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Veritatis gaudium alla prova

Teologia come laboratorio culturale.

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Nel 2017 papa Francesco ha pubblicato una Costituzione apostolica. Il titolo è Veritatis gaudium, la «gioia della verità». Detta in breve si tratta dell’ordinamento fondamentale delle università e facoltà ecclesiastiche, che a prima vista non sembra offrire nulla di particolarmente attraente: una introduzione, norme generali, norme particolari. Nel linguaggio giornalistico si direbbe: sorvolabile.

Dal punto di vista della teologia accademica, però, le cose stanno diversamente. Qui gli animi si scaldano nel dibattito intorno a questa Costituzione, poiché per i teologi e le teologhe ne va del loro ethos professionale. Dopo la lettura delle norme, nella discussione si sentono toni che vanno dal critico al preoccupato.

Teologia come laboratorio culturale

VG consiste in due parti. Nella sua introduzione papa Francesco abbozza una teologia che viene vista come un laboratorio culturale. Essa si deve porre le grandi questioni del nostro tempo, e se non lo facesse non corrisponderebbe al proprio compito.

La richiesta di un’apertura della teologia è ciò che caratterizza la prima parte della Costituzione. Le riflessioni del papa sono forse non omogenee, generano anche qualche critica, ma mostrano una comprensione della teologia accademica aperta al mondo come raramente si è visto tra i pontefici.

Quanto è veramente libera la teologia?

Le norme, invece, si muovono su un registro completamente differente. Parlano di una dipendenza delle istituzioni teologico-accademiche dalla Chiesa. Si introduce la necessità del nihil obstat per la nomina dei presidi di facoltà.

La Congregazione per l’educazione cattolica deve essere consultata per ogni modifica degli statuti e degli ordinamenti di studio delle facoltà. La lista delle norme è estremamente lunga e in primo piano spicca la volontà di controllare la teologia.

Un lettore critico si chiede fino a che punto la teologia sia davvero libera se essa deve sottostare a questa Costituzione.

Il Consiglio delle facoltà teologiche (tedesche), nel suo parere sulla Costituzione, ha giustamente lamentato il fatto che qui «viene stabilita per legge un’immagine superata di una teologia orientata unicamente a una “cultura dell’obbedienza”, regolata attraverso una fitta trama di norme, controllata rigorosamente dal magistero».

Quale sia la mentalità che sta dietro la Costituzione, viene rivelato da una formulazione che si trovava già nel precedente documento vaticano sul tema Sapientia christiana. Negli ordinamenti degli studi deve essere chiaro «che parimenti la vera libertà di ricerca poggia necessariamente sulla ferma adesione alla parola di Dio e su un atteggiamento d’ossequio verso il magistero della Chiesa, al quale è stato affidato il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio» (VG, 38 §1 2b).

 

Il contesto rende chiaro che «ossequio» qui è da prendere in senso letterale. Che una disciplina scientifica si contrassegni attraverso un «ossequio» davanti a qualcosa/qualcuno è già abbastanza strano. Che disciplina scientifica sarebbe? E la «vera libertà», come ha già fatto notare M. Möhring-Hesse, non deve forse essere intesa come limitazione della libertà accademica?

Una teologia ossequiosa, chiunque sia il destinatario di tale ossequio, è inaccettabile secondo i paradigmi attuali della comprensione scientifica e accademica; e, quindi, significherebbe l’uscita della teologia dal canone delle discipline accademiche.

Le facoltà teologiche e VG

L’assemblea annuale del Consiglio delle facoltà teologiche (Siegburg 31 gennaio – 2 febbraio) ha offerto l’occasione per discutere tali questioni con un ufficiale della Congregazione per l’educazione cattolica, p. F. Bechina, e con l’ex ambasciatrice tedesca presso la Santa Sede, A. Schavan.

Schavan è tra i curatori del volume recentemente pubblicato «Relevante Theologie. Veritatis gaudium – die kulturelle Revolution von Papst Franziskus» (Ostfildern 2019). I contributi di questo volume si rifanno quasi esclusivamente all‘introduzione del papa e non alle norme della seconda parte.

A Siegburg è stata articolata chiaramente la preoccupazione che nasce dalle norme e dal loro rapporto con l’introduzione. Solo una teologia che decide autonomamente sui suoi temi e sul confronto accademico può essere oggi all’altezza dei dibattiti scientifici e sociali, e contribuire quindi allo sviluppo ulteriore della dottrina ecclesiale (M. Heimbach-Steins).

G. Essen (Bochum) ha espresso come domanda centrale se il papa possa essersi realmente non accorto di aver firmato l’intera Costituzione, ossia anche la parte normativa, e se egli quindi si assuma la responsabilità per l’intero testo.

Problemi

Si sarebbe tentati di lasciare immediatamente da parte il documento, se non ci fossero due problemi. Il primo è che VG sarà per lungo tempo il documento ecclesiale di riferimento per quanto riguarda i corsi di studi teologici. Questo spinge a una più precisa e critica riflessione in merito.

Che cosa si è beccata la teologia con questa Costituzione? Si deve mettere mano a un decreto di attuazione che dovrà regolare il modo in cui la Costituzione può e deve essere applicata in Germania o nell’ambito linguistico tedesco.

Ma vi è anche un secondo problema: che cosa ha davvero validità? L’introduzione del papa o le norme?

La teologia desiderata

Secondo la prospettiva del papa lo studio della teologia deve sottostare a un aggiornamento, cosa che comporta più di qualche semplice ritocco qua e là. A partire dal Vangelo (sarebbe da chiarire cosa egli intenda con questa espressione), la teologia deve coinvolgersi nei dibattiti sulle grandi questioni del presente, ed essere anche chiamata in causa per ciò che riguarda il futuro della Chiesa.

La teologia deve lavorare come un laboratorio culturale ed esporsi senza mezzi termini alle sfide del presente. Nella sua introduzione, il papa si spinge così in là da parlare addirittura di un «radicale» cambio di paradigma e di una coraggiosa rivoluzione culturale nella teologia (VG 3).

La teologia non si deve isolare, ma piuttosto arrivare là «dove si formano i nuovi racconti e paradigmi» (VG 4b). Una splendida formulazione del papa: si può solo sperare che tutti coloro che in futuro dovranno scrivere delle valutazioni ecclesiastiche sui teologi e le teologhe la abbiano davvero letta.

La teologia deve cercare il dialogo con le altre discipline scientifiche e premurarsi di dare forma a una «cultura dell’incontro» (VG 4b). Quello che intende il papa è che la teologia deve attuarsi nel presente con tutti i suoi problemi, contraddizioni e opportunità.

Essa deve essere teologia nel presente e qui lottare per trovare risposte, ossia dove si dà effettivamente la domanda su Dio. Come ogni altra disciplina scientifica, la teologia sta nel suo tempo, deve corrispondere ai principi accademici del suo tempo, e pretendere per il proprio lavoro gli stessi presupposti liberali che valgono per le altre discipline.

Un tale teologia dovrebbe essere partner dialogico naturale per la Chiesa (come ha richiesto Ch. Cebulj). Ma questo non basta: i suoi partner di dialogo sono, allo stesso modo, le altre discipline scientifiche e una società che sta diventando sempre più plurale. Una teologia coartata ecclesiasticamente non sarebbe là dove «si formano i nuovi racconti e paradigmi».

Un pensiero magico?

Da un punto di vista della comprensione occidentale odierna delle discipline accademiche, e a partire dalla conoscenza di come funziona la «fabbrica scientifica», si possono sicuramente avanzare osservazioni critiche all’introduzione del papa. Il Vaticano stesso ha impedito che si potesse sviluppare una teologia rivolta e aperta al mondo come richiede oggi il papa.

Però bisogna comunque riconoscere che adesso, dal luogo ecclesiale più alto e autorevole, viene abbozzata l’immagine di una teologia aperta e libera. Una teologia che fa ricerca e insegna, come ogni altra disciplina scientifica, seguendo i propri presupposti ermeneutici, con una metodologia di cui essa stessa è responsabile e che può e deve chiaramente nominare.

In contrasto con ciò sta la minuziosa normazione della teologia accademica esposta nella seconda parte della Costituzione. Piroette ermeneutiche per leggere la seconda parte del documento a partire dalla prima non servono a nulla. Così non si dà alcun fondamento affidabile di lavoro.

Teologia: professione e vocazione

Chi si decide per la teologia accademica come professione deve poter lavorare liberamente per persuasione interiore. La Costituzione tocca un punto estremamente sensibile per i teologi e le teologhe: la lotta per quella libertà accademica che il papa, direttamente o indirettamente, richiede.

Il luogo della teologia accademica deve (o dovrebbe) essere quello dove vengono elaborati i paradigmi del presente. È questione dell’auto-rispetto dei teologi e delle teologhe cogliere l’occasione di VG per indicare quei presupposti necessari alla propria ricerca come al proprio insegnamento. La teologia accademica, come ogni altra disciplina scientifica, viene condotta con impegno e passione.

Si tratta di una «vocazione». Una tale teologia non può essere costretta dalla Chiesa ad astenersi da quei temi e da quelle domande con cui oggi l’accademia si deve confrontare – per quanto scomodi possano essere. La teologia deve trattare in tutta apertura tali questioni e offrire, coraggiosamente e allo stesso tempo, delle risposte.

Che l’introduzione del papa abbia riscosso così ampia risonanza mostra che qui si è colto qualcosa di importante, e che si fa vivo un interesse ecclesiale per una teologia aperta e per la sua libertà che è sovente mancato – e manca tuttora.

D’altro lato, teologi e teologhe che si sono mossi secondo questa libertà hanno avuto sempre di nuovo problemi all’interno della Chiesa. Questi due tratti non possono andare insieme.

All’assemblea del Consiglio delle facoltà teologiche tutti quelli che hanno preso la parola (con responsabilità nell’accademia, nelle Chiese locali o nella Curia romana) hanno espresso turbamento e critica.

Tutti hanno compreso i problemi abbozzati e hanno percepito le tensioni all’interno della Costituzione. Se questa critica complessiva e corale è pertinente e nessuno degli estensori vuole assumersene la responsabilità, allora i problemi devono essere cercati nel sistema – cosa che rende più difficile trovare una soluzione.

Trasparenza e istanze giudiziarie per casi conflittuali

Due cose possono certamente essere richieste: documenti come questo, che riguardano la teologia, necessitano di più trasparenza già nel loro nascere e poi anche nel corso del processo di configurazione finale; allo stesso modo hanno bisogno di coinvolgere competenze accademiche specifiche e conoscenze dei contesti di politica accademica.

La teologia è sempre contestuale, così ci si può chiedere se la Costituzione possa davvero regolare lo studio della teologia a livello mondiale. Ci voleva una discussione ampia prima della pubblicazione. La Conferenza federale degli assistenti accademici ha correttamente rimarcato che non ci si può fidare di un sistema in cui «da ultimo si dipende dalla benevolenza degli ufficiali e non da norme generali». Per casi conflittuali sono necessarie istanze giudiziarie indipendenti, a cui si possano rivolgere coloro che a causa del loro lavoro accademico hanno problemi con gli ufficiali di Curia.

Se queste istanze dovessero continuare a mancare, allora ogni discussione sulla libertà accademica della teologia è semplicemente vana.

 

Se si richiede una teologia aperta, capace di andare fino ai suoi limiti, allora vi deve corrispondere anche un’apertura spirituale nella Chiesa affinché non si giunga sempre di nuovo a conflitti limite tra mondo accademico e mondo ecclesiastico-istituzionale.

La gioia della verità deve valere da entrambe le parti.

Benedikt Kranemann è ordinario di liturgia presso la Facolta cattolica di teologia dell’Università di Erfurt e associate fellow al Max-Weber-Kolleg. Questo articolo è apparso in lingua tedesca sulla rivista online Feinschwarz – ringraziamo l’autore e la redazione di Feinschwarz per aver acconsentito alla pubblicazione in italiano su SettimanaNews nel quadro della collaborazione in atto tra le due riviste.

Veritatis gaudium – Cf. SettimanaNews

L. Prezzi, Intervista a mons. ZaniM. Neri, Sugli studi ecclesiasticiM. Ronconi, Cominciare da piccole cose

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Veritatis gaudium alla prova

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Dal punto di vista della teologia accademica, però, le cose stanno diversamente. Qui gli animi si scaldano nel dibattito intorno a questa Costituzione, poiché per i teologi e le teologhe ne va del loro ethos professionale. Dopo la lettura delle norme, nella discussione si sentono toni che vanno dal critico al preoccupato.

Teologia come laboratorio culturale

VG consiste in due parti. Nella sua introduzione papa Francesco abbozza una teologia che viene vista come un laboratorio culturale. Essa si deve porre le grandi questioni del nostro tempo, e se non lo facesse non corrisponderebbe al proprio compito.

La richiesta di un’apertura della teologia è ciò che caratterizza la prima parte della Costituzione. Le riflessioni del papa sono forse non omogenee, generano anche qualche critica, ma mostrano una comprensione della teologia accademica aperta al mondo come raramente si è visto tra i pontefici.

Quanto è veramente libera la teologia?

Le norme, invece, si muovono su un registro completamente differente. Parlano di una dipendenza delle istituzioni teologico-accademiche dalla Chiesa. Si introduce la necessità del nihil obstat per la nomina dei presidi di facoltà.

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Un lettore critico si chiede fino a che punto la teologia sia davvero libera se essa deve sottostare a questa Costituzione.

Il Consiglio delle facoltà teologiche (tedesche), nel suo parere sulla Costituzione, ha giustamente lamentato il fatto che qui «viene stabilita per legge un’immagine superata di una teologia orientata unicamente a una “cultura dell’obbedienza”, regolata attraverso una fitta trama di norme, controllata rigorosamente dal magistero».

Quale sia la mentalità che sta dietro la Costituzione, viene rivelato da una formulazione che si trovava già nel precedente documento vaticano sul tema Sapientia christiana. Negli ordinamenti degli studi deve essere chiaro «che parimenti la vera libertà di ricerca poggia necessariamente sulla ferma adesione alla parola di Dio e su un atteggiamento d’ossequio verso il magistero della Chiesa, al quale è stato affidato il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio» (VG, 38 §1 2b).

 

Il contesto rende chiaro che «ossequio» qui è da prendere in senso letterale. Che una disciplina scientifica si contrassegni attraverso un «ossequio» davanti a qualcosa/qualcuno è già abbastanza strano. Che disciplina scientifica sarebbe? E la «vera libertà», come ha già fatto notare M. Möhring-Hesse, non deve forse essere intesa come limitazione della libertà accademica?

Una teologia ossequiosa, chiunque sia il destinatario di tale ossequio, è inaccettabile secondo i paradigmi attuali della comprensione scientifica e accademica; e, quindi, significherebbe l’uscita della teologia dal canone delle discipline accademiche.

Le facoltà teologiche e VG

L’assemblea annuale del Consiglio delle facoltà teologiche (Siegburg 31 gennaio – 2 febbraio) ha offerto l’occasione per discutere tali questioni con un ufficiale della Congregazione per l’educazione cattolica, p. F. Bechina, e con l’ex ambasciatrice tedesca presso la Santa Sede, A. Schavan.

Schavan è tra i curatori del volume recentemente pubblicato «Relevante Theologie. Veritatis gaudium – die kulturelle Revolution von Papst Franziskus» (Ostfildern 2019). I contributi di questo volume si rifanno quasi esclusivamente all‘introduzione del papa e non alle norme della seconda parte.

A Siegburg è stata articolata chiaramente la preoccupazione che nasce dalle norme e dal loro rapporto con l’introduzione. Solo una teologia che decide autonomamente sui suoi temi e sul confronto accademico può essere oggi all’altezza dei dibattiti scientifici e sociali, e contribuire quindi allo sviluppo ulteriore della dottrina ecclesiale (M. Heimbach-Steins).

G. Essen (Bochum) ha espresso come domanda centrale se il papa possa essersi realmente non accorto di aver firmato l’intera Costituzione, ossia anche la parte normativa, e se egli quindi si assuma la responsabilità per l’intero testo.

Problemi

Si sarebbe tentati di lasciare immediatamente da parte il documento, se non ci fossero due problemi. Il primo è che VG sarà per lungo tempo il documento ecclesiale di riferimento per quanto riguarda i corsi di studi teologici. Questo spinge a una più precisa e critica riflessione in merito.

Che cosa si è beccata la teologia con questa Costituzione? Si deve mettere mano a un decreto di attuazione che dovrà regolare il modo in cui la Costituzione può e deve essere applicata in Germania o nell’ambito linguistico tedesco.

Ma vi è anche un secondo problema: che cosa ha davvero validità? L’introduzione del papa o le norme?

La teologia desiderata

Secondo la prospettiva del papa lo studio della teologia deve sottostare a un aggiornamento, cosa che comporta più di qualche semplice ritocco qua e là. A partire dal Vangelo (sarebbe da chiarire cosa egli intenda con questa espressione), la teologia deve coinvolgersi nei dibattiti sulle grandi questioni del presente, ed essere anche chiamata in causa per ciò che riguarda il futuro della Chiesa.

La teologia deve lavorare come un laboratorio culturale ed esporsi senza mezzi termini alle sfide del presente. Nella sua introduzione, il papa si spinge così in là da parlare addirittura di un «radicale» cambio di paradigma e di una coraggiosa rivoluzione culturale nella teologia (VG 3).

La teologia non si deve isolare, ma piuttosto arrivare là «dove si formano i nuovi racconti e paradigmi» (VG 4b). Una splendida formulazione del papa: si può solo sperare che tutti coloro che in futuro dovranno scrivere delle valutazioni ecclesiastiche sui teologi e le teologhe la abbiano davvero letta.

La teologia deve cercare il dialogo con le altre discipline scientifiche e premurarsi di dare forma a una «cultura dell’incontro» (VG 4b). Quello che intende il papa è che la teologia deve attuarsi nel presente con tutti i suoi problemi, contraddizioni e opportunità.

Essa deve essere teologia nel presente e qui lottare per trovare risposte, ossia dove si dà effettivamente la domanda su Dio. Come ogni altra disciplina scientifica, la teologia sta nel suo tempo, deve corrispondere ai principi accademici del suo tempo, e pretendere per il proprio lavoro gli stessi presupposti liberali che valgono per le altre discipline.

Un tale teologia dovrebbe essere partner dialogico naturale per la Chiesa (come ha richiesto Ch. Cebulj). Ma questo non basta: i suoi partner di dialogo sono, allo stesso modo, le altre discipline scientifiche e una società che sta diventando sempre più plurale. Una teologia coartata ecclesiasticamente non sarebbe là dove «si formano i nuovi racconti e paradigmi».

Un pensiero magico?

Da un punto di vista della comprensione occidentale odierna delle discipline accademiche, e a partire dalla conoscenza di come funziona la «fabbrica scientifica», si possono sicuramente avanzare osservazioni critiche all’introduzione del papa. Il Vaticano stesso ha impedito che si potesse sviluppare una teologia rivolta e aperta al mondo come richiede oggi il papa.

Però bisogna comunque riconoscere che adesso, dal luogo ecclesiale più alto e autorevole, viene abbozzata l’immagine di una teologia aperta e libera. Una teologia che fa ricerca e insegna, come ogni altra disciplina scientifica, seguendo i propri presupposti ermeneutici, con una metodologia di cui essa stessa è responsabile e che può e deve chiaramente nominare.

In contrasto con ciò sta la minuziosa normazione della teologia accademica esposta nella seconda parte della Costituzione. Piroette ermeneutiche per leggere la seconda parte del documento a partire dalla prima non servono a nulla. Così non si dà alcun fondamento affidabile di lavoro.

Teologia: professione e vocazione

Chi si decide per la teologia accademica come professione deve poter lavorare liberamente per persuasione interiore. La Costituzione tocca un punto estremamente sensibile per i teologi e le teologhe: la lotta per quella libertà accademica che il papa, direttamente o indirettamente, richiede.

Il luogo della teologia accademica deve (o dovrebbe) essere quello dove vengono elaborati i paradigmi del presente. È questione dell’auto-rispetto dei teologi e delle teologhe cogliere l’occasione di VG per indicare quei presupposti necessari alla propria ricerca come al proprio insegnamento. La teologia accademica, come ogni altra disciplina scientifica, viene condotta con impegno e passione.

Si tratta di una «vocazione». Una tale teologia non può essere costretta dalla Chiesa ad astenersi da quei temi e da quelle domande con cui oggi l’accademia si deve confrontare – per quanto scomodi possano essere. La teologia deve trattare in tutta apertura tali questioni e offrire, coraggiosamente e allo stesso tempo, delle risposte.

Che l’introduzione del papa abbia riscosso così ampia risonanza mostra che qui si è colto qualcosa di importante, e che si fa vivo un interesse ecclesiale per una teologia aperta e per la sua libertà che è sovente mancato – e manca tuttora.

D’altro lato, teologi e teologhe che si sono mossi secondo questa libertà hanno avuto sempre di nuovo problemi all’interno della Chiesa. Questi due tratti non possono andare insieme.

All’assemblea del Consiglio delle facoltà teologiche tutti quelli che hanno preso la parola (con responsabilità nell’accademia, nelle Chiese locali o nella Curia romana) hanno espresso turbamento e critica.

Tutti hanno compreso i problemi abbozzati e hanno percepito le tensioni all’interno della Costituzione. Se questa critica complessiva e corale è pertinente e nessuno degli estensori vuole assumersene la responsabilità, allora i problemi devono essere cercati nel sistema – cosa che rende più difficile trovare una soluzione.

Trasparenza e istanze giudiziarie per casi conflittuali

Due cose possono certamente essere richieste: documenti come questo, che riguardano la teologia, necessitano di più trasparenza già nel loro nascere e poi anche nel corso del processo di configurazione finale; allo stesso modo hanno bisogno di coinvolgere competenze accademiche specifiche e conoscenze dei contesti di politica accademica.

La teologia è sempre contestuale, così ci si può chiedere se la Costituzione possa davvero regolare lo studio della teologia a livello mondiale. Ci voleva una discussione ampia prima della pubblicazione. La Conferenza federale degli assistenti accademici ha correttamente rimarcato che non ci si può fidare di un sistema in cui «da ultimo si dipende dalla benevolenza degli ufficiali e non da norme generali». Per casi conflittuali sono necessarie istanze giudiziarie indipendenti, a cui si possano rivolgere coloro che a causa del loro lavoro accademico hanno problemi con gli ufficiali di Curia.

Se queste istanze dovessero continuare a mancare, allora ogni discussione sulla libertà accademica della teologia è semplicemente vana.

 

Se si richiede una teologia aperta, capace di andare fino ai suoi limiti, allora vi deve corrispondere anche un’apertura spirituale nella Chiesa affinché non si giunga sempre di nuovo a conflitti limite tra mondo accademico e mondo ecclesiastico-istituzionale.

La gioia della verità deve valere da entrambe le parti.

Benedikt Kranemann è ordinario di liturgia presso la Facolta cattolica di teologia dell’Università di Erfurt e associate fellow al Max-Weber-Kolleg. Questo articolo è apparso in lingua tedesca sulla rivista online Feinschwarz – ringraziamo l’autore e la redazione di Feinschwarz per aver acconsentito alla pubblicazione in italiano su SettimanaNews nel quadro della collaborazione in atto tra le due riviste.

Veritatis gaudium – Cf. SettimanaNews

L. Prezzi, Intervista a mons. ZaniM. Neri, Sugli studi ecclesiasticiM. Ronconi, Cominciare da piccole cose

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