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Vaticano: Perché l’ultimo libro di Joseph Ratzinger è straordinario, unico nella storia della Chiesa?

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(Luis Badilla – ©copyright) Quello di Benedetto XVI, “Ultime conversazioni“, libro-intervista con Peter Seewald, è un libro semplicemente straordinario, per certi versi sbalorditivo: nella storia della Chiesa non era mai accaduto, in oltre duemila anni, che un Papa avesse la possibilità – in un mondo in cui la comunicazione è immediata e planetaria – di tracciare in prima persona un bilancio della propria vita e del proprio pontificato. Questa è una grazia che il Signore ha concesso solo a Joseph Ratzinger e a nessuno altro Pontefice. E lui, generoso e affabile, negli ultimi anni di vita ha voluto donare alla Chiesa tutta, nella condivisione pubblica di oltre 600 risposte, questa grazia ricevuta.

Per primo si deve sottolineare che nel caso del pontificato di Benedetto XVI, noi oggi, e domani gli studiosi e gli storici, non siamo in balia delle interpretazioni, delle elucubrazioni, delle ipotesi o delle letture personali degli studiosi. Per ognuno dei momenti critici, discutibili, confusi o criptici del pontificato abbiamo la risposta del protagonista e, in questo senso – seppure detto con semplicità – va reso un importate omaggio a Peter Seewald che ha fatto le domande necessarie con una profonda conoscenza della complessità della storia. Ha saputo “far parlare” il Papa emerito e  Benedetto XVI si è reso disponibile totalmente, senza ambiguità o esitazione.

Moltissime risposte di Benedetto XVI lasciano subito fuori gioco una non piccola schiera di presunti “ratzingeriani” che per fin troppo tempo si sono autonominati interpreti fedeli dei principali eventi e decisioni del pontificato, spesso con delle vere montature personali, ossessive e palesemente false. Addirittura più di uno, e a più riprese, ha fatto capire di avere informazioni di “prima mano” a sostegno delle proprie farneticazioni. Nelle parole del Papa emerito, raccolte con profondità, verità e rispetto, abbiamo tutti gli elementi fondamentali dell’unica versione che conta: quella del protagonista, appunto quella del Papa emerito.

Colpisce la visione, serena e profonda, con la quale Joseph Ratzinger guarda la fine della sua vita, la morte. Padre Federico Lombardi in una riflessione così “legge” quest’aspetto del libro che poi, alla fine, serpeggia sempre, dalla prima all’ultima risposta: «Benedetto XVI parla serenamente di come sta vivendo nel raccoglimento e nell’orazione l’ultima tappa della sua vita. Giovanni Paolo II ci aveva dato la sua preziosa testimonianza di come portava nella fede la condizione della grave sofferenza della malattia. Benedetto XVI ci dà quella dell’uomo di Dio anziano, che si prepara alla morte. Lo fa con toni umili e umani, riconoscendo che la debolezza fisica gli rende difficile di restare sempre, come vorrebbe, nelle “regioni alte dello spirito”. Ci parla del grande mistero di Dio, ci parla dei grandi interrogativi che hanno accompagnato la sua vita spirituale e continuano ad accompagnarla, diventando forse ancora più grandi, come la presenza di tanto male nel mondo. Ci parla in particolare di Gesù Cristo, vero centro focale della sua vita, che “vede proprio davanti” a lui, “sempre grande e misterioso”, e del fatto che “molte parole del Vangelo le trovo ora, per la loro grandezza e gravità, più difficili che in passato”».

Non va sottovalutata, perché convincente e coerente, la sincerità di tutte le riflessioni di Benedetto XVI, in particolare quando con equilibrio estremo (e i cosiddetti ratzingeriani di ieri e di oggi non lo dovrebbero dimenticare mai) analizza con distacco, ma al tempo stesso “stando dentro”, i grandi orizzonti e compiti del suo pontificato, così come i limiti, gli errori e le debolezze. Non santifica nulla. Non s’inventa pretesti. Non nasconde neanche una riga della verità dei fatti, anche quando questi fatti hanno indebolito il suo ministero e magistero. Di un piccolo passaggio, importante, ne siamo testimoni seppure piccoli e marginali. Quando racconta la dolorosa vicenda della deroga (remissione) della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Nelson Williamson, nel gennaio 2009, Benedetto XVI dice esattamente come sono andate le cose per quanto riguarda il fatto che lui nulla sapeva dell’intervista del presule in cui negava la Shoah e l’esistenza dei campi di concentramento hitleriani.

Impressiona la semplicità con la quale Joseph Ratzinger si racconta, partendo dalla sua infanzia sino alla rinuncia. Non abbellisce nulla e dunque affronta ogni passaggio con parole chiare e misurate e quando ritiene doveroso dare delle spiegazioni approfondite va dritto al nocciolo. Nella lunga conversazione lo fa spesso e senza infingimenti. 

Sembra estremamene consapevole di essere di fronte ad un testo che sarà il suo testamento, quindi parla al cospetto di Dio. Nell’intero colloquio traspare in ogni riga la sua fede, solida, convinta, appassionata e non conformista o scontata. Parla con chiarezza e trasporto dei momenti bui non tanto di questa sua fede quanto invece della vita della Chiesa, rivelando di essere un grande conoscitore della natura degli esseri umani e dei rapporti che stabiliscono fuori e dentro della Chiesa. Sa distinguere con precisione chirurgica ciò che è stato ed è importante per la Chiesa e per la sua missione da ciò che, pur essendo magari clamoroso agli occhi mediatici, non lo è. Nelle sue risposte c’è tutto l’equilibrio che di lui abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare.

Insomma, questo libro è un ulteriore dono di Joseph Ratzinger alla Chiesa e a ogni cristiano e quindi al mondo. Le riflessioni autobiografiche del Papa emerito faranno un gran bene alla Chiesa e anche al pontificato di Francesco.

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(Luis Badilla – ©copyright) Quello di Benedetto XVI, “Ultime conversazioni“, libro-intervista con Peter Seewald, è un libro semplicemente straordinario, per certi versi sbalorditivo: nella storia della Chiesa non era mai accaduto, in oltre duemila anni, che un Papa avesse la possibilità – in un mondo in cui la comunicazione è immediata e planetaria – di tracciare in prima persona un bilancio della propria vita e del proprio pontificato. Questa è una grazia che il Signore ha concesso solo a Joseph Ratzinger e a nessuno altro Pontefice. E lui, generoso e affabile, negli ultimi anni di vita ha voluto donare alla Chiesa tutta, nella condivisione pubblica di oltre 600 risposte, questa grazia ricevuta.

Per primo si deve sottolineare che nel caso del pontificato di Benedetto XVI, noi oggi, e domani gli studiosi e gli storici, non siamo in balia delle interpretazioni, delle elucubrazioni, delle ipotesi o delle letture personali degli studiosi. Per ognuno dei momenti critici, discutibili, confusi o criptici del pontificato abbiamo la risposta del protagonista e, in questo senso – seppure detto con semplicità – va reso un importate omaggio a Peter Seewald che ha fatto le domande necessarie con una profonda conoscenza della complessità della storia. Ha saputo “far parlare” il Papa emerito e  Benedetto XVI si è reso disponibile totalmente, senza ambiguità o esitazione.

Moltissime risposte di Benedetto XVI lasciano subito fuori gioco una non piccola schiera di presunti “ratzingeriani” che per fin troppo tempo si sono autonominati interpreti fedeli dei principali eventi e decisioni del pontificato, spesso con delle vere montature personali, ossessive e palesemente false. Addirittura più di uno, e a più riprese, ha fatto capire di avere informazioni di “prima mano” a sostegno delle proprie farneticazioni. Nelle parole del Papa emerito, raccolte con profondità, verità e rispetto, abbiamo tutti gli elementi fondamentali dell’unica versione che conta: quella del protagonista, appunto quella del Papa emerito.

Colpisce la visione, serena e profonda, con la quale Joseph Ratzinger guarda la fine della sua vita, la morte. Padre Federico Lombardi in una riflessione così “legge” quest’aspetto del libro che poi, alla fine, serpeggia sempre, dalla prima all’ultima risposta: «Benedetto XVI parla serenamente di come sta vivendo nel raccoglimento e nell’orazione l’ultima tappa della sua vita. Giovanni Paolo II ci aveva dato la sua preziosa testimonianza di come portava nella fede la condizione della grave sofferenza della malattia. Benedetto XVI ci dà quella dell’uomo di Dio anziano, che si prepara alla morte. Lo fa con toni umili e umani, riconoscendo che la debolezza fisica gli rende difficile di restare sempre, come vorrebbe, nelle “regioni alte dello spirito”. Ci parla del grande mistero di Dio, ci parla dei grandi interrogativi che hanno accompagnato la sua vita spirituale e continuano ad accompagnarla, diventando forse ancora più grandi, come la presenza di tanto male nel mondo. Ci parla in particolare di Gesù Cristo, vero centro focale della sua vita, che “vede proprio davanti” a lui, “sempre grande e misterioso”, e del fatto che “molte parole del Vangelo le trovo ora, per la loro grandezza e gravità, più difficili che in passato”».

Non va sottovalutata, perché convincente e coerente, la sincerità di tutte le riflessioni di Benedetto XVI, in particolare quando con equilibrio estremo (e i cosiddetti ratzingeriani di ieri e di oggi non lo dovrebbero dimenticare mai) analizza con distacco, ma al tempo stesso “stando dentro”, i grandi orizzonti e compiti del suo pontificato, così come i limiti, gli errori e le debolezze. Non santifica nulla. Non s’inventa pretesti. Non nasconde neanche una riga della verità dei fatti, anche quando questi fatti hanno indebolito il suo ministero e magistero. Di un piccolo passaggio, importante, ne siamo testimoni seppure piccoli e marginali. Quando racconta la dolorosa vicenda della deroga (remissione) della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Nelson Williamson, nel gennaio 2009, Benedetto XVI dice esattamente come sono andate le cose per quanto riguarda il fatto che lui nulla sapeva dell’intervista del presule in cui negava la Shoah e l’esistenza dei campi di concentramento hitleriani.

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Sembra estremamene consapevole di essere di fronte ad un testo che sarà il suo testamento, quindi parla al cospetto di Dio. Nell’intero colloquio traspare in ogni riga la sua fede, solida, convinta, appassionata e non conformista o scontata. Parla con chiarezza e trasporto dei momenti bui non tanto di questa sua fede quanto invece della vita della Chiesa, rivelando di essere un grande conoscitore della natura degli esseri umani e dei rapporti che stabiliscono fuori e dentro della Chiesa. Sa distinguere con precisione chirurgica ciò che è stato ed è importante per la Chiesa e per la sua missione da ciò che, pur essendo magari clamoroso agli occhi mediatici, non lo è. Nelle sue risposte c’è tutto l’equilibrio che di lui abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare.

Insomma, questo libro è un ulteriore dono di Joseph Ratzinger alla Chiesa e a ogni cristiano e quindi al mondo. Le riflessioni autobiografiche del Papa emerito faranno un gran bene alla Chiesa e anche al pontificato di Francesco.

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