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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C Venerdì Santo - Anno C - 19 aprile 2019

Venerdì Santo – Anno C – 19 aprile 2019

La cattedra, sempre abitata, della croce di Cristo.






    Dal Vangelo secondo Giovanni

    “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:  «Donna, ecco tuo figlio!».  Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».  E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

    Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse:  «Ho sete».  Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse:  «È compiuto!».  E, chinato il capo, consegnò lo spirito. … Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto»…”.




    “Il Crocifisso non è un ornamento, non è un’opera d’arte, con tante pietre preziose, come se ne vedono: il Crocifisso è il Mistero dell’‘annientamento’ di Dio, per amore” (Papa Francesco).

    La croce è una cattedra, la cattedra di Cristo. Una cattedra sempre abitata dallo stesso insegnante, non perché sia preclusa la possibilità ad altri, ma perché nessuno la vuole abitare come lo fa lui. Il suo non è un insegnamento a ore, per materia singola, ma perpetuo. Perché lui rimane lì in fedeltà ad un amore donato “fino alla fine”, gratuito, generoso, per tutti. Il restare di Gesù inchiodato sulla croce non è dovuto al fatto che siano i chiodi ad immobilizzarlo, ad impedirgli di scendere, ma l’amore per il quale ci è salito. Quando gli è stata offerta, provocatoriamente, la possibilità di scendere, e gli avrebbero creduto, lui, giocando al rilancio, ha, a sua volta, sfidato i suoi denigratori, rimanendo lì, in fedeltà al Padre e a tutti coloro per i quali si stava immolando.

    Addirittura ha osato perdonare i suoi carnefici, anzi, scandalosamente, a scusarli. Lui non accusa nessuno, non serba rancore, non inveisce verso i suoi carnefici, muore anche per essi. Questa è l’alta sinfonia dell’amore. Un amore distillato e purificato da tutte le scorie d’interesse, da ogni contaminazione di tornaconto, da ogni vizio di necessità.

    Solo Dio poteva amare in questo modo e lo ha fatto. Scandalosamente il suo amore, frutto della sua prostrazione e del suo annullamento, è passato attraverso le forche caudine della derisione, dell’ingiustizia, della derisione. “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Isaia 50, 5-9a). Ecco dove è narrata, vissuta e partecipata l’onnipotenza di Dio, nella sua capacità di annichilimento. Condizione disdicevole e impossibile per Dio eppure lui l’ha vissuta, scelta. Il punto d’interesse dell’amore di Dio è e resta l’uomo. Su di lui ha investito tutte le sue energie, non ha badato a spese.

    Le braccia di Dio, inchiodato alla croce, sono e rimangono sempre aperte, come aperta è la porta che introduce dov’è la cattedra di Gesù. Chi l’abita lo troverà sempre lì. La lezione dell’amore non termina mai e l’insegnante è sempre lo stesso: Gesù Cristo. Ne è davvero il titolare assoluto. All’appello, di ogni lezione, rispondiamo: “presente”!!!.




    Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza. Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. E possiamo dire che Dio vince nel fallimento proprio! La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, ma è l’intervento di Dio Padre. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù. (Udienza Generale, 16 aprile 2014)




    Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo, conserva in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.



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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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Venerdì Santo – Anno C – 19 aprile 2019

La cattedra, sempre abitata, della croce di Cristo.






    Dal Vangelo secondo Giovanni

    “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:  «Donna, ecco tuo figlio!».  Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».  E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

    Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse:  «Ho sete».  Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse:  «È compiuto!».  E, chinato il capo, consegnò lo spirito. … Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto»…”.




    “Il Crocifisso non è un ornamento, non è un’opera d’arte, con tante pietre preziose, come se ne vedono: il Crocifisso è il Mistero dell’‘annientamento’ di Dio, per amore” (Papa Francesco).

    La croce è una cattedra, la cattedra di Cristo. Una cattedra sempre abitata dallo stesso insegnante, non perché sia preclusa la possibilità ad altri, ma perché nessuno la vuole abitare come lo fa lui. Il suo non è un insegnamento a ore, per materia singola, ma perpetuo. Perché lui rimane lì in fedeltà ad un amore donato “fino alla fine”, gratuito, generoso, per tutti. Il restare di Gesù inchiodato sulla croce non è dovuto al fatto che siano i chiodi ad immobilizzarlo, ad impedirgli di scendere, ma l’amore per il quale ci è salito. Quando gli è stata offerta, provocatoriamente, la possibilità di scendere, e gli avrebbero creduto, lui, giocando al rilancio, ha, a sua volta, sfidato i suoi denigratori, rimanendo lì, in fedeltà al Padre e a tutti coloro per i quali si stava immolando.

    Addirittura ha osato perdonare i suoi carnefici, anzi, scandalosamente, a scusarli. Lui non accusa nessuno, non serba rancore, non inveisce verso i suoi carnefici, muore anche per essi. Questa è l’alta sinfonia dell’amore. Un amore distillato e purificato da tutte le scorie d’interesse, da ogni contaminazione di tornaconto, da ogni vizio di necessità.

    Solo Dio poteva amare in questo modo e lo ha fatto. Scandalosamente il suo amore, frutto della sua prostrazione e del suo annullamento, è passato attraverso le forche caudine della derisione, dell’ingiustizia, della derisione. “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Isaia 50, 5-9a). Ecco dove è narrata, vissuta e partecipata l’onnipotenza di Dio, nella sua capacità di annichilimento. Condizione disdicevole e impossibile per Dio eppure lui l’ha vissuta, scelta. Il punto d’interesse dell’amore di Dio è e resta l’uomo. Su di lui ha investito tutte le sue energie, non ha badato a spese.

    Le braccia di Dio, inchiodato alla croce, sono e rimangono sempre aperte, come aperta è la porta che introduce dov’è la cattedra di Gesù. Chi l’abita lo troverà sempre lì. La lezione dell’amore non termina mai e l’insegnante è sempre lo stesso: Gesù Cristo. Ne è davvero il titolare assoluto. All’appello, di ogni lezione, rispondiamo: “presente”!!!.




    Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza. Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. E possiamo dire che Dio vince nel fallimento proprio! La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, ma è l’intervento di Dio Padre. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù. (Udienza Generale, 16 aprile 2014)




    Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo, conserva in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.



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BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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