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Unzione degli infermi… solo loro?

La “Giornata del malato” (11 febbraio) invita a riflettere sul sacramento dell’unzione degli infermi per una corretta prassi pastorale.

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La “Giornata del malato” (11 febbraio) invita a riflettere sul sacramento dell’unzione degli infermi per una corretta prassi pastorale.

Se si fa una capatina su Youtube e si inserisce la voce unzione degli infermi, si possono vedere celebrazioni comunitarie in cui tutti, anziani, meno anziani e anche giovani, si mettono in fila per ricevere l’unzione; oppure la variante di preti che vanno lungo la navata a ungere tutti i presenti nei banchi.

Al riguardo, un giovane confratello mi raccontava tempo fa cosa gli era capitato in occasione di queste celebrazioni comunitarie. Egli, quattordicenne, se ne stava tranquillo agli ultimi banchi e, a un certo punto, si sentì chiamare per ricevere anche lui l’unzione. Preso alla sprovvista si fece avanti. Ci abbiamo scherzato su, notando che praticamente aveva ricevuto tutti i sacramenti, o quasi.

Un mio amico mi riferiva lo sconcerto della mamma sessantenne, anch’essa invitata a ricevere l’unzione insieme a tutti gli anziani presenti. a prescindere dal loro stato di salute. Sessantenni? No problem!

Di fronte al sussistere del fenomeno, mi son chiesto se – per caso – mi fosse sfuggita qualche “novità” al riguardo. Per quanto abbia cercato, non ho trovato nulla che giustifichi quella prassi.

L’unica novità, non recentissima per giunta, è l’ipotesi e la proposta fatta da più di uno, di permettere al diacono di amministrare l’unzione degli infermi, cosa non prevista data la connessione stretta dell’unzione con il perdono dei peccati e la disciplina penitenziale (proprio il legame con quella disciplina nel passato confinò l’unzione in extremis: di qui il nome). Bisognerebbe – dicono – riconsiderare l’unzione come sacramento di guarigione, amministrabile dal diacono come “ministro straordinario” di quel sacramento (H. Knauber).

«Non vi è dubbio che, per ora, l’unico ministro valido del sacramento sia il sacerdote o il vescovo. Resta da chiedersi se la Chiesa è talmente legata a questa prassi da non poter accordare tale potere ad altri, ad esempio a dei diaconi. Sulla base della prima tradizione del sacramento però sembra non si possa escludere tale possibilità» (Giorgio Gozzelino, Dizionario Teologico Interdisciplinare 3, pag. 509). Al riguardo, in realtà c’è stato l’intervento della Congregazione della dottrina della fede che ha stabilito l’“assenza” di potere della Chiesa nel riconoscere anche il diacono ministro del sacramento dell’unzione.

Non a tutti indistintamente

Comunque, chi ha fatto la scelta di conferire indistintamente l’unzione degli infermi al raggiungimento dei sessant’anni o, al massimo i settanta, in occasione di celebrazioni comunitarie, avrà adottato come criterio il vecchio adagio Senectus ipsa est morbus (Terenzio), che di per sé non è sbagliato, tenendo presente l’epoca in cui è stato enunciato e certe situazioni in alcune parti del mondo dove la senescenza e il decadimento sono evidenti già da quell’età.

Applicato indistintamente, a parte gli inconvenienti segnalati, non tiene conto che la media della sopravvivenza si è alzata e ci si trova di fronte a ultraottantenni non certo decrepiti, bensì in discreto stato di salute e abbastanza autonomi, con vista e udito e mente in buono stato.

Altro è, invece, il caso di situazioni di evidente e progressivo deterioramento dello stato di salute, e ciò può iniziare per molti già dopo i 60 anni, come giustamente fa notare papa Francesco nella sua catechesi sull’unzione degli infermi.

Nulla ovviamente contro le celebrazioni comunitarie in occasione di pellegrinaggi di malati o l’11 febbraio, giornata del malato, e altre circostanze, come, per esempio, in case di accoglienza per anziani. Tuttavia, «la cosa non va senza problemi. Anzitutto per il rischio di fare dell’unzione dei malati un “sacramentale” buono per tutti gli usi, in quanto molto spesso, in queste circostanze, sono in questione malati cronici o semplici portatori di handicap. Il sacramento potrebbe essere ridotto a una specie di “benedizione” da ricevere ogni tanto, moltiplicandola a piacimento» (Vittorio Croce).

D’altronde, il Rito stesso aiuta nel discernimento. Le preghiere dopo l’unzione sono modulate a seconda dei casi:

– per una persona anziana: su di essa si invoca il «sostegno alla debolezza della tarda età»;

– per un infermo in grave pericolo;

– per un agonizzante.

Altre due preghiere chiedono l’una la guarigione dalle infermità, il perdono dei peccati, l’allontanamento delle sofferenze dell’anima e del corpo con l’augurio di tornare in piena serenità e salute al consueto lavoro; l’altra, il vigore e conforto per vivere la presente sofferenza in unione alla Passione redentrice.

È il caso di dire in questo caso che la lex orandi è lex credendi, ma anche lex… operandi.

Quale malattia

K. Rahner ci dà un criterio per comprendere e discernere. «La malattia, nel senso più serio del termine, non tutto quello che ci mette in contatto col dolore, col medico, forse anche con l’ospedale, è malattia nel senso che ora intendiamo. Vi sono “malattie”, nell’attuale accezione medica, che, per quanto siano spiacevoli, per quanto costino tempo e denaro, fin da principio sono (o almeno sembrano) sotto il controllo del malato stesso e del medico: piccoli disturbi che la natura, col soccorso dell’uomo, per suo conto appiana ed elimina, “malattie” che servono solo a rendere evidente il fatto che noi viviamo e siamo sostanzialmente sani.

Ma vi sono altre malattie: queste, anche se si può superarle, sono un messaggio dell’avvicinarsi della morte; esse manifestano la situazione intima di minaccia e il destino di morte che sono propri dell’uomo; mettono l’uomo a confronto con sé stesso, con la sua caducità, con la sua angoscia della morte e, insieme, con la sua brama della morte, le quali, entrambe represse, governano segretamente la sua esistenza; lo mettono interamente “in questione” di fronte a sé stesso, lo riducono solo, abbandonato, costituiscono, insomma, un’ineluttabile situazione di morte, anche se – come si è detto – la lotta tra morte e vita non è ancora decisa e resta ancora molto spazio alla speranza. La medicina odierna può riuscire a respingere tale malattia fino al margine estremo della vita… Malattie del genere, tali cioè che mettono a confronto radicale con sé stesso, con la propria estrema caducità, col proprio destino di morte, esistono… Si tratta qui della malattia come situazione di morte imminente, pur non significando affatto ancora certezza di morte imminente» (K. Rahner, Il libro dei sacramenti, pp. 80-81, 84).

Oltre il “Rito” e il sacramento

Una situazione del genere può presentarsi per un giovane, una persona relativamente giovane e un adulto. La proposta del sacramento va fatta, nell’ambito di una cura prolungata della persona, da parte del prete la cui presenza è già di conforto: egli assicura la vicinanza, la benedizione, il ministero della consolazione con la Parola del Signore che offre una speranza che non delude.

Egli saprà con delicatezza presentare l’unzione come azione dello Spirito che aiuta il battezzato a vivere la sofferenza in unione a Cristo e lo farà dopo un delicato e ben calibrato ministero di “consolazione”, di vicinanza cioè a chi vive la sofferenza nella solitudine del suo caso particolare che richiede parole di sapienza da parte del ministro, aiutato a sua volta dallo Spirito a superare il proprio timore per la malattia e la prospettiva della morte.

settimo sacramento«Nella cura d’anime degli infermi, non sia tutto trasformato in rito né tutto sia solo sacramento. Già la semplice visita all’ammalato effettuata dal sacerdote senza azione liturgica, se rettamente intesa, può diventare per l’ammalato un incontro con Cristo e servire così da “introduzione” al sacramento, nel senso che porta con sé solo una parte della Buona novella e spezza il pane della Parola, che esce dalla bocca di Dio» (H. Knauber).

«Il sacerdote viene per aiutare il malato o l’anziano; per questo è tanto importante la visita dei sacerdoti presso il malato… È Gesù stesso che arriva per sollevare il malato, per dargli forza, per dargli speranza, per aiutarlo; anche per perdonargli i peccati» (papa Francesco).

Il sacramento dona una grazia particolare: «La “preghiera della fede” nell’unzione degli infermi è la parola efficace della grazia, che Dio, mediante il suo Cristo, pronuncia nella Chiesa in occasione della situazione di malattia, ed è, insieme, la voce di quel silenzio in cui un membro della Chiesa, muto nell’obbedienza, accoglie la promessa del suo misterioso destino come evento d’amore… La grazia del sacramento “può essere salvezza” (e perciò anche perdono della colpa e delle conseguenze della colpa) nel senso che il malato riacquisti la salute del corpo, divenendo in tal modo valido per un ulteriore durata cristiana della sua vita, oppure nel senso che egli riceva un “sollievo” adatto alla lotta suprema e alla suprema esperienza di dolore: a far fronte alla morte, morire nel Signore» (Rahner, pag. 92 ).

Unzione e viatico

Tornando alle celebrazioni comunitarie, esse hanno come risvolto positivo anche la possibilità di creare opinione pubblica nella Chiesa riguardo a quel sacramento che, date le circostanze, non apparirebbe più come “estrema unzione” per i moribondi da amministrare possibilmente quando il malato ha perso conoscenza… perché non si spaventi. «Quando c’è un malato a volte si pensa: “Chiamiamo il sacerdote perché venga”; “No, poi porta malafortuna, non chiamiamolo”, oppure “poi si spaventa l’ammalato”. Perché si pensa questo? Perché c’è un po’ l’idea che, dopo il sacerdote, arrivano le pompe funebri» (papa Francesco).

Tuttavia, una saggia ed efficace pastorale degli anziani da parte del prete e dei ministri straordinari della comunione eucaristica, crea nei familiari e nella comunità una diversa visione dell’azione pastorale verso gli infermi e una diversa concezione dell’unzione.

«Il sacerdote e coloro che sono presenti durante l’unzione degli infermi rappresentano infatti tutta la comunità cristiana che, come un unico corpo, si stringe attorno a chi soffre e ai suoi familiari, alimentando in essi la fede e la speranza, e sostenendoli con la preghiera e il calore fraterno. Ma il conforto più grande deriva dal fatto che, a rendersi presente nel sacramento, è lo stesso Signore Gesù, che ci prende per mano, ci accarezza come faceva con gli ammalati e ci ricorda che ormai gli apparteniamo e che nulla, neppure il male e la morte potrà mai separarci da lui» (papa Francesco).

Sarà proprio il Rito, con la sua sequenza di parole e di gesti significativi, a formare una diversa visione e opinione.

Il prete che frequentemente visita gli ammalati e gli anziani e reca loro l’unzione molto per tempo e quindi distanziata dalla morte della persona – salvo la giusta e opportuna reiterazione in caso di aggravamento –, indurrà la gente a non chiedergli più, vedendolo per le strade: “don, c’è qualcuno che sta morendo?”, come avveniva nel passato, quando bisognava correre al capezzale di un moribondo.

I ministri straordinari informeranno tempestivamente il parroco nel caso notino un deterioramento evidente dello stato di salute, dando così la possibilità di assicurare a tutti gli anziani l’unzione e il viatico.

Il viatico, appunto. «Il sacramentum sacramentorum appare come il vertice e la fonte di tutta la liturgia cristiana… l’eucaristia, dono totale di Gesù che, con la morte, si è fatto totalmente e definitivamente pane spezzato e vino versato per noi, assume, santifica la condizione della malattia, inserendola nella dinamica salvifica della croce di Gesù, ed è il viatico, cioè il pane del cammino o del passaggio da questa vita nel corpo a quella del secolo futuro… come atto supremo di accoglimento e consegna» (Vittorio Croce).

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Unzione degli infermi… solo loro?

La “Giornata del malato” (11 febbraio) invita a riflettere sul sacramento dell’unzione degli infermi per una corretta prassi pastorale.

  

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La “Giornata del malato” (11 febbraio) invita a riflettere sul sacramento dell’unzione degli infermi per una corretta prassi pastorale.

Se si fa una capatina su Youtube e si inserisce la voce unzione degli infermi, si possono vedere celebrazioni comunitarie in cui tutti, anziani, meno anziani e anche giovani, si mettono in fila per ricevere l’unzione; oppure la variante di preti che vanno lungo la navata a ungere tutti i presenti nei banchi.

Al riguardo, un giovane confratello mi raccontava tempo fa cosa gli era capitato in occasione di queste celebrazioni comunitarie. Egli, quattordicenne, se ne stava tranquillo agli ultimi banchi e, a un certo punto, si sentì chiamare per ricevere anche lui l’unzione. Preso alla sprovvista si fece avanti. Ci abbiamo scherzato su, notando che praticamente aveva ricevuto tutti i sacramenti, o quasi.

Un mio amico mi riferiva lo sconcerto della mamma sessantenne, anch’essa invitata a ricevere l’unzione insieme a tutti gli anziani presenti. a prescindere dal loro stato di salute. Sessantenni? No problem!

Di fronte al sussistere del fenomeno, mi son chiesto se – per caso – mi fosse sfuggita qualche “novità” al riguardo. Per quanto abbia cercato, non ho trovato nulla che giustifichi quella prassi.

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L’unica novità, non recentissima per giunta, è l’ipotesi e la proposta fatta da più di uno, di permettere al diacono di amministrare l’unzione degli infermi, cosa non prevista data la connessione stretta dell’unzione con il perdono dei peccati e la disciplina penitenziale (proprio il legame con quella disciplina nel passato confinò l’unzione in extremis: di qui il nome). Bisognerebbe – dicono – riconsiderare l’unzione come sacramento di guarigione, amministrabile dal diacono come “ministro straordinario” di quel sacramento (H. Knauber).

«Non vi è dubbio che, per ora, l’unico ministro valido del sacramento sia il sacerdote o il vescovo. Resta da chiedersi se la Chiesa è talmente legata a questa prassi da non poter accordare tale potere ad altri, ad esempio a dei diaconi. Sulla base della prima tradizione del sacramento però sembra non si possa escludere tale possibilità» (Giorgio Gozzelino, Dizionario Teologico Interdisciplinare 3, pag. 509). Al riguardo, in realtà c’è stato l’intervento della Congregazione della dottrina della fede che ha stabilito l’“assenza” di potere della Chiesa nel riconoscere anche il diacono ministro del sacramento dell’unzione.

Non a tutti indistintamente

Comunque, chi ha fatto la scelta di conferire indistintamente l’unzione degli infermi al raggiungimento dei sessant’anni o, al massimo i settanta, in occasione di celebrazioni comunitarie, avrà adottato come criterio il vecchio adagio Senectus ipsa est morbus (Terenzio), che di per sé non è sbagliato, tenendo presente l’epoca in cui è stato enunciato e certe situazioni in alcune parti del mondo dove la senescenza e il decadimento sono evidenti già da quell’età.

Applicato indistintamente, a parte gli inconvenienti segnalati, non tiene conto che la media della sopravvivenza si è alzata e ci si trova di fronte a ultraottantenni non certo decrepiti, bensì in discreto stato di salute e abbastanza autonomi, con vista e udito e mente in buono stato.

Altro è, invece, il caso di situazioni di evidente e progressivo deterioramento dello stato di salute, e ciò può iniziare per molti già dopo i 60 anni, come giustamente fa notare papa Francesco nella sua catechesi sull’unzione degli infermi.

Nulla ovviamente contro le celebrazioni comunitarie in occasione di pellegrinaggi di malati o l’11 febbraio, giornata del malato, e altre circostanze, come, per esempio, in case di accoglienza per anziani. Tuttavia, «la cosa non va senza problemi. Anzitutto per il rischio di fare dell’unzione dei malati un “sacramentale” buono per tutti gli usi, in quanto molto spesso, in queste circostanze, sono in questione malati cronici o semplici portatori di handicap. Il sacramento potrebbe essere ridotto a una specie di “benedizione” da ricevere ogni tanto, moltiplicandola a piacimento» (Vittorio Croce).

D’altronde, il Rito stesso aiuta nel discernimento. Le preghiere dopo l’unzione sono modulate a seconda dei casi:

– per una persona anziana: su di essa si invoca il «sostegno alla debolezza della tarda età»;

– per un infermo in grave pericolo;

– per un agonizzante.

Altre due preghiere chiedono l’una la guarigione dalle infermità, il perdono dei peccati, l’allontanamento delle sofferenze dell’anima e del corpo con l’augurio di tornare in piena serenità e salute al consueto lavoro; l’altra, il vigore e conforto per vivere la presente sofferenza in unione alla Passione redentrice.

È il caso di dire in questo caso che la lex orandi è lex credendi, ma anche lex… operandi.

Quale malattia

K. Rahner ci dà un criterio per comprendere e discernere. «La malattia, nel senso più serio del termine, non tutto quello che ci mette in contatto col dolore, col medico, forse anche con l’ospedale, è malattia nel senso che ora intendiamo. Vi sono “malattie”, nell’attuale accezione medica, che, per quanto siano spiacevoli, per quanto costino tempo e denaro, fin da principio sono (o almeno sembrano) sotto il controllo del malato stesso e del medico: piccoli disturbi che la natura, col soccorso dell’uomo, per suo conto appiana ed elimina, “malattie” che servono solo a rendere evidente il fatto che noi viviamo e siamo sostanzialmente sani.

Ma vi sono altre malattie: queste, anche se si può superarle, sono un messaggio dell’avvicinarsi della morte; esse manifestano la situazione intima di minaccia e il destino di morte che sono propri dell’uomo; mettono l’uomo a confronto con sé stesso, con la sua caducità, con la sua angoscia della morte e, insieme, con la sua brama della morte, le quali, entrambe represse, governano segretamente la sua esistenza; lo mettono interamente “in questione” di fronte a sé stesso, lo riducono solo, abbandonato, costituiscono, insomma, un’ineluttabile situazione di morte, anche se – come si è detto – la lotta tra morte e vita non è ancora decisa e resta ancora molto spazio alla speranza. La medicina odierna può riuscire a respingere tale malattia fino al margine estremo della vita… Malattie del genere, tali cioè che mettono a confronto radicale con sé stesso, con la propria estrema caducità, col proprio destino di morte, esistono… Si tratta qui della malattia come situazione di morte imminente, pur non significando affatto ancora certezza di morte imminente» (K. Rahner, Il libro dei sacramenti, pp. 80-81, 84).

Oltre il “Rito” e il sacramento

Una situazione del genere può presentarsi per un giovane, una persona relativamente giovane e un adulto. La proposta del sacramento va fatta, nell’ambito di una cura prolungata della persona, da parte del prete la cui presenza è già di conforto: egli assicura la vicinanza, la benedizione, il ministero della consolazione con la Parola del Signore che offre una speranza che non delude.

Egli saprà con delicatezza presentare l’unzione come azione dello Spirito che aiuta il battezzato a vivere la sofferenza in unione a Cristo e lo farà dopo un delicato e ben calibrato ministero di “consolazione”, di vicinanza cioè a chi vive la sofferenza nella solitudine del suo caso particolare che richiede parole di sapienza da parte del ministro, aiutato a sua volta dallo Spirito a superare il proprio timore per la malattia e la prospettiva della morte.

settimo sacramento«Nella cura d’anime degli infermi, non sia tutto trasformato in rito né tutto sia solo sacramento. Già la semplice visita all’ammalato effettuata dal sacerdote senza azione liturgica, se rettamente intesa, può diventare per l’ammalato un incontro con Cristo e servire così da “introduzione” al sacramento, nel senso che porta con sé solo una parte della Buona novella e spezza il pane della Parola, che esce dalla bocca di Dio» (H. Knauber).

«Il sacerdote viene per aiutare il malato o l’anziano; per questo è tanto importante la visita dei sacerdoti presso il malato… È Gesù stesso che arriva per sollevare il malato, per dargli forza, per dargli speranza, per aiutarlo; anche per perdonargli i peccati» (papa Francesco).

Il sacramento dona una grazia particolare: «La “preghiera della fede” nell’unzione degli infermi è la parola efficace della grazia, che Dio, mediante il suo Cristo, pronuncia nella Chiesa in occasione della situazione di malattia, ed è, insieme, la voce di quel silenzio in cui un membro della Chiesa, muto nell’obbedienza, accoglie la promessa del suo misterioso destino come evento d’amore… La grazia del sacramento “può essere salvezza” (e perciò anche perdono della colpa e delle conseguenze della colpa) nel senso che il malato riacquisti la salute del corpo, divenendo in tal modo valido per un ulteriore durata cristiana della sua vita, oppure nel senso che egli riceva un “sollievo” adatto alla lotta suprema e alla suprema esperienza di dolore: a far fronte alla morte, morire nel Signore» (Rahner, pag. 92 ).

Unzione e viatico

Tornando alle celebrazioni comunitarie, esse hanno come risvolto positivo anche la possibilità di creare opinione pubblica nella Chiesa riguardo a quel sacramento che, date le circostanze, non apparirebbe più come “estrema unzione” per i moribondi da amministrare possibilmente quando il malato ha perso conoscenza… perché non si spaventi. «Quando c’è un malato a volte si pensa: “Chiamiamo il sacerdote perché venga”; “No, poi porta malafortuna, non chiamiamolo”, oppure “poi si spaventa l’ammalato”. Perché si pensa questo? Perché c’è un po’ l’idea che, dopo il sacerdote, arrivano le pompe funebri» (papa Francesco).

Tuttavia, una saggia ed efficace pastorale degli anziani da parte del prete e dei ministri straordinari della comunione eucaristica, crea nei familiari e nella comunità una diversa visione dell’azione pastorale verso gli infermi e una diversa concezione dell’unzione.

«Il sacerdote e coloro che sono presenti durante l’unzione degli infermi rappresentano infatti tutta la comunità cristiana che, come un unico corpo, si stringe attorno a chi soffre e ai suoi familiari, alimentando in essi la fede e la speranza, e sostenendoli con la preghiera e il calore fraterno. Ma il conforto più grande deriva dal fatto che, a rendersi presente nel sacramento, è lo stesso Signore Gesù, che ci prende per mano, ci accarezza come faceva con gli ammalati e ci ricorda che ormai gli apparteniamo e che nulla, neppure il male e la morte potrà mai separarci da lui» (papa Francesco).

Sarà proprio il Rito, con la sua sequenza di parole e di gesti significativi, a formare una diversa visione e opinione.

Il prete che frequentemente visita gli ammalati e gli anziani e reca loro l’unzione molto per tempo e quindi distanziata dalla morte della persona – salvo la giusta e opportuna reiterazione in caso di aggravamento –, indurrà la gente a non chiedergli più, vedendolo per le strade: “don, c’è qualcuno che sta morendo?”, come avveniva nel passato, quando bisognava correre al capezzale di un moribondo.

I ministri straordinari informeranno tempestivamente il parroco nel caso notino un deterioramento evidente dello stato di salute, dando così la possibilità di assicurare a tutti gli anziani l’unzione e il viatico.

Il viatico, appunto. «Il sacramentum sacramentorum appare come il vertice e la fonte di tutta la liturgia cristiana… l’eucaristia, dono totale di Gesù che, con la morte, si è fatto totalmente e definitivamente pane spezzato e vino versato per noi, assume, santifica la condizione della malattia, inserendola nella dinamica salvifica della croce di Gesù, ed è il viatico, cioè il pane del cammino o del passaggio da questa vita nel corpo a quella del secolo futuro… come atto supremo di accoglimento e consegna» (Vittorio Croce).

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