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Una spiritualità per chi presiede la liturgia

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di: Matteo Ferrari

Certamente la figura di Giovanni Battista come ce lo presenta il quarto Vangelo riguarda ogni cristiano. In qualche modo, egli viene presentato come un modello del discepolo di Gesù. Giovanni è “testimone della luce”, ha il compito nel mondo di ridestare quel desiderio di vita che il creatore ha posto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, cercando di contrastare le tenebre, per preparare una via per il Signore.

Tuttavia, se è vero che il Battista è modello di ogni cristiano, potremmo anche prenderlo come modello del ministero nella celebrazione liturgica e, in particolar modo, di chi vive il servizio della presidenza.

È sempre un servizio complesso quello di presiedere, che coinvolge tante dimensioni, competenze, sensibilità. Non è certamente auspicabile “uniformare” tutto. Questo, oltre che essere impossibile, sarebbe la morte della liturgia. La diversità dei doni, degli stili, delle sensibilità non è un limite, ma una ricchezza. Tuttavia, occorre anche una cura del modo di svolgere i vari ministeri nella liturgia e la presidenza della celebrazione in particolare. Potremmo dire che occorre una “spiritualità” del ministero e della presidenza liturgica che, pur non cancellando le particolarità di ognuno, permetta un rispetto del senso fondamentale della liturgia e del mistero celebrato.

«Un uomo mandato da Dio»

Nel prologo poetico (Gv 1,6) l’evangelista in un solo versetto ci presenta la “carta d’identità” di Giovanni. Egli è innanzitutto un uomo. Non è distinto da tutti gli uomini e le donne: è un fratello. Questo comporta che Giovanni, «il più grande tra i nati di donna» (Mt 11,11), condivida le ricchezze e i limiti della condizione umana. Giovanni può essere modello, proprio perché non si presenta come “separato” o “diverso” dagli altri, ma ne condivide la condizione, le attese di ogni uomo e donna.

In secondo luogo, il Battista è «mandato da Dio». Egli non porta né un messaggio, né una missione propria, ma è stato inviato da Dio. Giovanni si pone sulla scia di tutti i profeti: mandati da Dio, servi appassionati della sua Parola. Come i profeti, egli è un uomo, ma la sua missione è quella di “stare in mezzo” tra Dio e gli uomini, condividendo sia la sorte della Parola del Signore, sia quella del popolo.

Infine, l’evangelista riferisce il nome di quest’uomo: Giovanni. Il Battista è un uomo, ma non è un uomo generico: ha un nome ben preciso, ha una sua singolarità e personalità. Il significato del suo nome è «Dio fa/ha fatto misericordia». Il nome dice anche l’identità e la missione: egli deve essere testimone della misericordia di Dio.

Queste prime tre caratteristiche del Battista sono come i primi tre ingredienti da curare per una “spiritualità” del ministero e della presidenza liturgica.

Chi svolge un ministero o presiede la celebrazione liturgica è innanzitutto “un uomo”. Sembra banale, ma non ce lo dobbiamo mai dimenticare. C’è una umanità da curare. La radice di un’autentica ars celebrandi è la nostra umanità. Tanto più si vive una umanità libera, matura, vera e serena, tanto più è possibile vivere il ministero nella liturgia. Questa prima caratteristica del Battista dice a chi presiede che è un uomo come gli altri, è un fratello tra i fratelli e le sorelle. Questo è un atteggiamento molto importante nell’arte di presiedere, nel rapporto con l’assemblea.

La seconda caratteristica del Battista che può illuminare il ministero e la presidenza è il fatto di essere portatori di un messaggio e di un ministero che viene da Dio. La consapevolezza di non svolgere un compito in proprio, ma di essere inviati, deve far comprendere che chi presiede non è “padrone” di ciò che amministra, ma unicamente un inviato da Dio. Anche l’atteggiamento di non essere ministri “a titolo proprio”, ma come “inviati di Dio”, è ciò che imprime uno stile nel rapporto tra presidente/ministri e assemblea.

Infine, chi presiede o chi svolge un ministero ha “un nome proprio”. Chi presiede non è una persona generica, ma una persona con un nome, una storia, delle relazioni, un inserimento nella comunità cristiana. Come il Battista, ognuno ha un nome proprio e quindi una propria identità, una propria particolare missione. Non ci si può annullare nel ministero, non si può essere “un’altra persona”. Anche la spersonalizzazione, l’essere altri, a volte avere anche un’altra voce, altri atteggiamenti, non giovano all’ars celebrandi, alla capacità di presiedere un’assemblea liturgica. Occorre essere capaci di evitare il protagonismo, senza rinunciare alla presenza e alla vicinanza.

Ma “Giovanni” è anche un po’ il nome di ogni ministro, in quanto chiamato ad annunciare che «il Signore fa misericordia». Soprattutto chi presiede la celebrazione porta in qualche modo sempre il nome di “Giovanni” perché è ministro della misericordia di Dio per ogni uomo e donna. Uno stile fondamentale per chi presiede!

«Egli non era la luce»

Sia nella parte del prologo poetico (Gv 1,6-8.15), sia in quello narrativo (Gv 1,19-34), il quarto Vangelo ci presenta la testimonianza del Battista. La prima presentazione che l’evangelista fa è tutta al negativo.

Prima di tutto si dice chi Giovanni non è. Innanzitutto nel prologo poetico si afferma che il Battista “non è la luce”. Egli è testimone della luce, ma non si identifica con essa. La luce nel Vangelo di Giovanni è lo splendore della vita, che il creatore ha desiderato fin dalla creazione del mondo. Non c’è altro progetto di Dio al di fuori della vita in pienezza. E per “vita” non si indica solamente la vita biologica, ma quella che non viene meno e non teme la morte.

Il Battista, pur non essendo la luce, cioè la manifestazione della vita che Dio desidera per l’umanità, ne è il testimone. Cioè, in un tribunale dove si affrontano la luce e le tenebre, egli è chiamato a parlare in favore della luce: deve ridestare nel cuore degli uomini e delle donne il desiderio della vita, l’anelito alla luce. Questa è la missione di Giovanni tutta decentrata da sé, per indicare un altro, che è – secondo quanto sottolinea il prologo stesso – «la luce vera, che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Nel prologo narrativo continua questa presentazione “in negativo” del Battista. Interrogato da coloro che sono mandati da Gerusalemme per chiedere conto della sua identità, egli afferma di non essere né il Cristo, né Elia, né il profeta. Egli non è il Messia, cioè non è lui l’atteso di Israele, quella figura futura nella quale si concentrano tutte le speranze del popolo. Lui non è nemmeno Elia, il profeta atteso, secondo quanto affermano Malachia (Mal 3,1-3.23-24) e il Libro del Siracide (48,9-11), per predicare la conversione prima del giorno del Signore. Giovanni non si riconosce come la figura definitiva, che precede il giorno del Signore.

Inoltre, egli non si riconosce nemmeno nel “profeta”, cioè nel «profeta simile a Mosè» annunciato nel Libro del Deuteronomio (Dt 18,15.18).

Giovanni Battista quindi non si riconosce nel “futuro” rappresentato dal Messia, né nel passato raffigurato da Elia e dal profeta simile a Mosè. Egli dice non sono io né il passato né il futuro, per indicare «colui che è che era e che viene».

Ecco un secondo passo: un ministro, chi presiede la celebrazione, deve saper dire come Giovanni “non sono io”. Il suo compito è quello di indicare un altro, l’Agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo (cf. Gv 1,19.36). Come per Giovanni, compito di chi presiede la celebrazione, come di tutti gli altri ministri, è quello di indicare Cristo, senza attirare l’attenzione su di sé. Anche in questo caso c’è un rischio molto insidioso: quello di sentirsi i protagonisti della situazione.

Giovanni insegna a dire: “non sono io”. Quindi, questa presentazione “in negativo” del Battista, non è altro che il puntare il dito su un altro, come dirà alla fine della sua testimonianza. Interrogato nuovamente sulla sua identità e sulla sua autorità, il Battista risponde: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,26-27). È questo il compito di chi presiede la celebrazione nei confronti dell’assemblea liturgica! Annunciare: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete!».

Presiedere la celebrazione, svolgere in essa un ministero, significa ultimamente sempre annunciare la presenza del Signore risorto e vivente nell’assemblea di coloro che sono radunati nel suo nome. D’altra parte, è anche il senso dell’abito liturgico: indossare un abito particolare significa dire “non sono io!”, dovete guardare un altro.

«Voce che grida nel deserto»

Dopo la risposta in negativo, ecco quella in positivo. Giovanni, citando un passo del profeta Isaia, afferma di essere «voce che grida nel deserto» (Gv 1,23; Is 40,3). Egli afferma di essere “voce”. Origene commenta: «è mediante una voce che la Parola viene resa presente». C’è quindi un rapporto tra voce e parola, ma la voce non è la Parola. La Parola/Verbo è Gesù il Cristo, Giovanni è solo voce che fa risuonare la Parola. In qualche modo Giovanni riferisce a sé una caratteristica che appartiene anche alla Scrittura: quella di essere voce della Parola di Dio, in un rapporto di identità e differenza nello stesso tempo.

Il deserto è il luogo nel quale la voce grida, è anche il posto nel quale Dio incontra il suo popolo e lo educa. Come in un nuovo esodo il Signore incontra il suo popolo e lo accompagna verso la terra promessa.

Inoltre, nel deserto Israele è nato: è come se si trattasse di un nuovo inizio, una nuova possibilità offerta da Dio al suo popolo per ristabilire la relazione con lui e l’alleanza. Giovanni distoglie ancora una volta l’attenzione da sé, dice di essere unicamente la voce della Parola e afferma che il suo compito è quello di «rendere diritta la via del Signore»: la meta non è l’incontro con lui, ma egli ha solo il compito di rendere diritta la via per l’incontro con il Signore.

Anche questa autopresentazione in positivo del Battista può dire qualche cosa ha chi esercita il ministero della presidenza nell’assemblea liturgica. I ministeri nella liturgia devono essere consapevoli di non essere la Parola, ma di essere voce della Parola. Come Giovanni essi dovrebbero rivestirsi «della magnifica dignità della Scrittura» (X. Léon Dufour). Anche la Scrittura, infatti, non è “la Parola”, ma è voce e sacramento della Parola di Dio (cf. DV 24).

Chi ha il compito della presidenza o del ministero nella liturgia dovrebbe essere così in ascolto della Parola di Dio da diventare “scrittura” vivente, una Bibbia non scritta sulle pagine di carta di un libro, ma nella viva carne della nostra esistenza. Per questo, come sollecita anche Dei Verbum, l’ascolto della Parola nella sacra Scrittura dovrebbe appartenere in modo particolare a chi che nella Chiesa vive il ministero pastorale e liturgico.

Parlando di quanti «attendono legittimamente al servizio della parola», il Concilio afferma che essi «devono essere attaccati alle Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio assiduo» (DV 25). Pensiamo a quanto sia importante questo aspetto per il servizio della predicazione e dell’omelia.

«Ho visto e ho reso testimonianza»

Circa l’autopresentazione del Battista, l’evangelista Giovanni afferma che è una «confessione» (Gv 1,20). Si tratta di un termine tecnico per indicare la professione di fede nel Messia. Egli parla di sé, ma in fondo confessa la fede nel Messia, per giungere a parlare dello sposo al quale non è degno di sciogliere il laccio dei sandali (cf. Gv 1,27). Giovanni ha visto e ha reso testimonianza: «ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,34). Egli ha fatto esperienza diretta di Gesù Messia. Per questo può essere suo testimone e indicarlo ad altri come l’Agnello di Dio.

Giovanni parla a chi svolge il compito della presidenza e del ministero nella liturgia per dirgli che solo chi ha fatto esperienza di Gesù Messia può poi testimoniarlo e far sì che altri lo incontrino: «si tratta di una sorta di dato teologico generale: ogni accoglienza del “mistero” apre su un “ministero”» (L.-M. Chauvet).

Il ministero della presidenza, l’ars celebrandi, non è allora solamente, né forse principalmente, una questione di competenza, ma di spiritualità. Il desiderio stesso della formazione e della competenza – che sono comunque essenziali – nasce dall’amore, dal percepire che una realtà così centrale per la vita cristiana come l’eucaristia e la liturgia hanno prima di tutto senso per me. Senza amore non c’è nemmeno competenza.

Giovanni Battista ci insegna questo e diventa modello per tutti coloro che svolgono un ministero nell’assemblea liturgica. Giovanni è “un asceta”, che vive nel deserto. Anche presiedere una celebrazione, necessita un’ascesi: quella di saper dire, come il Battista: “non sono io!”.

  • Matteo Ferrari è monaco di Camaldoli.
Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Una spiritualità per chi presiede la liturgia

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di: Matteo Ferrari

Certamente la figura di Giovanni Battista come ce lo presenta il quarto Vangelo riguarda ogni cristiano. In qualche modo, egli viene presentato come un modello del discepolo di Gesù. Giovanni è “testimone della luce”, ha il compito nel mondo di ridestare quel desiderio di vita che il creatore ha posto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, cercando di contrastare le tenebre, per preparare una via per il Signore.

Tuttavia, se è vero che il Battista è modello di ogni cristiano, potremmo anche prenderlo come modello del ministero nella celebrazione liturgica e, in particolar modo, di chi vive il servizio della presidenza.

È sempre un servizio complesso quello di presiedere, che coinvolge tante dimensioni, competenze, sensibilità. Non è certamente auspicabile “uniformare” tutto. Questo, oltre che essere impossibile, sarebbe la morte della liturgia. La diversità dei doni, degli stili, delle sensibilità non è un limite, ma una ricchezza. Tuttavia, occorre anche una cura del modo di svolgere i vari ministeri nella liturgia e la presidenza della celebrazione in particolare. Potremmo dire che occorre una “spiritualità” del ministero e della presidenza liturgica che, pur non cancellando le particolarità di ognuno, permetta un rispetto del senso fondamentale della liturgia e del mistero celebrato.

«Un uomo mandato da Dio»

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Nel prologo poetico (Gv 1,6) l’evangelista in un solo versetto ci presenta la “carta d’identità” di Giovanni. Egli è innanzitutto un uomo. Non è distinto da tutti gli uomini e le donne: è un fratello. Questo comporta che Giovanni, «il più grande tra i nati di donna» (Mt 11,11), condivida le ricchezze e i limiti della condizione umana. Giovanni può essere modello, proprio perché non si presenta come “separato” o “diverso” dagli altri, ma ne condivide la condizione, le attese di ogni uomo e donna.

In secondo luogo, il Battista è «mandato da Dio». Egli non porta né un messaggio, né una missione propria, ma è stato inviato da Dio. Giovanni si pone sulla scia di tutti i profeti: mandati da Dio, servi appassionati della sua Parola. Come i profeti, egli è un uomo, ma la sua missione è quella di “stare in mezzo” tra Dio e gli uomini, condividendo sia la sorte della Parola del Signore, sia quella del popolo.

Infine, l’evangelista riferisce il nome di quest’uomo: Giovanni. Il Battista è un uomo, ma non è un uomo generico: ha un nome ben preciso, ha una sua singolarità e personalità. Il significato del suo nome è «Dio fa/ha fatto misericordia». Il nome dice anche l’identità e la missione: egli deve essere testimone della misericordia di Dio.

Queste prime tre caratteristiche del Battista sono come i primi tre ingredienti da curare per una “spiritualità” del ministero e della presidenza liturgica.

Chi svolge un ministero o presiede la celebrazione liturgica è innanzitutto “un uomo”. Sembra banale, ma non ce lo dobbiamo mai dimenticare. C’è una umanità da curare. La radice di un’autentica ars celebrandi è la nostra umanità. Tanto più si vive una umanità libera, matura, vera e serena, tanto più è possibile vivere il ministero nella liturgia. Questa prima caratteristica del Battista dice a chi presiede che è un uomo come gli altri, è un fratello tra i fratelli e le sorelle. Questo è un atteggiamento molto importante nell’arte di presiedere, nel rapporto con l’assemblea.

La seconda caratteristica del Battista che può illuminare il ministero e la presidenza è il fatto di essere portatori di un messaggio e di un ministero che viene da Dio. La consapevolezza di non svolgere un compito in proprio, ma di essere inviati, deve far comprendere che chi presiede non è “padrone” di ciò che amministra, ma unicamente un inviato da Dio. Anche l’atteggiamento di non essere ministri “a titolo proprio”, ma come “inviati di Dio”, è ciò che imprime uno stile nel rapporto tra presidente/ministri e assemblea.

Infine, chi presiede o chi svolge un ministero ha “un nome proprio”. Chi presiede non è una persona generica, ma una persona con un nome, una storia, delle relazioni, un inserimento nella comunità cristiana. Come il Battista, ognuno ha un nome proprio e quindi una propria identità, una propria particolare missione. Non ci si può annullare nel ministero, non si può essere “un’altra persona”. Anche la spersonalizzazione, l’essere altri, a volte avere anche un’altra voce, altri atteggiamenti, non giovano all’ars celebrandi, alla capacità di presiedere un’assemblea liturgica. Occorre essere capaci di evitare il protagonismo, senza rinunciare alla presenza e alla vicinanza.

Ma “Giovanni” è anche un po’ il nome di ogni ministro, in quanto chiamato ad annunciare che «il Signore fa misericordia». Soprattutto chi presiede la celebrazione porta in qualche modo sempre il nome di “Giovanni” perché è ministro della misericordia di Dio per ogni uomo e donna. Uno stile fondamentale per chi presiede!

«Egli non era la luce»

Sia nella parte del prologo poetico (Gv 1,6-8.15), sia in quello narrativo (Gv 1,19-34), il quarto Vangelo ci presenta la testimonianza del Battista. La prima presentazione che l’evangelista fa è tutta al negativo.

Prima di tutto si dice chi Giovanni non è. Innanzitutto nel prologo poetico si afferma che il Battista “non è la luce”. Egli è testimone della luce, ma non si identifica con essa. La luce nel Vangelo di Giovanni è lo splendore della vita, che il creatore ha desiderato fin dalla creazione del mondo. Non c’è altro progetto di Dio al di fuori della vita in pienezza. E per “vita” non si indica solamente la vita biologica, ma quella che non viene meno e non teme la morte.

Il Battista, pur non essendo la luce, cioè la manifestazione della vita che Dio desidera per l’umanità, ne è il testimone. Cioè, in un tribunale dove si affrontano la luce e le tenebre, egli è chiamato a parlare in favore della luce: deve ridestare nel cuore degli uomini e delle donne il desiderio della vita, l’anelito alla luce. Questa è la missione di Giovanni tutta decentrata da sé, per indicare un altro, che è – secondo quanto sottolinea il prologo stesso – «la luce vera, che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Nel prologo narrativo continua questa presentazione “in negativo” del Battista. Interrogato da coloro che sono mandati da Gerusalemme per chiedere conto della sua identità, egli afferma di non essere né il Cristo, né Elia, né il profeta. Egli non è il Messia, cioè non è lui l’atteso di Israele, quella figura futura nella quale si concentrano tutte le speranze del popolo. Lui non è nemmeno Elia, il profeta atteso, secondo quanto affermano Malachia (Mal 3,1-3.23-24) e il Libro del Siracide (48,9-11), per predicare la conversione prima del giorno del Signore. Giovanni non si riconosce come la figura definitiva, che precede il giorno del Signore.

Inoltre, egli non si riconosce nemmeno nel “profeta”, cioè nel «profeta simile a Mosè» annunciato nel Libro del Deuteronomio (Dt 18,15.18).

Giovanni Battista quindi non si riconosce nel “futuro” rappresentato dal Messia, né nel passato raffigurato da Elia e dal profeta simile a Mosè. Egli dice non sono io né il passato né il futuro, per indicare «colui che è che era e che viene».

Ecco un secondo passo: un ministro, chi presiede la celebrazione, deve saper dire come Giovanni “non sono io”. Il suo compito è quello di indicare un altro, l’Agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo (cf. Gv 1,19.36). Come per Giovanni, compito di chi presiede la celebrazione, come di tutti gli altri ministri, è quello di indicare Cristo, senza attirare l’attenzione su di sé. Anche in questo caso c’è un rischio molto insidioso: quello di sentirsi i protagonisti della situazione.

Giovanni insegna a dire: “non sono io”. Quindi, questa presentazione “in negativo” del Battista, non è altro che il puntare il dito su un altro, come dirà alla fine della sua testimonianza. Interrogato nuovamente sulla sua identità e sulla sua autorità, il Battista risponde: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,26-27). È questo il compito di chi presiede la celebrazione nei confronti dell’assemblea liturgica! Annunciare: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete!».

Presiedere la celebrazione, svolgere in essa un ministero, significa ultimamente sempre annunciare la presenza del Signore risorto e vivente nell’assemblea di coloro che sono radunati nel suo nome. D’altra parte, è anche il senso dell’abito liturgico: indossare un abito particolare significa dire “non sono io!”, dovete guardare un altro.

«Voce che grida nel deserto»

Dopo la risposta in negativo, ecco quella in positivo. Giovanni, citando un passo del profeta Isaia, afferma di essere «voce che grida nel deserto» (Gv 1,23; Is 40,3). Egli afferma di essere “voce”. Origene commenta: «è mediante una voce che la Parola viene resa presente». C’è quindi un rapporto tra voce e parola, ma la voce non è la Parola. La Parola/Verbo è Gesù il Cristo, Giovanni è solo voce che fa risuonare la Parola. In qualche modo Giovanni riferisce a sé una caratteristica che appartiene anche alla Scrittura: quella di essere voce della Parola di Dio, in un rapporto di identità e differenza nello stesso tempo.

Il deserto è il luogo nel quale la voce grida, è anche il posto nel quale Dio incontra il suo popolo e lo educa. Come in un nuovo esodo il Signore incontra il suo popolo e lo accompagna verso la terra promessa.

Inoltre, nel deserto Israele è nato: è come se si trattasse di un nuovo inizio, una nuova possibilità offerta da Dio al suo popolo per ristabilire la relazione con lui e l’alleanza. Giovanni distoglie ancora una volta l’attenzione da sé, dice di essere unicamente la voce della Parola e afferma che il suo compito è quello di «rendere diritta la via del Signore»: la meta non è l’incontro con lui, ma egli ha solo il compito di rendere diritta la via per l’incontro con il Signore.

Anche questa autopresentazione in positivo del Battista può dire qualche cosa ha chi esercita il ministero della presidenza nell’assemblea liturgica. I ministeri nella liturgia devono essere consapevoli di non essere la Parola, ma di essere voce della Parola. Come Giovanni essi dovrebbero rivestirsi «della magnifica dignità della Scrittura» (X. Léon Dufour). Anche la Scrittura, infatti, non è “la Parola”, ma è voce e sacramento della Parola di Dio (cf. DV 24).

Chi ha il compito della presidenza o del ministero nella liturgia dovrebbe essere così in ascolto della Parola di Dio da diventare “scrittura” vivente, una Bibbia non scritta sulle pagine di carta di un libro, ma nella viva carne della nostra esistenza. Per questo, come sollecita anche Dei Verbum, l’ascolto della Parola nella sacra Scrittura dovrebbe appartenere in modo particolare a chi che nella Chiesa vive il ministero pastorale e liturgico.

Parlando di quanti «attendono legittimamente al servizio della parola», il Concilio afferma che essi «devono essere attaccati alle Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio assiduo» (DV 25). Pensiamo a quanto sia importante questo aspetto per il servizio della predicazione e dell’omelia.

«Ho visto e ho reso testimonianza»

Circa l’autopresentazione del Battista, l’evangelista Giovanni afferma che è una «confessione» (Gv 1,20). Si tratta di un termine tecnico per indicare la professione di fede nel Messia. Egli parla di sé, ma in fondo confessa la fede nel Messia, per giungere a parlare dello sposo al quale non è degno di sciogliere il laccio dei sandali (cf. Gv 1,27). Giovanni ha visto e ha reso testimonianza: «ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,34). Egli ha fatto esperienza diretta di Gesù Messia. Per questo può essere suo testimone e indicarlo ad altri come l’Agnello di Dio.

Giovanni parla a chi svolge il compito della presidenza e del ministero nella liturgia per dirgli che solo chi ha fatto esperienza di Gesù Messia può poi testimoniarlo e far sì che altri lo incontrino: «si tratta di una sorta di dato teologico generale: ogni accoglienza del “mistero” apre su un “ministero”» (L.-M. Chauvet).

Il ministero della presidenza, l’ars celebrandi, non è allora solamente, né forse principalmente, una questione di competenza, ma di spiritualità. Il desiderio stesso della formazione e della competenza – che sono comunque essenziali – nasce dall’amore, dal percepire che una realtà così centrale per la vita cristiana come l’eucaristia e la liturgia hanno prima di tutto senso per me. Senza amore non c’è nemmeno competenza.

Giovanni Battista ci insegna questo e diventa modello per tutti coloro che svolgono un ministero nell’assemblea liturgica. Giovanni è “un asceta”, che vive nel deserto. Anche presiedere una celebrazione, necessita un’ascesi: quella di saper dire, come il Battista: “non sono io!”.

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