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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno AV Domenica di Quaresima - Anno A - 6 aprile 2014

V Domenica di Quaresima – Anno A – 6 aprile 2014

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arte_La-resurrezione-di-Lazzaro

Lazzaro, colui che fu trovato pronto nel giorno della rinascita.

 Ez 37, 12-14; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

Il Signore è bontà e misericordia.

Il vangelo di questa domenica si inscrive all’interno di un contesto di morte. Essa, infatti, si presenta secondo fattezze burbere, esagitate, apparendo inevitabilmente più forte dell’uomo. Tuttavia quest’ultimo, sebben pago di sforzi inesausti, può al massimo rimandarla, costringendo talvolta se stesso, a implodere in una condizione agonica. Gesù però, il buon pastore, è «venuto affinché [le pecore] abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

In seguito proprio al discorso denominato del “Buon Pastore”, Gesù si trovò nella condizione di dover fuggire: i Giudei avevano cercato di lapidarlo. Mentre è lontano viene raggiunto dalla notizia della malattia grave dell’amico Lazzaro. Essere amici significa prendersi cura dell’amico stesso, non abbandonarlo nelle avversità: difenderlo! Gesù allora, risponde proprio attraverso un atteggiamento attento e proattivo: si prende cura della sofferenza di Lazzaro e dei suoi familiari.

La morte e la risurrezione di Lazzaro si circonfondono di significati particolari, queste rimandano alla più tardiva morte e risurrezione di Gesù. In questo frangente, Marta, alla notizia dell’arrivo del maestro, gli «andò incontro» (Gv 11, 20) e i due dialogarono. Ed è qui, proprio durante il colloquio, che si assiste alla crescita della fede della donna, una progressione che va dal generico al credere nella risurrezione escatologica, passando per un ulteriore e più alto punto: la professione di fede cristologica. La professione di fede di Marta corrisponde all’auto-proclamazione di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11, 25-26), è questo dunque il centro del vangelo odierno. Marta è figura emblematica del discepolo che crede e testimonia; infatti, corre subito a chiamare Maria.

Dall’auto-proclamazione di Gesù si possono comprendere taluni particolari colmi di un forte significato teologico e spirituale. Primo, l’iniziale temporeggiare. Grazie a tale atteggiamento Gesù, quando giunge a Betania, trova l’amico già morto da quattro giorni. Tuttavia, ricordiamo anche come il Signore aveva annunciato che «questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio» (Gv 11,4). In secondo luogo, il miracolo. La sobrietà del racconto sembra quasi farlo diventare un elemento accessorio. Ciò che viene subito all’occhio, invece, sono proprio i quattro giorni di sepoltura. Secondo il credere del tempo, il limite massimo è superato: la morte ha trionfato e non vi è più alcuna speranza di ritorno in vita. Gesù restituisce ugualmente Lazzaro alla vita; il Signore della vita è più potente della morte, egli comanda alla morte!

Lazzaro che esce legato dal sepolcro diventa quindi immagine dell’umanità sotto il regime di schiavitù del peccato e della morte. Non un peccato attuale, come nel caso del cieco nato, ma una situazione di peccato interconnessa alla morte stessa. Lazaro, per questo, è emblema dell’umanità avvinta e dominata dalla morte; ma, al tempo stesso, diviene promessa della risurrezione per coloro che credono in Gesù.

Giunti allora alle porte della Veglia Pasquale, la liturgia odierna rimanda, attraverso tutto il suo simbolismo, al battesimo; a quell’evento di grazia con il quale Dio ci ha fatto il dono di innestarci in Cristo. La missione, pertanto, che ci viene affidata è quella di farci trovare pronti nel giorno della rinascita.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Lazzaro, colui che fu trovato pronto nel giorno della rinascita.

 Ez 37, 12-14; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

Il Signore è bontà e misericordia.

Il vangelo di questa domenica si inscrive all’interno di un contesto di morte. Essa, infatti, si presenta secondo fattezze burbere, esagitate, apparendo inevitabilmente più forte dell’uomo. Tuttavia quest’ultimo, sebben pago di sforzi inesausti, può al massimo rimandarla, costringendo talvolta se stesso, a implodere in una condizione agonica. Gesù però, il buon pastore, è «venuto affinché [le pecore] abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

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In seguito proprio al discorso denominato del “Buon Pastore”, Gesù si trovò nella condizione di dover fuggire: i Giudei avevano cercato di lapidarlo. Mentre è lontano viene raggiunto dalla notizia della malattia grave dell’amico Lazzaro. Essere amici significa prendersi cura dell’amico stesso, non abbandonarlo nelle avversità: difenderlo! Gesù allora, risponde proprio attraverso un atteggiamento attento e proattivo: si prende cura della sofferenza di Lazzaro e dei suoi familiari.

La morte e la risurrezione di Lazzaro si circonfondono di significati particolari, queste rimandano alla più tardiva morte e risurrezione di Gesù. In questo frangente, Marta, alla notizia dell’arrivo del maestro, gli «andò incontro» (Gv 11, 20) e i due dialogarono. Ed è qui, proprio durante il colloquio, che si assiste alla crescita della fede della donna, una progressione che va dal generico al credere nella risurrezione escatologica, passando per un ulteriore e più alto punto: la professione di fede cristologica. La professione di fede di Marta corrisponde all’auto-proclamazione di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11, 25-26), è questo dunque il centro del vangelo odierno. Marta è figura emblematica del discepolo che crede e testimonia; infatti, corre subito a chiamare Maria.

Dall’auto-proclamazione di Gesù si possono comprendere taluni particolari colmi di un forte significato teologico e spirituale. Primo, l’iniziale temporeggiare. Grazie a tale atteggiamento Gesù, quando giunge a Betania, trova l’amico già morto da quattro giorni. Tuttavia, ricordiamo anche come il Signore aveva annunciato che «questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio» (Gv 11,4). In secondo luogo, il miracolo. La sobrietà del racconto sembra quasi farlo diventare un elemento accessorio. Ciò che viene subito all’occhio, invece, sono proprio i quattro giorni di sepoltura. Secondo il credere del tempo, il limite massimo è superato: la morte ha trionfato e non vi è più alcuna speranza di ritorno in vita. Gesù restituisce ugualmente Lazzaro alla vita; il Signore della vita è più potente della morte, egli comanda alla morte!

Lazzaro che esce legato dal sepolcro diventa quindi immagine dell’umanità sotto il regime di schiavitù del peccato e della morte. Non un peccato attuale, come nel caso del cieco nato, ma una situazione di peccato interconnessa alla morte stessa. Lazaro, per questo, è emblema dell’umanità avvinta e dominata dalla morte; ma, al tempo stesso, diviene promessa della risurrezione per coloro che credono in Gesù.

Giunti allora alle porte della Veglia Pasquale, la liturgia odierna rimanda, attraverso tutto il suo simbolismo, al battesimo; a quell’evento di grazia con il quale Dio ci ha fatto il dono di innestarci in Cristo. La missione, pertanto, che ci viene affidata è quella di farci trovare pronti nel giorno della rinascita.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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