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Vaticano: cartellino rosso per il card. J. Zen

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di: Lorenzo Prezzi

In termini calcistici è un cartellino rosso verso il card. Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. La lettera del 26 febbraio a firma del card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, non entra nella discussione sostenuta da Zen sul valore o disvalore dell’Accordo sulla nomina dei vescovi firmato dal governo cinese e dalla Santa Sede (22 settembre 2018), né sulle critiche ai successivi Orientamenti pastorali (28 giugno 2019), né sui giudizi aggressivi verso la Segreteria di stato e il card. Pietro Parolin in specie.

Essa si limita a negare la discontinuità fra i tre recenti papati nei confronti del dialogo con la Cina: «I tre ultimi pontefici hanno sostenuto e accompagnato la stesura dell’Accordo che, al momento attuale, è l’unico possibile». E, soprattutto, smentisce la pretesa sicurezza di Zen sul dissenso di Benedetto XVI: «In particolare, sorprende l’affermazione del porporato (Zen ndr.) che “l’Accordo firmato è lo stesso che papa Benedetto aveva, a suo tempo, rifiutato di firmare”. Tale asserzione non corrisponde a verità. Dopo aver preso conoscenza di persona dei documenti esistenti presso l’Archivio corrente presso la Segreteria di stato, sono in grado di assicurare a vostra eminenza che papa Benedetto XVI aveva approvato il progetto di Accordo sulla nomina dei vescovi in Cina, che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare». Una censura limitata, ma non per questo meno grave.

Volete uccidere la Chiesa cinese?

A stretto giro di posta Zen risponde con una lettera aperta in cui irride la competenza del card. Re in merito («avventurarsi in questioni che ella pure riconosce essere complesse, mettendo a rischio il prestigio del suo appena inaugurato onorevole ufficio»), sfida la pertinenza dell’osservazione su Benedetto («basta mostrarmi il testo firmato»), insinua che il decano «abbia voluto lasciarsi ingannare». Riconferma le accuse al card. Parolin: «Il cambiamento epocale del significato della parola “indipendenza” temo che esista solo nella testa dell’eminentissimo Segretario di stato» e «Parolin manipola il santo Padre». Non risparmia una frecciata al papa, citando l’oremus pro pontifice «et non tradat eum in animam inimicorum ejus» (e Dio non lo consegni alla volontà dei suoi  nemici).

Posizioni che aveva già espresso molte volte e, in particolare, in una lettera all’intero collegio cardinalizio del 27 settembre 2019 in cui accusa la Segreteria di stato di incoraggiare «i fedeli in Cina a entrare in una Chiesa scismatica (indipendente dal papa e agli ordini del partito comunista)», concludendo con la domanda drammatica e retorica «possiamo assistere passivamente a questa uccisione della Chiesa in Cina da parte di chi dovrebbe proteggerla e difenderla dai nemici?».

Impossibile Ostpolitik

Due dei rilievi domandano una spiegazione. Il primo è relativo al concetto di indipendenza della Chiesa in Cina.

Il riferimento all’«indipendenza» della Chiesa locale nei testi e comportamenti dell’Associazione patriottica, che nei decenni scorsi significava il distacco da Roma e dal papa, non ha più lo stesso senso dal momento che l’Accordo riconosce l’ultima parola nella scelta dei vescovi al papa.

Il secondo riguarda l’accusa di Zen di replicare con la Cina il (preteso) fallimento dell’Ostpolitik del card. Casaroli nei confronti dell’Est europeo. Invocare l’Ostpolitik e i suoi presunti limiti significa non percepire la sua improponibilità nel contesto della Cina attuale: la presenza cattolica è minoritaria, la tradizione culturale non è cristiana, il riferimento ai diritti umani non è lo stesso, la Cina non è in crisi economica e non è certo isolata rispetto alle comunicazioni globali.

La lettera del card. Zen al collegio cardinalizio non poteva rimanere senza risposta. Chi l’avrebbe fatto? Se fosse stata la Segreteria di stato si sarebbe pensato a una reazione da irritazione. Avrebbe potuto farla il papa stesso, ma Francesco è alieno da rispondere a critiche che lo riguardino direttamente. Si è così ricorsi al decano del collegio dei cardinali come espressione dell’intero gruppo.

Le conseguenze per il card. Zen non sono da poco. Risulta delegittimata la sua pretesa di interpretare la Chiesa “sotterranea” cinese. Appare la fragilità di una posizione intransigente capace solo di chiamare “al martirio” e di una modalità tanto aggressiva quanto poco rispettosa e poco confacente con la dignità cardinalizia. Scompare l’eventuale escamotage del governo cinese di addebitare alla Santa Sede le posizioni di Zen. Emerge anche l’ambiguo sostegno della destra politica americana e delle sue cospicue offerte, peraltro mai utilizzate per interesse personale.

L’incontro col ministro degli esteri

L’alleanza con gli umori fortemente anticinesi dell’attuale amministrazione americana e di buona parte del personale politico (repubblicani, ma anche, in parte, democratici) emerge dal recente viaggio di Zen negli Stati Uniti dove, davanti al Congresso, nell’incontro con il presidente della Camera, Nancy Pelosi (12 febbraio) e in una serie numerosa di interviste, ha preso di mira la politica cinese della Santa Sede. L’occasione è stato il ricevimento del premio come campione della democrazia cinese della fondazione Wei Jingsheng per la sua difesa dei diritti umani e della libertà religiosa nel Regno di mezzo.

Non è mai stata messa in questione la dirittura personale dal cardinale Zen, né la legittimità di alcuni dei suoi rilievi all’Accordo e agli Orientamenti pastorali, né la sua libertà di critica. Tantomeno i suoi sinceri sentimenti democratici. Rimane difficile da comprendere la radicalità della sua posizione, la sua ossessione nel voler correggere il papa e la non avvertenza delle posizioni ambigue di quanti lo sostengono per motivi assai distanti dai suoi.

Il clima diplomatico fra Cina e Santa Sede ha conosciuto un evento di rilievo nell’incontro diretto fra mons. Paul Richard Gallagher, segretario per il rapporto con gli stati della Santa Sede e il ministro degli esteri cinese, Wang Yi (Monaco, Germania, 14 febbraio).

È la prima volta che succede dal 1951, quando si interruppero le relazioni diplomatiche fra i due stati. Così ne dà notizia la Santa Sede: «Nel corso del colloquio, svoltosi in clima cordiale, sono stati evocati i contatti fra le due parti, sviluppatesi positivamente nel tempo. In particolare, si è evidenziata l’importanza dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato il 22 settembre 2018, rinnovando altresì la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e per il bene del popolo cinese. Apprezzamento è stato espresso per gli sforzi che si stanno compiendo per debellare l’epidemia di coronavirus e solidarietà nei confronti della popolazione colpita. Infine, si è auspicata maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani».

No alla nuova “guerra fredda”

Per il sistema di comunicazioni interne per osmosi dell’apparato cinese è prevedibile che le prossime riunioni delle due delegazioni possano affrontare temi fin’ora rimossi come il riconoscimento legale di tutti i vescovi sotterranei, la possibilità di esponenti vaticani di visitare alcune diocesi in Cina, e la forma di accettazione dell’Associazione patriottica da parte dei “sotterranei”.

L’appuntamento più immediato è il rinnovo dell’Accordo che scade a settembre, anche se l’emergenza della pandemia coronavirus ha rallentato tutte le relazioni e le comunicazioni. Si cominciano a ipotizzare  ulteriori incontri anche a livelli superiori di quello già avvenuto nell’attesa di relazioni diplomatiche che non saranno vicine.

Un cammino che va in senso contrario a quello auspicato dall’intervento di Graham Allison (Foreign Affairs, 10 febbraio 2020), apprezzato consigliere dell’amministrazione americana di Trump, che teorizza il ritorno alla «guerra fredda» non più contro la Russia, ma contro la Cina. La Santa Sede non scommette sull’isolamento del paese asiatico in attesa della sua implosione, ma ritiene che la Cina possa essere un luogo “ospitale” per il cristianesimo e sia essenziale per il futuro di pace a livello mondiale.

Originale: Settimana News
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In termini calcistici è un cartellino rosso verso il card. Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. La lettera del 26 febbraio a firma del card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, non entra nella discussione sostenuta da Zen sul valore o disvalore dell’Accordo sulla nomina dei vescovi firmato dal governo cinese e dalla Santa Sede (22 settembre 2018), né sulle critiche ai successivi Orientamenti pastorali (28 giugno 2019), né sui giudizi aggressivi verso la Segreteria di stato e il card. Pietro Parolin in specie.

Essa si limita a negare la discontinuità fra i tre recenti papati nei confronti del dialogo con la Cina: «I tre ultimi pontefici hanno sostenuto e accompagnato la stesura dell’Accordo che, al momento attuale, è l’unico possibile». E, soprattutto, smentisce la pretesa sicurezza di Zen sul dissenso di Benedetto XVI: «In particolare, sorprende l’affermazione del porporato (Zen ndr.) che “l’Accordo firmato è lo stesso che papa Benedetto aveva, a suo tempo, rifiutato di firmare”. Tale asserzione non corrisponde a verità. Dopo aver preso conoscenza di persona dei documenti esistenti presso l’Archivio corrente presso la Segreteria di stato, sono in grado di assicurare a vostra eminenza che papa Benedetto XVI aveva approvato il progetto di Accordo sulla nomina dei vescovi in Cina, che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare». Una censura limitata, ma non per questo meno grave.

Volete uccidere la Chiesa cinese?

A stretto giro di posta Zen risponde con una lettera aperta in cui irride la competenza del card. Re in merito («avventurarsi in questioni che ella pure riconosce essere complesse, mettendo a rischio il prestigio del suo appena inaugurato onorevole ufficio»), sfida la pertinenza dell’osservazione su Benedetto («basta mostrarmi il testo firmato»), insinua che il decano «abbia voluto lasciarsi ingannare». Riconferma le accuse al card. Parolin: «Il cambiamento epocale del significato della parola “indipendenza” temo che esista solo nella testa dell’eminentissimo Segretario di stato» e «Parolin manipola il santo Padre». Non risparmia una frecciata al papa, citando l’oremus pro pontifice «et non tradat eum in animam inimicorum ejus» (e Dio non lo consegni alla volontà dei suoi  nemici).

Posizioni che aveva già espresso molte volte e, in particolare, in una lettera all’intero collegio cardinalizio del 27 settembre 2019 in cui accusa la Segreteria di stato di incoraggiare «i fedeli in Cina a entrare in una Chiesa scismatica (indipendente dal papa e agli ordini del partito comunista)», concludendo con la domanda drammatica e retorica «possiamo assistere passivamente a questa uccisione della Chiesa in Cina da parte di chi dovrebbe proteggerla e difenderla dai nemici?».

Impossibile Ostpolitik

Due dei rilievi domandano una spiegazione. Il primo è relativo al concetto di indipendenza della Chiesa in Cina.

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Il riferimento all’«indipendenza» della Chiesa locale nei testi e comportamenti dell’Associazione patriottica, che nei decenni scorsi significava il distacco da Roma e dal papa, non ha più lo stesso senso dal momento che l’Accordo riconosce l’ultima parola nella scelta dei vescovi al papa.

Il secondo riguarda l’accusa di Zen di replicare con la Cina il (preteso) fallimento dell’Ostpolitik del card. Casaroli nei confronti dell’Est europeo. Invocare l’Ostpolitik e i suoi presunti limiti significa non percepire la sua improponibilità nel contesto della Cina attuale: la presenza cattolica è minoritaria, la tradizione culturale non è cristiana, il riferimento ai diritti umani non è lo stesso, la Cina non è in crisi economica e non è certo isolata rispetto alle comunicazioni globali.

La lettera del card. Zen al collegio cardinalizio non poteva rimanere senza risposta. Chi l’avrebbe fatto? Se fosse stata la Segreteria di stato si sarebbe pensato a una reazione da irritazione. Avrebbe potuto farla il papa stesso, ma Francesco è alieno da rispondere a critiche che lo riguardino direttamente. Si è così ricorsi al decano del collegio dei cardinali come espressione dell’intero gruppo.

Le conseguenze per il card. Zen non sono da poco. Risulta delegittimata la sua pretesa di interpretare la Chiesa “sotterranea” cinese. Appare la fragilità di una posizione intransigente capace solo di chiamare “al martirio” e di una modalità tanto aggressiva quanto poco rispettosa e poco confacente con la dignità cardinalizia. Scompare l’eventuale escamotage del governo cinese di addebitare alla Santa Sede le posizioni di Zen. Emerge anche l’ambiguo sostegno della destra politica americana e delle sue cospicue offerte, peraltro mai utilizzate per interesse personale.

L’incontro col ministro degli esteri

L’alleanza con gli umori fortemente anticinesi dell’attuale amministrazione americana e di buona parte del personale politico (repubblicani, ma anche, in parte, democratici) emerge dal recente viaggio di Zen negli Stati Uniti dove, davanti al Congresso, nell’incontro con il presidente della Camera, Nancy Pelosi (12 febbraio) e in una serie numerosa di interviste, ha preso di mira la politica cinese della Santa Sede. L’occasione è stato il ricevimento del premio come campione della democrazia cinese della fondazione Wei Jingsheng per la sua difesa dei diritti umani e della libertà religiosa nel Regno di mezzo.

Non è mai stata messa in questione la dirittura personale dal cardinale Zen, né la legittimità di alcuni dei suoi rilievi all’Accordo e agli Orientamenti pastorali, né la sua libertà di critica. Tantomeno i suoi sinceri sentimenti democratici. Rimane difficile da comprendere la radicalità della sua posizione, la sua ossessione nel voler correggere il papa e la non avvertenza delle posizioni ambigue di quanti lo sostengono per motivi assai distanti dai suoi.

Il clima diplomatico fra Cina e Santa Sede ha conosciuto un evento di rilievo nell’incontro diretto fra mons. Paul Richard Gallagher, segretario per il rapporto con gli stati della Santa Sede e il ministro degli esteri cinese, Wang Yi (Monaco, Germania, 14 febbraio).

È la prima volta che succede dal 1951, quando si interruppero le relazioni diplomatiche fra i due stati. Così ne dà notizia la Santa Sede: «Nel corso del colloquio, svoltosi in clima cordiale, sono stati evocati i contatti fra le due parti, sviluppatesi positivamente nel tempo. In particolare, si è evidenziata l’importanza dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato il 22 settembre 2018, rinnovando altresì la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e per il bene del popolo cinese. Apprezzamento è stato espresso per gli sforzi che si stanno compiendo per debellare l’epidemia di coronavirus e solidarietà nei confronti della popolazione colpita. Infine, si è auspicata maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani».

No alla nuova “guerra fredda”

Per il sistema di comunicazioni interne per osmosi dell’apparato cinese è prevedibile che le prossime riunioni delle due delegazioni possano affrontare temi fin’ora rimossi come il riconoscimento legale di tutti i vescovi sotterranei, la possibilità di esponenti vaticani di visitare alcune diocesi in Cina, e la forma di accettazione dell’Associazione patriottica da parte dei “sotterranei”.

L’appuntamento più immediato è il rinnovo dell’Accordo che scade a settembre, anche se l’emergenza della pandemia coronavirus ha rallentato tutte le relazioni e le comunicazioni. Si cominciano a ipotizzare  ulteriori incontri anche a livelli superiori di quello già avvenuto nell’attesa di relazioni diplomatiche che non saranno vicine.

Un cammino che va in senso contrario a quello auspicato dall’intervento di Graham Allison (Foreign Affairs, 10 febbraio 2020), apprezzato consigliere dell’amministrazione americana di Trump, che teorizza il ritorno alla «guerra fredda» non più contro la Russia, ma contro la Cina. La Santa Sede non scommette sull’isolamento del paese asiatico in attesa della sua implosione, ma ritiene che la Cina possa essere un luogo “ospitale” per il cristianesimo e sia essenziale per il futuro di pace a livello mondiale.

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