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Venerdì Santo  – Anno B – 2 aprile 2021

La croce: palcoscenico sul quale Dio muore d’amore






    Dal Vangelo secondo Giovanni

    “… Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”».  Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così. …”




    Sant’Agostino afferma: “potuit gutta venit unda” Poteva salvarci con una goccia di sangue venne una valanga. Si, una valanga d’amore per riparare il male fatto dall’uomo. La croce sulla quale venne appeso e ucciso il figlio di Dio è lo spettacolo dell’eccedenza di Dio che vuole strafare, esagerare in amore. Con la sua morte in croce, donata per amore dell’umanità, il Cristo, strappa, annulla il documento del debito umano nei confronti di Dio. Sarebbe bastata una sola goccia, invece, Cristo, non ha più gocce da versare avendole versate tutte. Ha tolto a se stesso per dare a noi. Gesù patisce, soffre, agonizza. E’ stato spogliato e, nudo, inchiodato. Il suo unico abito è il legno della croce su cui viene adagiato e innalzato, immolato, sacrificato. La tua tensione agonica ti ha fatto sudare e versare sangue. Anche se non ci capisco ci credo, anche se tutto mi sembra sbagliato, mi fido.

    “Siamo qui Signore Gesù siamo venuti come colpevoli che tornano sul luogo del delitto siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto tra i nostri peccati e la tua passione Siamo venuti per batterci il petto e domandarti perdono per implorare la tua misericordia. Paolo VI così pregava sul calvario nel viaggio in terra santa il 4 gennaio 1964. Continuava: “siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per implorare la tua misericordia. Siamo venuti perché sappiamo che tu puoi, che tu vuoi perdonarci, perché tu hai espiato per noi. Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza”.

    La croce è il palcoscenico sul quale Dio, magistralmente, si “esibisce” per dare la lezione più difficile al mondo, dalla cattedra più difficile del mondo che egli ci ama. Il nostro peccato “ha meritato” la sua morte, il suo sacrificio, unico capace a colmare il divario tra l’amore che Dio ha per ogni uomo e la scarsità di corrispondenza che noi gli abbiamo riservato. Solo Dio poteva rispondere e corrispondere a Dio nella generosità d’amore con cui egli ci ha amato. Ecco perché Gesù, figlio di Dio, lui stesso Dio incarnato, è morto sulla croce. Questa morte ha colmato quanto mancava da parte dell’umanità per riempire la voragine che si era determinata tra l’altezza apicale dell’amore di Dio e la profondità abissale della disobbedienza umana.

    Il peccato ha tolto, la morte di Cristo ha ridato. La disobbedienza ha sottratto, l’adesione di Cristo alla volontà divina ha restituito. La lontananza da Dio ci ha messi nelle tenebre, la docilità di Cristo, ci ha riacceso la luce della salvezza. L’uomo ha spento, Cristo ha riacceso. E tutto questo non attraverso una semplice, ricca e generosa volontà ma attraverso il dolore, la sofferenza, il martirio. Dio ha tolto a sé per dare a noi. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).

    Per Dio io, tu, noi, siamo importanti. La nostra vita vale la sua. “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. (1 Pietro 1,18-19). Il palcoscenico della croce non è per uno spettacolo ludico ma per dirci che Dio ci ama davvero.





    Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo conserve in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.





Dal Vangelo secondo Giovanni

“… Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”».  Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così. …”



Sant’Agostino afferma: “potuit gutta venit unda” Poteva salvarci con una goccia di sangue venne una valanga. Si, una valanga d’amore per riparare il male fatto dall’uomo. La croce sulla quale venne appeso e ucciso il figlio di Dio è lo spettacolo dell’eccedenza di Dio che vuole strafare, esagerare in amore. Con la sua morte in croce, donata per amore dell’umanità, il Cristo, strappa, annulla il documento del debito umano nei confronti di Dio. Sarebbe bastata una sola goccia, invece, Cristo, non ha più gocce da versare avendole versate tutte. Ha tolto a se stesso per dare a noi. Gesù patisce, soffre, agonizza. E’ stato spogliato e, nudo, inchiodato. Il suo unico abito è il legno della croce su cui viene adagiato e innalzato, immolato, sacrificato. La tua tensione agonica ti ha fatto sudare e versare sangue. Anche se non ci capisco ci credo, anche se tutto mi sembra sbagliato, mi fido.

“Siamo qui Signore Gesù siamo venuti come colpevoli che tornano sul luogo del delitto siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto tra i nostri peccati e la tua passione Siamo venuti per batterci il petto e domandarti perdono per implorare la tua misericordia. Paolo VI così pregava sul calvario nel viaggio in terra santa il 4 gennaio 1964. Continuava: “siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per implorare la tua misericordia. Siamo venuti perché sappiamo che tu puoi, che tu vuoi perdonarci, perché tu hai espiato per noi. Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza”.

La croce è il palcoscenico sul quale Dio, magistralmente, si “esibisce” per dare la lezione più difficile al mondo, dalla cattedra più difficile del mondo che egli ci ama. Il nostro peccato “ha meritato” la sua morte, il suo sacrificio, unico capace a colmare il divario tra l’amore che Dio ha per ogni uomo e la scarsità di corrispondenza che noi gli abbiamo riservato. Solo Dio poteva rispondere e corrispondere a Dio nella generosità d’amore con cui egli ci ha amato. Ecco perché Gesù, figlio di Dio, lui stesso Dio incarnato, è morto sulla croce. Questa morte ha colmato quanto mancava da parte dell’umanità per riempire la voragine che si era determinata tra l’altezza apicale dell’amore di Dio e la profondità abissale della disobbedienza umana.

Il peccato ha tolto, la morte di Cristo ha ridato. La disobbedienza ha sottratto, l’adesione di Cristo alla volontà divina ha restituito. La lontananza da Dio ci ha messi nelle tenebre, la docilità di Cristo, ci ha riacceso la luce della salvezza. L’uomo ha spento, Cristo ha riacceso. E tutto questo non attraverso una semplice, ricca e generosa volontà ma attraverso il dolore, la sofferenza, il martirio. Dio ha tolto a sé per dare a noi. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).

Per Dio io, tu, noi, siamo importanti. La nostra vita vale la sua. “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. (1 Pietro 1,18-19). Il palcoscenico della croce non è per uno spettacolo ludico ma per dirci che Dio ci ama davvero.



Fisse dall’Ordinaio.



Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo conserve in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".
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Venerdì Santo  – Anno B – 2 aprile 2021

La croce: palcoscenico sul quale Dio muore d’amore



Dal Vangelo secondo Giovanni

“… Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”».  Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così. …”



Sant’Agostino afferma: “potuit gutta venit unda” Poteva salvarci con una goccia di sangue venne una valanga. Si, una valanga d’amore per riparare il male fatto dall’uomo. La croce sulla quale venne appeso e ucciso il figlio di Dio è lo spettacolo dell’eccedenza di Dio che vuole strafare, esagerare in amore. Con la sua morte in croce, donata per amore dell’umanità, il Cristo, strappa, annulla il documento del debito umano nei confronti di Dio. Sarebbe bastata una sola goccia, invece, Cristo, non ha più gocce da versare avendole versate tutte. Ha tolto a se stesso per dare a noi. Gesù patisce, soffre, agonizza. E’ stato spogliato e, nudo, inchiodato. Il suo unico abito è il legno della croce su cui viene adagiato e innalzato, immolato, sacrificato. La tua tensione agonica ti ha fatto sudare e versare sangue. Anche se non ci capisco ci credo, anche se tutto mi sembra sbagliato, mi fido.

“Siamo qui Signore Gesù siamo venuti come colpevoli che tornano sul luogo del delitto siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto tra i nostri peccati e la tua passione Siamo venuti per batterci il petto e domandarti perdono per implorare la tua misericordia. Paolo VI così pregava sul calvario nel viaggio in terra santa il 4 gennaio 1964. Continuava: “siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per implorare la tua misericordia. Siamo venuti perché sappiamo che tu puoi, che tu vuoi perdonarci, perché tu hai espiato per noi. Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza”.

La croce è il palcoscenico sul quale Dio, magistralmente, si “esibisce” per dare la lezione più difficile al mondo, dalla cattedra più difficile del mondo che egli ci ama. Il nostro peccato “ha meritato” la sua morte, il suo sacrificio, unico capace a colmare il divario tra l’amore che Dio ha per ogni uomo e la scarsità di corrispondenza che noi gli abbiamo riservato. Solo Dio poteva rispondere e corrispondere a Dio nella generosità d’amore con cui egli ci ha amato. Ecco perché Gesù, figlio di Dio, lui stesso Dio incarnato, è morto sulla croce. Questa morte ha colmato quanto mancava da parte dell’umanità per riempire la voragine che si era determinata tra l’altezza apicale dell’amore di Dio e la profondità abissale della disobbedienza umana.

Il peccato ha tolto, la morte di Cristo ha ridato. La disobbedienza ha sottratto, l’adesione di Cristo alla volontà divina ha restituito. La lontananza da Dio ci ha messi nelle tenebre, la docilità di Cristo, ci ha riacceso la luce della salvezza. L’uomo ha spento, Cristo ha riacceso. E tutto questo non attraverso una semplice, ricca e generosa volontà ma attraverso il dolore, la sofferenza, il martirio. Dio ha tolto a sé per dare a noi. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).

Per Dio io, tu, noi, siamo importanti. La nostra vita vale la sua. “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. (1 Pietro 1,18-19). Il palcoscenico della croce non è per uno spettacolo ludico ma per dirci che Dio ci ama davvero.



Fisse dall’Ordinaio.



Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo conserve in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".
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