V Domenica di Pasqua – Anno B – 29 aprile 2018

Il Vangelo Strabico


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La vite riprende vita in ogni primavera, come me, se innestato in Cristo

(Atti 9,26-31; 1 Giovanni 3,18-24; Giovanni 15,1-8)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli»”.

Guardare le nostre campagne in questi giorni di avviata primavera si rimane affascinata dallo splendore e dalla vivacità dei colori. Le diverse sfumature del verde che predomina sono delle pennellate per il cuore. I germogli che spuntano da ogni albero sollevano la vita, infondono, come una flebo, la speranza. Quell’albero, quel cespuglio, quell’arbusto che sembravano morti riprendono vita e si colorano di fiori, si ammantano di un nuovo abito, si rivestono a nuovo dopo i giorni del lutto, del silenzio, della povertà.

Tra le altre fioriture e gemmazioni c’è la vite. E’ rimasta lì, dopo la potatura, ed ora rispuntano i tralci, timidamente. La vita rinasce. La vite riprende vita in ogni primavera. Gesù sceglie proprio questo esempio per insegnare che tra lui e noi c’è un legame non occasionale, non superficiale, ma generativo. Come la vite produce i tralci così noi siamo generati da lui col dono della figliolanza, ma abbiamo le stesse radici perché, benché i tralci siano una nascita dalla vite, comunque assieme hanno la medesima radice da cui derivano e si nutrono della medesima linfa. “Facciamo parte della stessa pianta, come le scintille nel fuoco, come una goccia nell’acqua, come il respiro nell’aria”.

Ma la sorpresa più grande ed innovativa è che Dio è il vignaiolo. Domenica scorsa era il pastore che si prende cura del gregge, oggi è il vignaiolo che accudisce, serve la vigna. E’ un Dio premuroso, sempre al lavoro, sempre dedito, premuroso perché in noi non si spenga la vita, non si assopisca la speranza, non tramonti la gioia.

Ma la vigna per essere produttiva necessita anche della potatura. Nonostante sia dolorosa, è necessaria, è salutare. Non è un’amputazione ma una sollecitazione, una facilitazione perché il frutto sia abbondante, generoso e appetibile. Talvolta anche nella vita avvengono delle potature con tutti i disagi che ne derivano. Ma chi pota, ha sulla pianta, uno sguardo di speranza, uno sguardo prospettico, progettuale. Così quando accade nelle storie individuali, se crediamo che siamo guidati da Dio, da lui accuditi, non può che esserci una ragione superiore e certamente più gratificante anche se al momento nascosta, sconosciuta.

Occorre “rimanere” in Dio come il tralcio rimane innestato nella vite. Senza questa congiunzione permanente non ci saranno frutti, soddisfazioni, festeggiamenti. I tralci hanno bisogno della vite, ma la vite ha bisogno dei tralci, altrimenti manca il frutto. E’ nell’abbraccio del tralcio sulla vite che si colgono grappoli. E’ nella mia vita abbracciata da Dio che spuntano sempre gemme nuove e fioriture inusitate. Anche la mia sterilità, se innestata in Dio, si trasforma in vita nuova.  

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