini con fiducia non si scambiano spontaneamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno» (GS 78).

Il mondo da sempre, e forse oggi più che mai, ha bisogno dell’opera dei costruttori di pace, purtroppo oggetto di scherno in ogni epoca. Non a caso osservava S. Agostino che: «La vita del cristiano è un cammino fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (De Civitate Dei XVIII, 51), perché solo un impegno che si radica nella croce, disponibile ad affrontare le molte tribolazioni quotidiane della vita guidato dalla carità, può offrire un valido contributo alla costruzione della pace, che non è la pace del mondo (Cf. Gv 14,27). La pace del mondo infatti, è piuttosto la tranquillità che dipende dalle proprie sicurezze, chiusa in un orizzonte incapace di trascendenza e per questo chiusa ad accogliere il dono della pace di Gesù.

Leonardo Salutati

Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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«Vi do la mia pace»: cosa significano queste parole di Gesù?

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«Qual è la pace che Gesù ci dona», «come non la dà il mondo», chiede una lettrice. Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

In questi giorni in cui si sente parlare di bombardamenti e guerre, mi sono venute in mente le parole di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». Mi chiedo: cosa significano esattamente queste parole? Qual è la pace che Gesù ci dona, e in cosa si differenza da quella che possiamo trovare nel mondo? E perché da allora il mondo non ha mai trovato pace?

Rossella Cantini

È probabile che ascoltando la parola pace intendiamo un situazione di non guerra o di fine guerra, uno stato di tranquillità e di benessere, che tuttavia non corrisponde esattamente al senso della parola ebraica, shalom, utilizzata nel contesto biblico, dove ha un significato più complesso.

La pace – shalom – di Gesù è prima di tutto un Suo dono, non è mai una conquista dell’uomo, è l’offerta della vita che si articola in un sistema di relazioni con Lui, Dio, con se stessi, con le creature e con la creazione all’insegna della completezza e della perfezione. È la possibilità di sperimentare la misericordia, il perdono e la benevolenza di Dio che ci rende capaci a nostra volta di vivere in relazione con gli altri donando se stessi attraverso l’esercizio della carità e il rifiuto di ogni forma di oppressione. In questo senso la pace di Dio come dono è inseparabile dall’essere costruttori e testimoni di pace (Mt 5,9).

Al riguardo già 55 anni fa, l’11 aprile del 1963, Pacem in terris iniziava la sua riflessione affermando che: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (n.1). Essa infatti, «lungi dall’essere una costruzione umana, è un sommo dono divino offerto a tutti gli uomini, che comporta l’obbedienza al piano di Dio» (CDSC 489). In questo senso la pace è il traguardo della convivenza sociale espressamente prospettato dai profeti, che intravedono il recarsi di tutti i popoli nella casa del Signore dove Egli indicherà loro le Sue vie ed essi potranno camminare lungo i sentieri della pace (cf. Is 2,2-5).

La promessa di pace, che percorre tutto l’Antico Testamento, trova il suo compimento nella Persona di Gesù, «la nostra pace» (Ef 2,14). Congedandosi dai suoi prima della passione, Gesù lascia loro la sua pace (Gv 14,27) e poi, da risorto, ribadisce ancora il suo dono: «Pace a voi!» (Lc 24,36; Gv 20,19.21.26). Essa è prima di tutto la riconciliazione con il Padre, cui segue e da cui dipende la riconciliazione con i fratelli (cf. Mt 6,12).

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La pace è frutto della giustizia (cf. Is 32,17) quando l’uomo è impegnato a rispettare tutte le dimensioni della persona umana, quando le riconosce ciò che gli è dovuto in quanto tale, quando viene custodita la sua dignità e quando la convivenza è orientata verso il bene comune. In breve quando l’uomo è impegnato nella difesa e nella promozione dei diritti umani (CDSC 494). La giustizia poi è inseparabile dalla carità perché alla giustizia, misura minima della carità (cf. CV 6), «spetta solo rimuovere gli impedimenti della pace: l’offesa e il danno; ma la pace stessa è atto proprio e specifico di carità» (CDSC 494).

Per questo la pace si costruisce giorno per giorno nella ricerca dell’ordine voluto da Dio (PP 76) e può fiorire solo quando tutti riconoscono le proprie responsabilità nella sua promozione. In questo senso, tale ideale di pace «non si può ottenere se non è messo al sicuro il bene delle persone e gli uomini con fiducia non si scambiano spontaneamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno» (GS 78).

Il mondo da sempre, e forse oggi più che mai, ha bisogno dell’opera dei costruttori di pace, purtroppo oggetto di scherno in ogni epoca. Non a caso osservava S. Agostino che: «La vita del cristiano è un cammino fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (De Civitate Dei XVIII, 51), perché solo un impegno che si radica nella croce, disponibile ad affrontare le molte tribolazioni quotidiane della vita guidato dalla carità, può offrire un valido contributo alla costruzione della pace, che non è la pace del mondo (Cf. Gv 14,27). La pace del mondo infatti, è piuttosto la tranquillità che dipende dalle proprie sicurezze, chiusa in un orizzonte incapace di trascendenza e per questo chiusa ad accogliere il dono della pace di Gesù.

Leonardo Salutati

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