Ecco il verbale segreto dell’incontro fra Paolo VI e Lefebvre

La controversia scismatica dei Lefebvriani.


0

+100%-

 
Pubblicata nel libro di padre Sapienza la trascrizione del colloquio dell’11 settembre 1976 tra il vescovo tradizionalista e Montini. Documento utile per leggere certe dinamiche interne alla Chiesa di oggi.
 

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Forse c’è stato qualcosa di non appropriato nelle mie parole, nei miei scritti; ma non ho voluto mai raggiungere la vostra persona, non ne ho mai avuto l’intenzione… Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa». «Non è vero. Le è stato detto e scritto tante volte che lei sbagliava e perché sbagliava. Lei non ha voluto mai ascoltare… Lei lo ha detto e lo ha scritto. Sarei un Papa modernista. Applicando un Concilio Ecumenico, io tradirei la Chiesa. Lei comprende che, se fosse così, dovrei dare le dimissioni; ed invitare Lei a prendere il mio posto a dirigere la Chiesa». 

  
È un documento drammatico, trascritto a macchina in lingua italiana con inserti in lingua francese. Papa Montini l’11 settembre 1976 ricevette a Castel Gandolfo l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, capo della Fraternità San Pio X e grande contestatore del Concilio. Il verbalizzante d’eccezione, che Paolo VI volle presente all’udienza insieme al suo segretario particolare don Pasquale Macchi, era il Sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Benelli (che pochi mesi dopo sarebbe stato promosso arcivescovo di Firenze e creato cardinale): un assistente d’eccezione, che dieci anni prima era stato pro-nunzio in Senegal, dove fino a pochi anni prima era stato vescovo missionario il prelato francese. La trascrizione di quel colloquio – tra il Papa che aveva condotto a termine il Concilio e aveva promulgato la riforma liturgica, e il vescovo ribelle che sfidava l’autorità del Pontefice – viene pubblicata ora nel libro “La barca di Paolo” scritto dal reggente della Casa Pontificia, padre Leonardo Sapienza. 
  
Parolin: “Paolo VI, grande riformatore della diplomazia pontificia”

 
Prima di affrontare i passi salienti del colloquio vale la pena ricordare che Giovanni Battista Montini e Marcel Lefebvre si conoscevano da tempo. Negli archivi della diocesi di Milano c’è una lettera indirizzata dal prelato francese all’allora arcivescovo ambrosiano riguardante i problemi missionari dell’episcopato africano. Montini aveva risposto «compiacendosi per l’azione apostolica» di Lefebvre. Inoltre, sia il cardinale Montini che Lefebvre avevano preso parte ai lavori della Commissione centrale preparatoria del concilio. Durante il Vaticano II, Lefebvre è uno dei protagonisti della minoranza conservatrice raccolta attorno al coetus internationalis patrum. È in prima fila nella lotta contro la collegialità, nel chiedere la condanna del comunismo e nella lotta accanita contro la libertà religiosa, diritto che il Concilio sancirà con la dichiarazione Dignitatis humanae. Va però ricordato che l’arcivescovo francese aveva apposto la sua firma sotto la Costituzione conciliare sulla liturgia ma anche sotto la stessa dichiarazione sulla libertà religiosa. Così come va ricordato che Lefebvre aveva celebrato la messa del 1965, contenente le prime riforme sperimentali introdotte dal consilium guidato dal cardinale Giacomo Lercaro e dall’allora padre Annibale Bugnini. 
  
Dopo aver lasciato la carica di superiore della sua congregazione, Lefebvre fonda nel 1970 la Fraternità sacerdotale San Pio X, con un proprio seminario a Ecône, nella diocesi svizzera di Friburgo e con il riconoscimento del vescovo diocesano, François Charrière. La Fraternità rifiuta di celebrare secondo il nuovo messale romano, e nel 1974 l’arcivescovo definisce «novità distruttrici della Chiesa» quelle introdotte dal Vaticano II. Pierre Mamie, il vescovo succeduto a Charrière, in stretto accordo con la Conferenza episcopale svizzera e il Vaticano, ritira il riconoscimento canonico al seminario di Ecône chiedendone la chiusura. 
  
La Santa Sede cerca di dialogare con Lefebvre: il Papa istituisce una commissione per ascoltare le istanze del prelato, della quale fanno parte i cardinali Garrone, prefetto dell’educazione cattolica, John Joseph Wright, prefetto del clero, e Arturo Tabera Araoz, prefetto dei religiosi. Nel 1975, Roma intima a Lefebvre di chiudere il seminario di Ecône e di non procedere con nuove ordinazioni sacerdotali. Per tre volte Paolo VI scrive all’arcivescovo e invia prelati di sua fiducia a visitare la sede dei tradizionalisti. Ma dopo l’ennesimo rifiuto, Lefebvre viene sospeso a divinis , cioè dai diritti e doveri derivanti dal sacerdozio e l’episcopato. Non può più celebrare. Ciononostante, nell’agosto di quell’anno, presiede lo stesso la messa che gli era stata ormai proibita davanti a diecimila fedeli e quattrocento giornalisti, ottenendone un’enorme risonanza mediatica. Nel settembre 1976 Lefebvre è ricevuto in udienza da Papa Montini a Castel Gandolfo. 
  
L’incontro, si legge nel verbale ora pubblicato, dura poco più di mezz’ora, dalle 10.27 alle 11.05. La trascrizione dattiloscritta riempie otto facciate. «Sua Santità ha incaricato il Sostituto di verbalizzare la Sua conversazione con Mons. Lefebvre: se, durante il colloquio, avesse ritenuto opportuno un suo intervento, gli avrebbe fatto cenno». Ma non c’è traccia di interventi di Benelli. Nonostante la presenza dei due testimoni, il Sostituto e don Macchi, il dialogo si svolge sempre tra il Papa e Lefebvre, alternando italiano e francese. 
  
«Spero di avere davanti a me un fratello, un figlio, un amico. Purtroppo, la posizione da Lei presa è quella di un antipapa – esordisce Paolo VI – Che devo dire? Ella non ha consentito alcuna misura nelle sue parole, nei suoi atti, nel suo comportamento. Non si è rifiutato di venire da me. Ed io sarei felice di poter risolvere un caso tanto penoso. Ascolterò; e la inviterò a riflettere. So di essere un uomo povero. Ma qui non è la persona che è in gioco: è il Papa. E Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…». 
  
Lefebvre si difende dicendo che non era sua intenzione attaccare la persona del Papa, ammette: «Forse c’è stato qualcosa di non appropriato nelle mie parole, nei miei scritti». Aggiunge di non essere solo, ma di avere «con sé dei Vescovi, dei preti, numerosi fedeli». Afferma che «la situazione nella Chiesa dopo il Concilio» è «tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento» sono i fedeli «che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa». 
  
Paolo VI interviene per smentire: «Non è vero. Le è stato detto e scritto tante volte che lei sbagliava e perché sbagliava. Lei non ha voluto mai ascoltare. Continui pure il suo esposto». Lefebvre riprende: «Molti sacerdoti e molti fedeli pensano che è difficile accettare le tendenze che si sono fatte giorno dopo (sic! Così appare nella trascrizione, ndr) il Concilio Ecumenico Vaticano II, sopra la liturgia, sulla libertà religiosa, sulla formazione dei sacerdoti, sulle relazioni della Chiesa con gli Stati cattolici, sulle relazioni della Chiesa con i protestanti. Non si vede come quanto si afferma sia conforme alla sana Tradizione della Chiesa. E, ripeto, non sono solo a pensarlo. C’è tanta gente che la pensa così. Gente che si aggrappa a me e mi spinge, spesso contro la mia volontà, a non lasciarli… A Lille, per esempio, non sono stato io a voler fare quella manifestazione…».  
  
«Ma che cosa dice?», lo interrompe Papa Montini. «Non sono io… è la televisione», balbetta Lefebvre per difendersi. «Ma la televisione – replica Paolo VI, che si dimostra bene informato su tutto – ha trasmesso quello che Lei ha detto. È lei che ha parlato, ed in maniera durissima, contro il Papa».L’arcivescovo francese ribatte scaricando la colpa sui giornalisti: «Voi lo sapete, spesso sono i giornalisti che obbligano a parlare… E io ho il diritto di difendermi. I Cardinali che mi hanno giudicato a Roma mi hanno calunniato: e io credo di avere il diritto di dire che sono delle calunnie… Io non so più che fare. Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi: quelli invece che sono apprezzati, sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo». 
  
Papa Montini osserva: «Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole». 
  
Lefebvre risponde dicendo di voler parlare di libertà religiosa perché «quello che si legge nel documento conciliare è contrario a quanto hanno detto i suoi Predecessori». Il Papa dice che non sono argomenti da discutere nel corso di un’udienza, «ma – assicura – prendo nota della sua perplessità: è la sua attitudine contro il Concilio…». «Non sono contro il Concilio – lo interrompe Lefebvre – ma sono contro alcuni dei suoi testi». «Se non è contro il Concilio – riprende Paolo VI – deve aderire ad esso, a tutti i suoi documenti». L’arcivescovo francese riprende: «Occorre scegliere fra quello che ha detto il Concilio e quello che hanno detto i vostri Predecessori». 
  
Poi Lefebvre rivolge al Papa «una preghiera. Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?». Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti». Lefebvre riprende: «Il Concilio ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema…». Quindi l’arcivescovo tradizionalista francese si dice disposto a che qualcuno della Congregazione per i religiosi «vigili sul mio Seminario», si dice pronto a non fare più conferenze e a rimanere nel suo Seminario «senza più uscirne…». 
  
Paolo VI ricorda a Lefebvre che il vescovo Adam (Nestor Adam, vescovo di Sion, ndr) «è venuto a parlarmi a nome della Conferenza Episcopale Svizzera, per dirmi che non poteva più tollerare la sua attività… Che devo fare? Cerchi di rientrare nell’ordine. Come potete considerarvi in comunione con Noi, quando prende posizione contro di Noi, di fronte al mondo, per accusarci d’infedeltà, di volontà di distruzione della Chiesa?». «Non ne ho mai avuto l’intenzione…», si difende Lefebvre. Ma Papa Montini replica: «Lei lo ha detto e lo ha scritto. Sarei un Papa modernista. Applicando un Concilio Ecumenico, io tradirei la Chiesa. Lei comprende che, se fosse così, dovrei dare le dimissioni; ed invitare Lei a prendere il mio posto a dirigere la Chiesa». E Lefebvre: «La crisi della Chiesa c’è». Paolo VI: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa». 
  
Lefebvre replica: «Non sono giudicato come dovrei». Montini risponde: «Il Diritto Canonico la giudica. Si è accorto Lei dello scandalo e del male che ha fatto alla Chiesa? Ne è cosciente? Si sentirebbe di andare, così, davanti a Dio? Faccia una diagnosi della situazione, un esame di coscienza e si domandi poi, davanti a Dio: che devo fare?». 
  
L’arcivescovo propone: «A me pare che aprendo un po’ il ventaglio delle possibilità di fare oggi quello che si faceva in passato, tutto si aggiusterebbe. Questa sarebbe la soluzione immediata. Come ho detto, io non sono capo di un movimento. Sono pronto a rimanere chiuso per sempre nel mio Seminario. La gente prende contatto con i miei sacerdoti e rimane edificata. Sono giovani che hanno il senso della Chiesa: sono rispettati nella strada, nel metro, dappertutto. Gli altri sacerdoti non portano più l’abito talare, non confessano più, non pregano più. E la gente ha scelto: ecco i preti che vogliamo». (I preti formati da monsignor Lefebvre, annota il verbalizzante). 
  
A questo punto Lefebvre chiede al Papa che è a conoscenza del fatto che ci sono «almeno quattordici canoni che sono utilizzati in Francia per la preghiera Eucaristica». Paolo VI risponde: «Non solo quattordici, ma un centinaio… Ci sono abusi; ma è grande il bene portato dal Concilio. Non voglio tutto giustificare; come ho detto sto cercando di correggere là dov’è necessario. Ma è doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».  
  
L’arcivescovo replica: «Non dico che tutto sia negativo. Io vorrei collaborare all’edificazione della Chiesa». Gli risponde Papa Montini: «Ma non è così, di certo, che Lei concorre all’edificazione della Chiesa. Ma è cosciente di quello che fa? È cosciente che va direttamente contro la Chiesa, il Papa, il Concilio Ecumenico? Come può arrogarsi il diritto di giudicare un Concilio? Un Concilio, dopo tutto, i cui atti, in gran parte, sono stati firmati anche da Lei. Preghiamo e riflettiamo, subordinando tutto a Cristo ed alla sua Chiesa. Anch’io rifletterò. Accetto con umiltà i suoi rimproveri. Io sono alla fine della mia vita. La sua severità è per me un’occasione di riflessione. Consulterà anche i miei uffici, come p.es. la S.C. per i vescovi, ecc. Son sicuro che anche Lei rifletterà. Lei sa che ho avuto per Lei stima, che ho riconosciuto le sue benemerenze, che ci siamo trovati d’accordo, al Concilio, su molti problemi…». «È vero», riconosce Lefebvre.  
  
«Lei comprenderà – conclude Paolo VI – che non posso permettere, anche per ragioni che direi “personali”, che Lei si renda colpevole di uno scisma. Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male. Fino da quando Lei si incontrò con i tre Cardinali romani, c’è stata una rottura. Dobbiamo ritrovare l’unione nella preghiera e nella riflessione». Il Sostituto Benelli, verbalizzante, conclude la trascrizione del colloquio con questa annotazione: «Il Santo Padre ha quindi invitato Mons. Lefebvre a recitare con Lui il “Pater Noster”, l’“Ave Maria”, il “Veni Sancte Spiritus”». 
  
Come è noto gli auspici e le preghiere di Papa Montini saranno lasciati cadere nel vuoto. Anche se lo scisma lefebvriano si verificherà più di dieci anni dopo, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, quando Lefebvre ormai vicino alla fine deciderà di ordinare dei nuovi vescovi senza il mandato del Papa. Monsignor John Magee, secondo segretario di Paolo VI, ha ricordato in una testimonianza che Montini, dopo quell’udienza «sperava che l’arcivescovo (Lefebvre, ndr) avesse deciso di cambiare il suo modo di condurre gli attacchi alla Chiesa e all’insegnamento del Concilio, ma tutto è stato inutile. Da quel momento Paolo VI cominciò a digiunare. Ricordo bene che non voleva mangiare la carne, voleva ridurre la quantità di cibo che prendeva anche se mangiava già molto poco. Diceva che doveva lo stesso fare penitenza, in modo da offrire al Signore, in nome della Chiesa, la giusta riparazione per tutto quello che stava succedendo». 

Libri consigliati