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Una teologia per la società?

Diversificare l’approccio

- Advertisement -
di: Massimo Nardello

Una delle questioni più importanti per il futuro della teologia nel nostro paese, che ha già un certo impatto sull’attività di chi si occupa professionalmente di questa disciplina, è il suo ruolo nell’ambito civile. Da un lato, si sta abbandonando la convinzione che la sfera pubblica debba essere conquistata dal pensiero cristiano, in quanto senza riferimenti alla dimensione religiosa essa resterebbe senza alcun fondamento teorico e quindi tendenzialmente instabile. Dall’altro, però, ci risulta ancora molto difficile enucleare le valenze culturali del cristianesimo in modo tale che esse possano essere ascoltate nel dibattito pubblico, e siano utili non ad “ecclesializzare” la società, ma a farla crescere nella via di quei valori creaturali che Dio ha posto a suo fondamento.

Per una strada non ecclesiale

Ciò non toglie che una Chiesa che sa ispirare in modo sapiente il contesto civile in cui vive finisca per godere di una maggiore autorevolezza anche quando svolga la sua attività primaria, cioè l’evangelizzazione delle singole persone. Resta il fatto, però, che, se ogni individuo è chiamato alla fede in Gesù ed è quindi debitore dell’annuncio evangelico, la società in quanto tale deve restare non confessionale, e quindi camminare verso il regno di Dio per una strada non ecclesiale.

La teologia nel contesto pubblico dovrebbe precisamente favorire tale processo, cosa che evidentemente non è semplice.

A mio parere, la maggiore difficoltà della riflessione teologica a servire questo aspetto del disegno divino della salvezza è data dal fatto che essa non può limitarsi ad immettere nel contesto pubblico quanto ha già elaborato per servire la fede dei credenti e delle comunità.

In altre parole, una teologia intesa tradizionalmente come fides quaerens intellectum non può funzionare nel contesto civile, in quanto quest’ultimo non può fare proprie alcune imprescindibili premesse metodologiche della prima. Occorre, quindi, dar vita ad una teologia per la società e per l’università che, pur mantenendo le sue radici nella Tradizione della fede ecclesiale e nella sua interpretazione ad opera di una teologia per la Chiesa, si dedichi a riflettere sulla valenza culturale di questo patrimonio, in modo da proporre nel dibattito pubblico qualcosa che possa essere effettivamente fruito dalle istituzioni laiche e da chi non è cattolico.

Le fonti bibliche della cristologia

Per chiarire meglio la necessità di una teologia distinta da quella finalizzata in senso ecclesiale, vorrei fare un esempio a partire da una tematica teologica concreta, cioè l’uso delle fonti bibliche nell’elaborazione della cristologia.

Come è assodato da diversi decenni anche nella visione cattolica, dal punto di vista strettamente storiografico il Cristo raccontato dai quattro vangeli non corrisponde esattamente alla figura storica di Gesù di Nazareth. Le narrazioni evangeliche, infatti, non sono delle cronache giornalistiche ma delle interpretazioni di fede, in cui la narrazione di ciò che Gesù ha realmente detto è fatto è stata opportunamente reinterpretata dalle comunità delle origini e ultimamente dagli evangelisti per trasmettere una specifica lettura della sua identità e del suo messaggio.

Ora, una teologia finalizzata in senso ecclesiale – la fides quaerens intellectum – parte dal presupposto indiscutibile che le interpretazioni che le comunità delle origini hanno dato della persona di Gesù, delle sue parole e delle sue azioni, siano letture assolutamente fedeli e affidabili, seppure parziali. Essere cristiani, infatti, significa accogliere la Tradizione della fede, cioè quella comprensione multiforme dell’evento cristologico che la Chiesa trasmette da duemila anni e che è attestata eminentemente nella Scrittura, e crescere in questo modo nella relazione personale con il Signore nella grazia dello Spirito.

Per questo una teologia che nasce da un’esperienza di fede così configurata non potrà mai mettere in discussione l’autenticità delle tradizioni evangeliche, anche se queste non sono sempre strettamente aderenti dal punto di vista storiografico a quello che il Gesù storico ha realmente detto e fatto.

Gesù storicoCiò non toglie che, per il credente, soprattutto se teologo, la ricerca sul Gesù storico resti ancora oggi molto importante, ma non per distinguere quegli aspetti della sua vicenda e del suo messaggio che sarebbero storici e normativi da quanto sarebbe stato indebitamente creato dalle comunità delle origini, ma semplicemente per cogliere il carattere parziale di ogni interpretazione dell’evento cristologico.

In altre parole, poter distinguere la vicenda terrena di Gesù dalle sue interpretazioni successive ci fa cogliere come egli abbia dato vita a pluriformi letture del mistero della sua persona, ciascuna delle quali non può esaurirne la ricchezza.Nel quadro della fede e di una teologia finalizzata in senso ecclesiale, però, la validità e la normatività di queste interpretazioni neotestamentarie dovrà essere postulata anche sul piano metodologico.

Le cose stanno molto diversamente se ci si muove in una teologia pensata per la società e l’università. In questo ambito, infatti, fa testo la ricostruzione storica della persona di Gesù e del suo messaggio, mentre le varie interpretazioni a cui le comunità cristiane hanno dato vita e che sono confluite nei vangeli non possono essere ritenute pregiudizialmente espressione autentica del suo messaggio se questo non è dimostrabile sul piano strettamente storiografico.

Ciò non toglie che le narrazioni evangeliche potranno essere ugualmente utili nel dibattito pubblico, nella misura in cui è possibile ricavare da esse dei significati utili a interpretare il senso della vita umana, ma non potranno essere accettate pregiudizialmente come espressive del messaggio di Gesù di Nazareth senza una previa verifica critica. Forse, le incomprensioni che si registrano ancora oggi tra studiosi che afferiscono all’ambito esegetico e teologico sulla questione del Gesù storico potrebbero essere superate se ciascuno chiarisse in quale di questi due ambiti, ecclesiale o civile, intende collocare la propria indagine.

Diversificare l’approccio

Questo semplice esempio dimostra come l’ermeneutica delle fonti di una teologia finalizzata in senso ecclesiale debba svolgersi in termini un po’ diversi da quella di una teologia che vuole riproporne i contenuti nell’ambito pubblico. Questa attenzione non dovrebbe venire meno soprattutto ai nostri giorni, visto che la commistione tra religione e vita pubblica, anche se occasionale, rischia di oscurare il carattere legittimamente non confessionale delle società contemporanee. In Italia non siamo tutti cattolici…

Tutto questo rende ancora più arduo il compito della teologia, che dovrebbe diversificare il suo approccio a seconda del proprio ambito di attività. D’altra parte, è sempre più evidente che il travasare nel contesto pubblico una riflessione teologica nata per alimentare l’esperienza credente dei discepoli di Gesù e delle loro comunità non può che generare forti resistenze o, al peggio, alimentare la nostalgia di una societas christiana.

Pensare di superare queste criticità facendo leva semplicemente su soluzioni di natura giuridica, come quelle che potrebbero derivare dal recente riconoscimento civile dei titoli ecclesiastici, significa dimostrare di non aver capito la complessità del problema.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Una teologia per la società?

Diversificare l’approccio

  

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Una delle questioni più importanti per il futuro della teologia nel nostro paese, che ha già un certo impatto sull’attività di chi si occupa professionalmente di questa disciplina, è il suo ruolo nell’ambito civile. Da un lato, si sta abbandonando la convinzione che la sfera pubblica debba essere conquistata dal pensiero cristiano, in quanto senza riferimenti alla dimensione religiosa essa resterebbe senza alcun fondamento teorico e quindi tendenzialmente instabile. Dall’altro, però, ci risulta ancora molto difficile enucleare le valenze culturali del cristianesimo in modo tale che esse possano essere ascoltate nel dibattito pubblico, e siano utili non ad “ecclesializzare” la società, ma a farla crescere nella via di quei valori creaturali che Dio ha posto a suo fondamento.

Per una strada non ecclesiale

Ciò non toglie che una Chiesa che sa ispirare in modo sapiente il contesto civile in cui vive finisca per godere di una maggiore autorevolezza anche quando svolga la sua attività primaria, cioè l’evangelizzazione delle singole persone. Resta il fatto, però, che, se ogni individuo è chiamato alla fede in Gesù ed è quindi debitore dell’annuncio evangelico, la società in quanto tale deve restare non confessionale, e quindi camminare verso il regno di Dio per una strada non ecclesiale.

La teologia nel contesto pubblico dovrebbe precisamente favorire tale processo, cosa che evidentemente non è semplice.

A mio parere, la maggiore difficoltà della riflessione teologica a servire questo aspetto del disegno divino della salvezza è data dal fatto che essa non può limitarsi ad immettere nel contesto pubblico quanto ha già elaborato per servire la fede dei credenti e delle comunità.

In altre parole, una teologia intesa tradizionalmente come fides quaerens intellectum non può funzionare nel contesto civile, in quanto quest’ultimo non può fare proprie alcune imprescindibili premesse metodologiche della prima. Occorre, quindi, dar vita ad una teologia per la società e per l’università che, pur mantenendo le sue radici nella Tradizione della fede ecclesiale e nella sua interpretazione ad opera di una teologia per la Chiesa, si dedichi a riflettere sulla valenza culturale di questo patrimonio, in modo da proporre nel dibattito pubblico qualcosa che possa essere effettivamente fruito dalle istituzioni laiche e da chi non è cattolico.

Le fonti bibliche della cristologia
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Come è assodato da diversi decenni anche nella visione cattolica, dal punto di vista strettamente storiografico il Cristo raccontato dai quattro vangeli non corrisponde esattamente alla figura storica di Gesù di Nazareth. Le narrazioni evangeliche, infatti, non sono delle cronache giornalistiche ma delle interpretazioni di fede, in cui la narrazione di ciò che Gesù ha realmente detto è fatto è stata opportunamente reinterpretata dalle comunità delle origini e ultimamente dagli evangelisti per trasmettere una specifica lettura della sua identità e del suo messaggio.

Ora, una teologia finalizzata in senso ecclesiale – la fides quaerens intellectum – parte dal presupposto indiscutibile che le interpretazioni che le comunità delle origini hanno dato della persona di Gesù, delle sue parole e delle sue azioni, siano letture assolutamente fedeli e affidabili, seppure parziali. Essere cristiani, infatti, significa accogliere la Tradizione della fede, cioè quella comprensione multiforme dell’evento cristologico che la Chiesa trasmette da duemila anni e che è attestata eminentemente nella Scrittura, e crescere in questo modo nella relazione personale con il Signore nella grazia dello Spirito.

Per questo una teologia che nasce da un’esperienza di fede così configurata non potrà mai mettere in discussione l’autenticità delle tradizioni evangeliche, anche se queste non sono sempre strettamente aderenti dal punto di vista storiografico a quello che il Gesù storico ha realmente detto e fatto.

Gesù storicoCiò non toglie che, per il credente, soprattutto se teologo, la ricerca sul Gesù storico resti ancora oggi molto importante, ma non per distinguere quegli aspetti della sua vicenda e del suo messaggio che sarebbero storici e normativi da quanto sarebbe stato indebitamente creato dalle comunità delle origini, ma semplicemente per cogliere il carattere parziale di ogni interpretazione dell’evento cristologico.

In altre parole, poter distinguere la vicenda terrena di Gesù dalle sue interpretazioni successive ci fa cogliere come egli abbia dato vita a pluriformi letture del mistero della sua persona, ciascuna delle quali non può esaurirne la ricchezza.Nel quadro della fede e di una teologia finalizzata in senso ecclesiale, però, la validità e la normatività di queste interpretazioni neotestamentarie dovrà essere postulata anche sul piano metodologico.

Le cose stanno molto diversamente se ci si muove in una teologia pensata per la società e l’università. In questo ambito, infatti, fa testo la ricostruzione storica della persona di Gesù e del suo messaggio, mentre le varie interpretazioni a cui le comunità cristiane hanno dato vita e che sono confluite nei vangeli non possono essere ritenute pregiudizialmente espressione autentica del suo messaggio se questo non è dimostrabile sul piano strettamente storiografico.

Ciò non toglie che le narrazioni evangeliche potranno essere ugualmente utili nel dibattito pubblico, nella misura in cui è possibile ricavare da esse dei significati utili a interpretare il senso della vita umana, ma non potranno essere accettate pregiudizialmente come espressive del messaggio di Gesù di Nazareth senza una previa verifica critica. Forse, le incomprensioni che si registrano ancora oggi tra studiosi che afferiscono all’ambito esegetico e teologico sulla questione del Gesù storico potrebbero essere superate se ciascuno chiarisse in quale di questi due ambiti, ecclesiale o civile, intende collocare la propria indagine.

Diversificare l’approccio

Questo semplice esempio dimostra come l’ermeneutica delle fonti di una teologia finalizzata in senso ecclesiale debba svolgersi in termini un po’ diversi da quella di una teologia che vuole riproporne i contenuti nell’ambito pubblico. Questa attenzione non dovrebbe venire meno soprattutto ai nostri giorni, visto che la commistione tra religione e vita pubblica, anche se occasionale, rischia di oscurare il carattere legittimamente non confessionale delle società contemporanee. In Italia non siamo tutti cattolici…

Tutto questo rende ancora più arduo il compito della teologia, che dovrebbe diversificare il suo approccio a seconda del proprio ambito di attività. D’altra parte, è sempre più evidente che il travasare nel contesto pubblico una riflessione teologica nata per alimentare l’esperienza credente dei discepoli di Gesù e delle loro comunità non può che generare forti resistenze o, al peggio, alimentare la nostalgia di una societas christiana.

Pensare di superare queste criticità facendo leva semplicemente su soluzioni di natura giuridica, come quelle che potrebbero derivare dal recente riconoscimento civile dei titoli ecclesiastici, significa dimostrare di non aver capito la complessità del problema.

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