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Che valore avevano le severe pratiche penitenziali dei santi?

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Un lettore, riferendosi ad una precedente rubrica, chiede di precisare il senso delle severe pratiche penitenziali che hanno sempre caratterizzato le vite dei santi.

Nella rubrica «risponde il Teologo» del 29 ottobre, leggo quanto segue: «l’uomo che è in piena comunione con Dio non ha necessità di vincere gli istinti».  Allora vien da chiedersi  quale  significato e valore aveva l’assiduo esercizio di severe pratiche penitenziali in santi come Francesco d’Assisi e Caterina da Siena.

Marco Fioravanti

Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Il lettore giustamente mi fa notare che manca qualche precisazione. Infatti mi è rimasto nella penna che mi riferivo all’uomo come lo aveva pensato Dio e che furono Adamo ed Eva, umanità che dopo il peccato è, in qualche modo, persa in quella forma ideale. È evidente che l’uomo storico e peccatore nonostante la grazia e la riconciliazione con Dio recupera la sua dignità di figlio di Dio proprio passando attraverso il crogiuolo della carne e della tentazione. È visibile questo nell’opera di Gesù Cristo che fu in tutto solidale con l’uomo eccetto che nel peccato, e non gli furono evitate tentazioni che stanno a testimonianza di una conflittualità interna a Gesù tra l’umanità e la divinità. A maggior ragione la conflittualità tra la carne e lo spirito permane negli esseri umani. Forse le uniche persone salvaguardate da ciò furono Maria e Giuseppe in ragione del Cristo, ed è pensabile che potessero essere esenti da una conflittualità interna quale dono divino, sempre in ragione del compito loro assegnato di essere i genitori perfetti del Figlio di Dio.

Per il resto l’umanità vive di questa dicotomia tra spirito e carne, che non possono amalgamarsi totalmente se non rispetto alla funzione dell’amore. Infatti proprio i due esempi portati, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, quando erano in piena comunione col Cristo, in estasi, tutto il loro essere era teso e unificato nell’amore verso il Dio. Si pensi alla statua di Santa Teresa del Bernini, quale profondità di partecipazione all’amore di Dio lì espressa tra la santa e il Cristo!

Dato che ho qui un po’ di spazio si potrebbe estendere la riflessione sul ruolo degli istinti nella vita umana. Essi sono fondamentali in ragione della salute e della sopravvivenza, come la fame, la sete. Evidentemente se l’uomo non è una semplice ammucchiata di atomi, ma un figlio di Dio, allora ha senso quello che un tempo si chiamava educazione, che i greci intendevano come paideia. L’educazione – paideia era la formazione del ragazzo, il forgiare, mi si permetta il termine, il giovane verso l’ideale di perfezione umana espressa nella morale, nella cultura, nella fisicità, insomma in ogni potenzialità dell’essere umano. In questa linea è chiaro che il giovane doveva essere educato a controllare ogni istinto, emozione, affetto, sentimento e quant’altro nell’uomo si muove. Il problema però sta nell’«ideale di perfezione» a cui si fa riferimento, perché sarà questo ideale che determinerà e guiderà l’educazione. Per i greci era il grado elevato della razionalità la quale aveva la sua ricaduta su tutte le forme del vivere umano, dato che l’uomo si distingue dagli animali per la ragione. Nella romanità l’accento si spostava verso il politico, il conduttore di uomini. Nel cristianesimo l’ideale sta nell’amare, Gesù dice: ama Dio e il prossimo con tutto te stesso.

Dunque per noi cristiani l’educazione del giovane ha come ideale l’amore. Se l’amore è l’oggetto, di più, è l’«ideale di perfezione» per l’essere umano, è evidente che non può essere lasciato all’esplosione incontrollata di istinti, passioni, pulsioni, voluttà, brame e quant’altro. Amare è l’attività più controllata, educata, guidata tra tutte le attività umane, perché dovrà seguire non solo la volontà e gli istinti, ma soprattutto la ragione. Amare senza l’uso della ragione è solo un abbandono alla propria concupiscenza, nel senso più esteso. Infatti nell’amore l’altro entra a far parte di se stessi e non c’è niente di più difficile che accogliere l’amato non come altro, ma come se stesso, proprio perché è diverso. La sofferenza più grande in Gesù è stato l’essersi aver assunto o identificato con tutte le sue sofferenze e colpevolezze dell’umanità, al punto che sulla croce ne ha sentita tutta la distanza dal Padre: anche tu mi hai abbandonato.

Diceva Meister Eckhart: prego Dio che mi liberi da Dio, nel senso che finché con la mia bocca pronuncio la parola Dio, significa che mi sento diverso, solo quando non riesco più a pronunciare la parola Dio, significa che con Lui sono in una unione talmente profonda da non distinguermi più. Bene, noi possiamo tradurre: quando amiamo una persona dobbiamo desiderare che il nostro io si liberi del nostro io, infatti finché nell’amare sento l’altro come altro significa che da lui sono sempre diverso, mentre Gesù ci rivela che pur essendo di natura divina non disdegnò di farsi uomo, quasi annientando la sua divinità, se si può dire così, pur di amare l’umanità nel modo più alto e profondo cioè unificandosi ad essa.

Se l’ideale di perfezione è questo tipo di amore, allora l’educazione non solo dovrà essere mortificazioni di istinti e tutto il resto, ma dovrà anche avere un contenuto positivo che spinga il soggetto verso il bene, bene che abita nell’amore, e che fa parte del bagaglio conoscitivo e formativo che ogni persona umana non può non avere. Ma sembra che tutto ciò all’oggi sia roba da marziani, perciò possiamo essere d’accordo con i temi della domanda precedente, del 29 settembre, cioè di educare e controllare per lo meno gli istinti.

Athos Turchi

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Che valore avevano le severe pratiche penitenziali dei santi?

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Un lettore, riferendosi ad una precedente rubrica, chiede di precisare il senso delle severe pratiche penitenziali che hanno sempre caratterizzato le vite dei santi.

Nella rubrica «risponde il Teologo» del 29 ottobre, leggo quanto segue: «l’uomo che è in piena comunione con Dio non ha necessità di vincere gli istinti».  Allora vien da chiedersi  quale  significato e valore aveva l’assiduo esercizio di severe pratiche penitenziali in santi come Francesco d’Assisi e Caterina da Siena.

Marco Fioravanti

Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Il lettore giustamente mi fa notare che manca qualche precisazione. Infatti mi è rimasto nella penna che mi riferivo all’uomo come lo aveva pensato Dio e che furono Adamo ed Eva, umanità che dopo il peccato è, in qualche modo, persa in quella forma ideale. È evidente che l’uomo storico e peccatore nonostante la grazia e la riconciliazione con Dio recupera la sua dignità di figlio di Dio proprio passando attraverso il crogiuolo della carne e della tentazione. È visibile questo nell’opera di Gesù Cristo che fu in tutto solidale con l’uomo eccetto che nel peccato, e non gli furono evitate tentazioni che stanno a testimonianza di una conflittualità interna a Gesù tra l’umanità e la divinità. A maggior ragione la conflittualità tra la carne e lo spirito permane negli esseri umani. Forse le uniche persone salvaguardate da ciò furono Maria e Giuseppe in ragione del Cristo, ed è pensabile che potessero essere esenti da una conflittualità interna quale dono divino, sempre in ragione del compito loro assegnato di essere i genitori perfetti del Figlio di Dio.

Per il resto l’umanità vive di questa dicotomia tra spirito e carne, che non possono amalgamarsi totalmente se non rispetto alla funzione dell’amore. Infatti proprio i due esempi portati, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, quando erano in piena comunione col Cristo, in estasi, tutto il loro essere era teso e unificato nell’amore verso il Dio. Si pensi alla statua di Santa Teresa del Bernini, quale profondità di partecipazione all’amore di Dio lì espressa tra la santa e il Cristo!

Dato che ho qui un po’ di spazio si potrebbe estendere la riflessione sul ruolo degli istinti nella vita umana. Essi sono fondamentali in ragione della salute e della sopravvivenza, come la fame, la sete. Evidentemente se l’uomo non è una semplice ammucchiata di atomi, ma un figlio di Dio, allora ha senso quello che un tempo si chiamava educazione, che i greci intendevano come paideia. L’educazione – paideia era la formazione del ragazzo, il forgiare, mi si permetta il termine, il giovane verso l’ideale di perfezione umana espressa nella morale, nella cultura, nella fisicità, insomma in ogni potenzialità dell’essere umano. In questa linea è chiaro che il giovane doveva essere educato a controllare ogni istinto, emozione, affetto, sentimento e quant’altro nell’uomo si muove. Il problema però sta nell’«ideale di perfezione» a cui si fa riferimento, perché sarà questo ideale che determinerà e guiderà l’educazione. Per i greci era il grado elevato della razionalità la quale aveva la sua ricaduta su tutte le forme del vivere umano, dato che l’uomo si distingue dagli animali per la ragione. Nella romanità l’accento si spostava verso il politico, il conduttore di uomini. Nel cristianesimo l’ideale sta nell’amare, Gesù dice: ama Dio e il prossimo con tutto te stesso.

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Dunque per noi cristiani l’educazione del giovane ha come ideale l’amore. Se l’amore è l’oggetto, di più, è l’«ideale di perfezione» per l’essere umano, è evidente che non può essere lasciato all’esplosione incontrollata di istinti, passioni, pulsioni, voluttà, brame e quant’altro. Amare è l’attività più controllata, educata, guidata tra tutte le attività umane, perché dovrà seguire non solo la volontà e gli istinti, ma soprattutto la ragione. Amare senza l’uso della ragione è solo un abbandono alla propria concupiscenza, nel senso più esteso. Infatti nell’amore l’altro entra a far parte di se stessi e non c’è niente di più difficile che accogliere l’amato non come altro, ma come se stesso, proprio perché è diverso. La sofferenza più grande in Gesù è stato l’essersi aver assunto o identificato con tutte le sue sofferenze e colpevolezze dell’umanità, al punto che sulla croce ne ha sentita tutta la distanza dal Padre: anche tu mi hai abbandonato.

Diceva Meister Eckhart: prego Dio che mi liberi da Dio, nel senso che finché con la mia bocca pronuncio la parola Dio, significa che mi sento diverso, solo quando non riesco più a pronunciare la parola Dio, significa che con Lui sono in una unione talmente profonda da non distinguermi più. Bene, noi possiamo tradurre: quando amiamo una persona dobbiamo desiderare che il nostro io si liberi del nostro io, infatti finché nell’amare sento l’altro come altro significa che da lui sono sempre diverso, mentre Gesù ci rivela che pur essendo di natura divina non disdegnò di farsi uomo, quasi annientando la sua divinità, se si può dire così, pur di amare l’umanità nel modo più alto e profondo cioè unificandosi ad essa.

Se l’ideale di perfezione è questo tipo di amore, allora l’educazione non solo dovrà essere mortificazioni di istinti e tutto il resto, ma dovrà anche avere un contenuto positivo che spinga il soggetto verso il bene, bene che abita nell’amore, e che fa parte del bagaglio conoscitivo e formativo che ogni persona umana non può non avere. Ma sembra che tutto ciò all’oggi sia roba da marziani, perciò possiamo essere d’accordo con i temi della domanda precedente, del 29 settembre, cioè di educare e controllare per lo meno gli istinti.

Athos Turchi

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