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Vescovi e comunità: lezioni dalla storia

Non ci rendiamo conto che in cose molto importanti la cultura e la società cambiano ad una velocità che la Chiesa non è capace di seguire?

- Advertisement -
di: José María Castillo

Non ci rendiamo conto che in cose molto importanti la cultura e la società cambiano ad una velocità che la Chiesa non è capace di seguire? È un fatto, per esempio, che ci sono preti giovani che guardano più al passato che si accorda con le loro idee conservatrici che al futuro che li interpella.

Più di quaranta anni fa insegnavo ai miei alunni che nel secolo III (nell’autunno del 254) i cristiani della Spagna romana presentarono al vescovo Cipriano (il più importante di allora, sebbene stesse a Cartagine) un problema complicato. Tale problema consisteva nel fatto che i fedeli di due diocesi spagnole (León-Astorga e Merida) si erano accorti che i loro vescovi non avevano dato la dovuta testimonianza della loro fede durante una persecuzione dell’imperatore Decio. E davanti all’esempio scandaloso dei loro vescovi quei fedeli presero la decisione (oggi impensabile) di rimuovere i vescovi, allontanarli e deporli dalle loro cariche.

In quel tempo i cristiani si sentivano responsabili delle loro diocesi e non tolleravano lo scandalo di vescovi che non erano capaci di confessare la loro fede in Gesù Cristo, quando si vedevano minacciati. Stando così le cose, i cristiani si rivolsero al vescovo più apprezzato ed esemplare di allora, che era Cipriano di Cartagine.

Ma tutto questo si complicò quando uno dei vescovi deposti, un tale Basilide, ricorse a papa Stefano, vescovo di Roma. Ma si servì di un’informazione manipolata, nella quale la questione era presentata come a Basilide conveniva. Con questo la questione si complicò e questo spinse i cristiani della Spagna romana a ricorrere al vescovo Cipriano, il più apprezzato e rispettato della Chiesa di allora.

Cipriano convocò un concilio, le cui decisioni ci sono giunte nella Epistola 67 di Cipriano, che è firmata da 37 vescovi che parteciparono a quel sinodo. Questa soluzione per un conflitto locale era perfettamente accettata nel sec. III.

Ebbene, in quel sinodo locale si presero tre decisioni, che figurano nella lettera citata: (1) Il popolo ha il potere di eleggere i suoi ministri, in particolare il vescovo: «Vediamo infatti che ha origine divina l’elezione del vescovo alla presenza del popolo fedele, sotto gli occhi di tutti … Dio ordina che di fronte all’assemblea si elegga il vescovo» (Epist. 67, IV, 1-2). (2) Il popolo ha il potere di rimuovere il vescovo indegno: «Per questo il popolo (…) deve allontanarsi dal vescovo peccatore e non mescolarsi al sacrificio di un vescovo sacrilego, soprattutto quando ha il potere di eleggere vescovi degni o di rifiutare quelli indegni» (Epist. 67, III, 2). (3) Persino il ricorso a Roma non deve cambiare la situazione, quando non è stato fatto con verità e sincerità: «Un’ordinazione regolare (quella di Sabino, successore di Basilide, ndt) non può essere invalidata dal fatto che Basilide (…) sia andato a Roma e dal nostro collega Stefano (che, per il fatto di stare lontano dal luogo dove sono avvenuti i fatti, li conosce male) abbia ottenuto di essere ingiustamente riabilitato nella dignità episcopale, dalla quale è stato regolarmente deposto» (Epist. 67, V, 3).

Emerge quindi con chiarezza che la Chiesa del sec. III aveva una mentalità secondo la quale la Chiesa consisteva più nella comunità che nel clero. Questo non significava attentare contro i diritti del clero, ma semplicemente riconoscere il ruolo che svolgeva e i diritti che aveva la comunità dei fedeli.

Ebbene, se la Chiesa dei primi secoli si comportava ed era gestita in questo modo, perché con il passare dei secoli si è tolto alla comunità dei fedeli un diritto che ha avuto alle sue origini più antiche e originali?

E sia chiaro che, nel porre questa domanda, non si tratta in alcun modo di limitare i diritti e i poteri del vescovo di Roma. Si tratta proprio del contrario. A noi deve importare maggiormente quello che desidera di più l’attuale papa, Francesco: recuperare la dignità, l’autorità e la grandezza di un papa che non desidera e non vuole poteri e grandezza, ma una Chiesa nella quale tutti i fedeli cristiani sentano e vivano come un problema di tutti quello che a tutti noi restituirà la forza evangelica di una Chiesa, che non vuole grandezze umane, ma l’efficacia evangelica della comunità dei seguaci di Gesù il Signore.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Non ci rendiamo conto che in cose molto importanti la cultura e la società cambiano ad una velocità che la Chiesa non è capace di seguire? È un fatto, per esempio, che ci sono preti giovani che guardano più al passato che si accorda con le loro idee conservatrici che al futuro che li interpella.

Più di quaranta anni fa insegnavo ai miei alunni che nel secolo III (nell’autunno del 254) i cristiani della Spagna romana presentarono al vescovo Cipriano (il più importante di allora, sebbene stesse a Cartagine) un problema complicato. Tale problema consisteva nel fatto che i fedeli di due diocesi spagnole (León-Astorga e Merida) si erano accorti che i loro vescovi non avevano dato la dovuta testimonianza della loro fede durante una persecuzione dell’imperatore Decio. E davanti all’esempio scandaloso dei loro vescovi quei fedeli presero la decisione (oggi impensabile) di rimuovere i vescovi, allontanarli e deporli dalle loro cariche.

In quel tempo i cristiani si sentivano responsabili delle loro diocesi e non tolleravano lo scandalo di vescovi che non erano capaci di confessare la loro fede in Gesù Cristo, quando si vedevano minacciati. Stando così le cose, i cristiani si rivolsero al vescovo più apprezzato ed esemplare di allora, che era Cipriano di Cartagine.

Ma tutto questo si complicò quando uno dei vescovi deposti, un tale Basilide, ricorse a papa Stefano, vescovo di Roma. Ma si servì di un’informazione manipolata, nella quale la questione era presentata come a Basilide conveniva. Con questo la questione si complicò e questo spinse i cristiani della Spagna romana a ricorrere al vescovo Cipriano, il più apprezzato e rispettato della Chiesa di allora.

Cipriano convocò un concilio, le cui decisioni ci sono giunte nella Epistola 67 di Cipriano, che è firmata da 37 vescovi che parteciparono a quel sinodo. Questa soluzione per un conflitto locale era perfettamente accettata nel sec. III.

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Ebbene, in quel sinodo locale si presero tre decisioni, che figurano nella lettera citata: (1) Il popolo ha il potere di eleggere i suoi ministri, in particolare il vescovo: «Vediamo infatti che ha origine divina l’elezione del vescovo alla presenza del popolo fedele, sotto gli occhi di tutti … Dio ordina che di fronte all’assemblea si elegga il vescovo» (Epist. 67, IV, 1-2). (2) Il popolo ha il potere di rimuovere il vescovo indegno: «Per questo il popolo (…) deve allontanarsi dal vescovo peccatore e non mescolarsi al sacrificio di un vescovo sacrilego, soprattutto quando ha il potere di eleggere vescovi degni o di rifiutare quelli indegni» (Epist. 67, III, 2). (3) Persino il ricorso a Roma non deve cambiare la situazione, quando non è stato fatto con verità e sincerità: «Un’ordinazione regolare (quella di Sabino, successore di Basilide, ndt) non può essere invalidata dal fatto che Basilide (…) sia andato a Roma e dal nostro collega Stefano (che, per il fatto di stare lontano dal luogo dove sono avvenuti i fatti, li conosce male) abbia ottenuto di essere ingiustamente riabilitato nella dignità episcopale, dalla quale è stato regolarmente deposto» (Epist. 67, V, 3).

Emerge quindi con chiarezza che la Chiesa del sec. III aveva una mentalità secondo la quale la Chiesa consisteva più nella comunità che nel clero. Questo non significava attentare contro i diritti del clero, ma semplicemente riconoscere il ruolo che svolgeva e i diritti che aveva la comunità dei fedeli.

Ebbene, se la Chiesa dei primi secoli si comportava ed era gestita in questo modo, perché con il passare dei secoli si è tolto alla comunità dei fedeli un diritto che ha avuto alle sue origini più antiche e originali?

E sia chiaro che, nel porre questa domanda, non si tratta in alcun modo di limitare i diritti e i poteri del vescovo di Roma. Si tratta proprio del contrario. A noi deve importare maggiormente quello che desidera di più l’attuale papa, Francesco: recuperare la dignità, l’autorità e la grandezza di un papa che non desidera e non vuole poteri e grandezza, ma una Chiesa nella quale tutti i fedeli cristiani sentano e vivano come un problema di tutti quello che a tutti noi restituirà la forza evangelica di una Chiesa, che non vuole grandezze umane, ma l’efficacia evangelica della comunità dei seguaci di Gesù il Signore.

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