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Vent’anni di ecumenismo

Matthias Türk, 56 anni, sacerdote della diocesi di Würzburg, è stato dal 1999 officiale nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

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Matthias Türk, 56 anni, sacerdote della diocesi di Würzburg, è stato dal 1999 officiale nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Ora, giunto al termine del suo lungo incarico, prima di fare ritorno nella sua diocesi di origine, traccia in questa intervista rilasciata al sito web katholisch.de (cf. qui l’originale tedesco) un bilancio di ciò che avvenuto in questi vent’anni e come egli li ha vissuti accanto a tre diversi pontefici.

di: Johannes Schidelko (a cura)

– Don Matthias, quando lei ha iniziato, 20 anni fa, il suo servizio nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, l’ecumenismo dava segni di stanchezza. Come ha vissuto questo tempo?

In maniera quanto mai avvincente! C’era un clima di partenza. Era una fase di preparazione e di discussione impegnata per la firma della Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della giustificazione che poi avvenne solennemente il 31 ottobre 1999 ad Augsburg (Augusta) tra la Federazione mondiale luterana (LWB) e il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Ricordo gli alti e bassi, le richieste da parte evangelica, le precisazioni della Congregazione per la dottrina della fede. Ci fu tra le parti qualche incertezza dovuta anche alle difficoltà di traduzione dall’italiano. Alla fine tutto si risolse con la firma del documento di consenso, che è ancor oggi di guida al cammino ecumenico.

– La firma è considerata un momento magico dell’ecumenismo. Giusto?

Sì, e lo è a tutt’oggi. È stata una pietra miliare, come ha detto allora il papa, e come viene ripetuto fino ad oggi. Finora è l’unico documento ecumenico che abbia raggiunto uno status magisteriale nelle due Chiese.

– Quali altri punti salienti ha vissuto e accompagnato durante il suo lavoro a Roma?

La Dichiarazione sulla dottrina della giustificazione è stata per me un punto culminante con cui sono stato per così dire gratificato all’inizio della mia attività a Roma. Ed è stata un punto di partenza per il successivo cammino. Ma, come accade per i massimi traguardi, essi non possono ripetersi immediatamente. C’è un percorso da compiere lungo la valle dell’elaborazione e un lavoro quotidiano fino a raggiungere un altro vertice.

Abbiamo potuto continuare il nostro cammino sul vertice raggiunto riuscendo ad estendere il consenso cattolico-luterano ad altri partner ecumenici. Come avvenne nel 2001, negli Stati Uniti, quando noi, come cattolici e come luterani, abbiamo avuto una consultazione con la Federazione mondiale dei riformati e con il Consiglio mondiale dei metodisti, i quali hanno poi firmato la Dichiarazione nel 2006 nella loro assemblea plenaria di Seul; e i Riformati nel 2017. Nello stesso anno, si aggiunsero anche gli anglicani con un parere favorevole.

Vent’anni dopo Augsburg, quindi, cinque sono i partner firmatari. Hanno aderito alla Dichiarazione le grandi comunità ecclesiali dell’occidente. È stato un momento culminante che è continuato come cammino ad alto livello.

– Che ruolo ha avuto la commemorazione della Riforma del 2017

La commemorazione ecumenica della Riforma nel 2017 ha costituito un ulteriore punto culminante. Anziché una celebrazione polemica e confessionale della separazione della Chiese, abbiamo celebrato un anno giubilare della ritrovata unità, per l’ecumenismo.

Inoltre, il Pontificio consiglio già nel 2013 aveva presentato a Ginevra, assieme alla Federazione mondiale luterana (LWB), un documento congiunto, un altro documento di alto livello, “Dal conflitto alla comunione.

L’“Evento Lund” del 31 ottobre 2016, la liturgia ecumenica che papa Francesco ha celebrato con i vertici della LWB, in Svezia, costituì nuovamente un momento magico rimasto vivo fino ad oggi nella memoria ed è diventato emblematico.

Nel testo si sono potuti evidenziare i contenuti delle esigenze del secolo 16° per un rinnovamento della Chiesa nella loro importanza per l’intera comunità ecclesiale. Si è visto chiaramente che le richieste religiose del tempo della Riforma rappresentano un importante contributo al rinnovamento di tutta la Chiesa. Significava, nello stesso tempo, riprendere le esigenze della Riforma del sec. 16°.

Sì, si può dire che le esigenze positive di Martin Lutero e i suoi giustificati obiettivi di riforma conformi al Vangelo e alla dottrina della Chiesa si sono già realizzati da parte cattolica con il Concilio di Trento fino al Vaticano II. La separazione di allora delle Chiese, da questo punto di vista, sarebbe terminata nel 21° secolo.

– Ma lei non era solo responsabile per i contatti con i luterani

In effetti, abbiamo anche redatto due documenti di consenso con i vetero-cattolici: “La Chiesa e la comunione ecclesiale”, nel 2009, e poi, in seconda edizione, nel 2018.

I documenti elencano tutti i punti di divisione della Chiesa e, insieme, tracciano una visuale di più ampio respiro. Ciò era necessario per chiarire lo stato delle relazioni. E, per quanto riguarda lo scorso 2018, vorrei ricordare la firma della Dichiarazione di intenti per un dialogo ufficiale con la Comunità evangelica delle chiese di Europa (GEKE). Di essa fanno parte quasi tutte le Chiese evangeliche del continente europeo. Nei cinque anni precedenti avevamo redatto un accurato documento con il GEKE con un titolo simile: “Relazione su Chiesa e comunità delle Chiese” che, sorprendentemente, contiene molte consonanze nei settori riguardanti la Chiesa, la vita sacramentale e il ministero. Molto più di quanto apparisse finora.

Ciò dimostra anche come, in diversi cantieri ecumenici, emerga in definitiva un fondamento compatibile, e cioè che l’orientamento contenutistico è simile, che gli ambiti sono tra loro collegati. E mostra anche che essi vanno nella stessa direzione: verso gli ambiti riguardanti la Chiesa, i sacramenti e il ministero. Questa – come io ho vissuto qui durante questi miei anni – è stata la direzione in cui confluiscono tutte le correnti ecumeniche.

– “Chiesa, sacramenti e ministero” è anche il titolo di un nuovo progetto di dialogo. A che punto è?

È ancora all’inizio. “Chiesa, sacramenti e ministero” è la nostra prospettiva per il 2030, l’anno commemorativo dei 500 anni della Confessione augustana e pertanto, per la prima volta, non di una storia di separazione. La Confessione di Augusta del 1530 rappresentò un grande tentativo di recezione teologica delle legittime richieste della Riforma da parte dei riformati. Fallì per ragioni ecclesiali e politiche. Dovremmo ora essere in grado di raggiungere questo consenso. In questo modo potremmo far vedere quanto allora eravamo già uniti e quanto oggi, grazie a Dio, lo siamo e possiamo esserlo.

– Qual era esattamente la sua area di responsabilità. In che cosa consisteva il suo lavoro?

Il lavoro nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è suddiviso geograficamente e in base ai contenuti. Dal punto di vista geografico, io ero responsabile per i paesi con una grande presenza di luterani e vetero-cattolici, cioè per l’Europa centrale e la Scandinavia. Per quanto riguarda i contenuti, mi sono occupato delle relazioni con la Federazione mondiale luterana, con la Conferenza episcopale vetero-cattolica dell’Unione di Utrecht, e anche con la Comunità delle Chiese evangeliche d’Europa, GEKE.

– Quanti progetti di dialogo ha accompagnato?

Il Vaticano si trova ora nella quinta fase dei dialoghi con la LWB. Nel 2006 abbiamo portato a termine (ancora nella quarta fase) un documento Apostolicità della Chiesa, a cui seguì, nel 2013, il testo già accennato Dal conflitto alla comunione. E, nel 2019, sarà pubblicato un altro testo Battesimo e progressiva comunione della Chiesa. In queste commissioni di dialogo io ero, di volta in volta, il co-segretario per la parte cattolica.

Nello stesso tempo, ho dovuto occuparmi della logistica degli incontri di dialogo e della loro organizzazione e contribuire al contenuto dei testi. Il mio impegno comprendeva anche la preparazione e l’accompagnamento delle delegazioni ufficiali alle udienze papali. Inoltre, la partecipazione ai simposi ecumenici teologici sul piano universitario a Roma. In più, rientrava nel mio ambito la vivace attività delle conferenze e dei contributi specialistici. Dal 2001 ho avuto, inoltre, un incarico di insegnamento di teologia ecumenica presso l’università Gregoriana.

– Lei ha vissuto e accompagnato personalmente l’ecumenismo in tre pontificati. Quali differenze ha notato?

Per quanto riguarda l’ecumenismo, i pontificati si sono chiaramente costruiti l’uno sull’altro e hanno beneficiato l’uno dell’altro. I papi, il loro insegnamento e il loro visibile impegno ecumenico si sono ispirati e sostenuti a vicenda.

Giovanni Paolo II, con il suo modo inconfondibile, ha contribuito all’apertura al mondo. In molti paesi le sue visite hanno provocato l’inizio di un avvio ecumenico. Per esempio, con il suo viaggio nei paesi scandinavi ha risvegliato per la prima volta un’ampia coscienza ecumenica. Cattolici e protestanti hanno iniziato a incontrarsi più strettamente tra di loro.

Così pure in Italia – proprio mediante la Dichiarazione sulla giustificazione – è sorta ed è cresciuta un’attenzione riguardo alla vita degli evangelici. L’ecumenismo è diventato un argomento. Ma penso anche alla Germania. In questo paese, il primo viaggio del papa, nel 1980, ha impresso un impulso alla prima commissione bilaterale della Conferenza episcopale e alla Chiesa unita luterana evangelica della Germania (VELKD).

–  E il contributo dei successivi pontefici?

Benedetto XVI ha ulteriormente incrementato in maniera decisa il dialogo ecumenico attraverso un contribuito teologico e una decisiva opera di precisazione.

E Francesco continua a farlo. Soprattutto sul piano diaconale, con l’impegno comune per i poveri e gli svantaggiati del mondo. Egli parla di un cammino fatto insieme che non dobbiamo più abbandonare perché siamo diventati tutti fratelli e sorelle. Ma egli sottolinea anche l’importanza del dialogo teologico. Spesso si insinua che per lui questo dialogo non è importante. Il contrario è dimostrato dal fatto, per esempio, che in tutte le sue udienze si rivolge sempre agli ospiti ecumenici.

– A che punto è oggi il dialogo ecumenico per quanto riguarda il suo ambito di responsabilità?

Siamo davanti a una concentrazione di risultati finora ottenuti sui tre temi: Chiesa, eucaristia e ministero, che costituiscono il fondamento della piena unità visibile della Chiesa. Sono – consciamente o inconsciamente – derivati dal corso dei diversi dialoghi finora avuti. Io non posso che riconoscere in questo l’azione dello Spirito Santo. È una storia di successo.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Vent’anni di ecumenismo

Matthias Türk, 56 anni, sacerdote della diocesi di Würzburg, è stato dal 1999 officiale nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

  

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Matthias Türk, 56 anni, sacerdote della diocesi di Würzburg, è stato dal 1999 officiale nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Ora, giunto al termine del suo lungo incarico, prima di fare ritorno nella sua diocesi di origine, traccia in questa intervista rilasciata al sito web katholisch.de (cf. qui l’originale tedesco) un bilancio di ciò che avvenuto in questi vent’anni e come egli li ha vissuti accanto a tre diversi pontefici.

di: Johannes Schidelko (a cura)

– Don Matthias, quando lei ha iniziato, 20 anni fa, il suo servizio nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, l’ecumenismo dava segni di stanchezza. Come ha vissuto questo tempo?

In maniera quanto mai avvincente! C’era un clima di partenza. Era una fase di preparazione e di discussione impegnata per la firma della Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della giustificazione che poi avvenne solennemente il 31 ottobre 1999 ad Augsburg (Augusta) tra la Federazione mondiale luterana (LWB) e il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Ricordo gli alti e bassi, le richieste da parte evangelica, le precisazioni della Congregazione per la dottrina della fede. Ci fu tra le parti qualche incertezza dovuta anche alle difficoltà di traduzione dall’italiano. Alla fine tutto si risolse con la firma del documento di consenso, che è ancor oggi di guida al cammino ecumenico.

– La firma è considerata un momento magico dell’ecumenismo. Giusto?

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Sì, e lo è a tutt’oggi. È stata una pietra miliare, come ha detto allora il papa, e come viene ripetuto fino ad oggi. Finora è l’unico documento ecumenico che abbia raggiunto uno status magisteriale nelle due Chiese.

– Quali altri punti salienti ha vissuto e accompagnato durante il suo lavoro a Roma?

La Dichiarazione sulla dottrina della giustificazione è stata per me un punto culminante con cui sono stato per così dire gratificato all’inizio della mia attività a Roma. Ed è stata un punto di partenza per il successivo cammino. Ma, come accade per i massimi traguardi, essi non possono ripetersi immediatamente. C’è un percorso da compiere lungo la valle dell’elaborazione e un lavoro quotidiano fino a raggiungere un altro vertice.

Abbiamo potuto continuare il nostro cammino sul vertice raggiunto riuscendo ad estendere il consenso cattolico-luterano ad altri partner ecumenici. Come avvenne nel 2001, negli Stati Uniti, quando noi, come cattolici e come luterani, abbiamo avuto una consultazione con la Federazione mondiale dei riformati e con il Consiglio mondiale dei metodisti, i quali hanno poi firmato la Dichiarazione nel 2006 nella loro assemblea plenaria di Seul; e i Riformati nel 2017. Nello stesso anno, si aggiunsero anche gli anglicani con un parere favorevole.

Vent’anni dopo Augsburg, quindi, cinque sono i partner firmatari. Hanno aderito alla Dichiarazione le grandi comunità ecclesiali dell’occidente. È stato un momento culminante che è continuato come cammino ad alto livello.

– Che ruolo ha avuto la commemorazione della Riforma del 2017

La commemorazione ecumenica della Riforma nel 2017 ha costituito un ulteriore punto culminante. Anziché una celebrazione polemica e confessionale della separazione della Chiese, abbiamo celebrato un anno giubilare della ritrovata unità, per l’ecumenismo.

Inoltre, il Pontificio consiglio già nel 2013 aveva presentato a Ginevra, assieme alla Federazione mondiale luterana (LWB), un documento congiunto, un altro documento di alto livello, “Dal conflitto alla comunione.

L’“Evento Lund” del 31 ottobre 2016, la liturgia ecumenica che papa Francesco ha celebrato con i vertici della LWB, in Svezia, costituì nuovamente un momento magico rimasto vivo fino ad oggi nella memoria ed è diventato emblematico.

Nel testo si sono potuti evidenziare i contenuti delle esigenze del secolo 16° per un rinnovamento della Chiesa nella loro importanza per l’intera comunità ecclesiale. Si è visto chiaramente che le richieste religiose del tempo della Riforma rappresentano un importante contributo al rinnovamento di tutta la Chiesa. Significava, nello stesso tempo, riprendere le esigenze della Riforma del sec. 16°.

Sì, si può dire che le esigenze positive di Martin Lutero e i suoi giustificati obiettivi di riforma conformi al Vangelo e alla dottrina della Chiesa si sono già realizzati da parte cattolica con il Concilio di Trento fino al Vaticano II. La separazione di allora delle Chiese, da questo punto di vista, sarebbe terminata nel 21° secolo.

– Ma lei non era solo responsabile per i contatti con i luterani

In effetti, abbiamo anche redatto due documenti di consenso con i vetero-cattolici: “La Chiesa e la comunione ecclesiale”, nel 2009, e poi, in seconda edizione, nel 2018.

I documenti elencano tutti i punti di divisione della Chiesa e, insieme, tracciano una visuale di più ampio respiro. Ciò era necessario per chiarire lo stato delle relazioni. E, per quanto riguarda lo scorso 2018, vorrei ricordare la firma della Dichiarazione di intenti per un dialogo ufficiale con la Comunità evangelica delle chiese di Europa (GEKE). Di essa fanno parte quasi tutte le Chiese evangeliche del continente europeo. Nei cinque anni precedenti avevamo redatto un accurato documento con il GEKE con un titolo simile: “Relazione su Chiesa e comunità delle Chiese” che, sorprendentemente, contiene molte consonanze nei settori riguardanti la Chiesa, la vita sacramentale e il ministero. Molto più di quanto apparisse finora.

Ciò dimostra anche come, in diversi cantieri ecumenici, emerga in definitiva un fondamento compatibile, e cioè che l’orientamento contenutistico è simile, che gli ambiti sono tra loro collegati. E mostra anche che essi vanno nella stessa direzione: verso gli ambiti riguardanti la Chiesa, i sacramenti e il ministero. Questa – come io ho vissuto qui durante questi miei anni – è stata la direzione in cui confluiscono tutte le correnti ecumeniche.

– “Chiesa, sacramenti e ministero” è anche il titolo di un nuovo progetto di dialogo. A che punto è?

È ancora all’inizio. “Chiesa, sacramenti e ministero” è la nostra prospettiva per il 2030, l’anno commemorativo dei 500 anni della Confessione augustana e pertanto, per la prima volta, non di una storia di separazione. La Confessione di Augusta del 1530 rappresentò un grande tentativo di recezione teologica delle legittime richieste della Riforma da parte dei riformati. Fallì per ragioni ecclesiali e politiche. Dovremmo ora essere in grado di raggiungere questo consenso. In questo modo potremmo far vedere quanto allora eravamo già uniti e quanto oggi, grazie a Dio, lo siamo e possiamo esserlo.

– Qual era esattamente la sua area di responsabilità. In che cosa consisteva il suo lavoro?

Il lavoro nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è suddiviso geograficamente e in base ai contenuti. Dal punto di vista geografico, io ero responsabile per i paesi con una grande presenza di luterani e vetero-cattolici, cioè per l’Europa centrale e la Scandinavia. Per quanto riguarda i contenuti, mi sono occupato delle relazioni con la Federazione mondiale luterana, con la Conferenza episcopale vetero-cattolica dell’Unione di Utrecht, e anche con la Comunità delle Chiese evangeliche d’Europa, GEKE.

– Quanti progetti di dialogo ha accompagnato?

Il Vaticano si trova ora nella quinta fase dei dialoghi con la LWB. Nel 2006 abbiamo portato a termine (ancora nella quarta fase) un documento Apostolicità della Chiesa, a cui seguì, nel 2013, il testo già accennato Dal conflitto alla comunione. E, nel 2019, sarà pubblicato un altro testo Battesimo e progressiva comunione della Chiesa. In queste commissioni di dialogo io ero, di volta in volta, il co-segretario per la parte cattolica.

Nello stesso tempo, ho dovuto occuparmi della logistica degli incontri di dialogo e della loro organizzazione e contribuire al contenuto dei testi. Il mio impegno comprendeva anche la preparazione e l’accompagnamento delle delegazioni ufficiali alle udienze papali. Inoltre, la partecipazione ai simposi ecumenici teologici sul piano universitario a Roma. In più, rientrava nel mio ambito la vivace attività delle conferenze e dei contributi specialistici. Dal 2001 ho avuto, inoltre, un incarico di insegnamento di teologia ecumenica presso l’università Gregoriana.

– Lei ha vissuto e accompagnato personalmente l’ecumenismo in tre pontificati. Quali differenze ha notato?

Per quanto riguarda l’ecumenismo, i pontificati si sono chiaramente costruiti l’uno sull’altro e hanno beneficiato l’uno dell’altro. I papi, il loro insegnamento e il loro visibile impegno ecumenico si sono ispirati e sostenuti a vicenda.

Giovanni Paolo II, con il suo modo inconfondibile, ha contribuito all’apertura al mondo. In molti paesi le sue visite hanno provocato l’inizio di un avvio ecumenico. Per esempio, con il suo viaggio nei paesi scandinavi ha risvegliato per la prima volta un’ampia coscienza ecumenica. Cattolici e protestanti hanno iniziato a incontrarsi più strettamente tra di loro.

Così pure in Italia – proprio mediante la Dichiarazione sulla giustificazione – è sorta ed è cresciuta un’attenzione riguardo alla vita degli evangelici. L’ecumenismo è diventato un argomento. Ma penso anche alla Germania. In questo paese, il primo viaggio del papa, nel 1980, ha impresso un impulso alla prima commissione bilaterale della Conferenza episcopale e alla Chiesa unita luterana evangelica della Germania (VELKD).

–  E il contributo dei successivi pontefici?

Benedetto XVI ha ulteriormente incrementato in maniera decisa il dialogo ecumenico attraverso un contribuito teologico e una decisiva opera di precisazione.

E Francesco continua a farlo. Soprattutto sul piano diaconale, con l’impegno comune per i poveri e gli svantaggiati del mondo. Egli parla di un cammino fatto insieme che non dobbiamo più abbandonare perché siamo diventati tutti fratelli e sorelle. Ma egli sottolinea anche l’importanza del dialogo teologico. Spesso si insinua che per lui questo dialogo non è importante. Il contrario è dimostrato dal fatto, per esempio, che in tutte le sue udienze si rivolge sempre agli ospiti ecumenici.

– A che punto è oggi il dialogo ecumenico per quanto riguarda il suo ambito di responsabilità?

Siamo davanti a una concentrazione di risultati finora ottenuti sui tre temi: Chiesa, eucaristia e ministero, che costituiscono il fondamento della piena unità visibile della Chiesa. Sono – consciamente o inconsciamente – derivati dal corso dei diversi dialoghi finora avuti. Io non posso che riconoscere in questo l’azione dello Spirito Santo. È una storia di successo.

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