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Una risposta a Melloni, inquisitore dei laicisti

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di Giovanni Marcotullio

Dottor Professor Melloni,

mi ero ripromesso di non prendere la parola su The young Pope ancora per qualche settimana, lasciando al demenziale Pio XIII il tempo di svolgere la sua parabola. E vedremo dove andrà a parare, anche se una mezza idea già ce l’ho. Ma pazientiamo.

Invece mi tocca prendere parola riguardo alla sua tanto confusa quanto blasonata provocazione, che ho letto ieri in una spalla di Repubblica accanto agli oracoli di Augias (che allegria…). Una cruda tirata contro «una religione integrista, solitamente invisibile», che a lei – quasi un novello Achab – sarebbe venuta a tiro di arpione con la vicenda Cavalcoli su Radio Maria. A questo proposito voglio premettere una cosa: lo sprezzo con cui non concede a un suo avversario storico non dico l’onore delle armi ma almeno la menzione del nome – sostituendolo in apertura con una perifrasi ingiuriosa – è decisamente indegno del suo rango accademico. Ma «nemo dat quod non habet», direbbe un altro “frate domenicano”. A proposito di onore, dico. E a questo punto trovo opportuno scoprire le mie (poche) carte, perché cada dalle sue mani lo straw man argument: io non sono “un frate domenicano”, e nessuna formazione teologica potrebbe essere più lontana della mia – restando nel novero delle diverse e lecite sensibilità teologiche cattoliche – da quella di Padre Cavalcoli. Di lui non ho mai apprezzato particolarmente il tratto teologico e la grana umana, ma non ho mai avuto problemi a rispettare il suo abito, la sua canizie, il suo curriculum accademico: più o meno cose che posso dire anche di lei (abito e canizie a parte), quantunque il suo attacco di ieri – per cui trovo forse inadeguato l’aggettivo da lei rivolto al suo collega – mi renda piuttosto ardua la cosa.

Sarà che uno dei miei maestri mi ha insegnato: «Quando si accendono i roghi, sempre dalla parte delle streghe». Era Montanelli, ma se vogliamo entrare nelle “cose nostre” potremmo ricordare parole simili di Sant’Ambrogio a proposito di Priscilliano. Ed è curioso che, nella storia, i numerosi successori di Magno Clemente Massimo siano stati, di fatto, dei Priscilliano, e si siano vantati di essere i discendenti di Ambrogio. Mi scusi se indugio un istante a ricordare ai nostri lettori che Magno Clemente Massimo è il nome di uno dei tanti imperatori romani d’Occidente, un giovane militare rampante che scese dalla Britannia alla testa centomila e rotti uomini per guadagnarsi la “promozione” da governatore a cesare. Ebbene, le armi e gli uomini fanno tanto, ma qualche “gesto eclatante”, magari intriso di sangue, è sempre un buon aiuto nel consolidamento del potere. Intimorisce le masse e ispira autorità: Priscilliano fu il povero malcapitato, vescovo eretico spagnolo, che l’ex governatore si trovò sui suoi passi e che fu da lui sfruttato come sgabello per ascendere nel rispetto delle folle. Fu il primo eretico nella storia a essere ucciso da quello che poi si sarebbe chiamato “braccio secolare”: e non era stata la Chiesa a consegnarglielo, anzi i più rappresentativi membri della gerarchia dell’epoca (Ambrogio in prima linea) protestarono vibratamente contro l’Imperatore. Ma ormai il dado era tratto e occorreva una dimostrazione di forza: la testa di Priscilliano doveva cadere, o sarebbe caduta quella dell’Imperatore. Non si era mai visto che il crimine di eresia prevedesse la morte, ma c’è sempre una prima volta, e poi «a saper ben maneggiare le grida, nessuno è reo e nessuno è innocente». Così Magno Clemente Massimo incriminò Priscilliano per maleficium, e non per eresia: oltre alla possibilità di infliggere la pena capitale si apriva pure l’occasione di espropriare tutti i possedimenti diretti e indiretti dello sventurato. E quando si ha un grande esercito da nutrire per poter continuare a esercitare il proprio potere, si capisce, c’è sempre bisogno di fondi.

È bella la storia della Chiesa, vero Professore? Non perché sia “magistra vitæ” – figuriamoci! – ma perché resta a perpetua memoria per quelli che – pochi quanto si voglia – hanno gli occhi in testa. E che sanno distinguere nei secoli quanti perpetuano sul palcoscenico del mondo la parte di Priscilliano (più o meno eretici che possano essere) e quanti impersonano il carattere dell’Imperatore (più o meno cruenti che siano nei mezzi). A ripensarci bene, temo che anche il nome di Achab dia troppo lustro a certe dinamiche. Ma sa come sono fatte le analogie: maior similitudo in maxima differentia… e allora teniamo il buono che c’è, e sul resto chiudiamo un occhio.

Non indugiamo oltre, non siamo qui per parlare del suo collega, bensì delle… cose che lei ha scritto ieri su “quel Dio crudele dei cattolici reazionari”, in cui a vario titolo mi trovo catalogato anch’io – se non altro come ascoltatore e collaboratore di Radio Maria, oltre che come redattore de La Croce –. Anzitutto lei dice che noi saremmo “[1] un sottosuolo cattolico opaco e apprensivo, fatto di sentimenti reazionari, [2] nell’era Francesco è spesso antipapale, [3] da sempre è teologicamente approssimativo”.

Ad primum respondeo dicendum quod non siamo noi a essere catacombali, siete voi a ostracizzarci: ancora ricordo il giorno in cui in redazione venimmo a sapere che una nostra brillante collaboratrice non sarebbe più stata dei nostri perché – cito – «Melloni ha detto che “La Croce non va bene”». Lei sa bene di cosa parlo, ma pazienti un attimo se lo illustro meglio per i nostri lettori: una mattina comparve su queste colonne l’articolo di una brava e apprezzata collega che parlava di un viaggio del Papa; la suddetta ha fatto appena in tempo a recarsi in ufficio al mattino per trovare il proprio capo ad attenderla, con la faccia grigia, pronto a dirle la frase sopra riportata tra virgolette. Il suo capo, cioè quello che aveva un effettivo potere professionale su di lei, le aveva naturalmente dato il proprio benestare per quella collaborazione volontaria a titolo amichevole. Lei, Professore, che non era il capo della collega né del di lei superiore, ha pensato diversamente. A dire il vero non era stato solo lei a porre il veto: c’era anche un ecclesiastico. Ma oggi scrivo a lei – «nel cuore, nessuna croce manca». Ora mi spieghi lei, lei che quella mattina (come altre) ha setacciato nell’ombra le nostre pagine nell’ansiosa ricerca di nomi prestigiosi da esiliare da La Croce, che cosa significhi “opaco e apprensivo”. Quando avrà finito, mi spieghi anche con che faccia parli di “sentimenti reazionari” uno che – senza disporre di alcun potere trasparente e riconoscibile – pone veti al libero lavoro di professionisti nell’esercizio della libertà di stampa e di opinione.

Ad secundum respondeo dicendum quod non troverà mai, in tutti i 406 numeri de La Croce – assemblati nel sudore di un lavoro onesto e libero – un solo rigo in cui si manchi di rispetto al Santo Padre, che abbiamo sempre ascoltato con intelligenza aperta e critica, e anzi salutando «con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto» ogni sua dichiarazione. Ma mi spieghi lei, se riesce, come possa definirsi favorevole al Papa che ieri ha millantato di difendere, se quasi in ogni articolo stravolge l’evidente lettera del Suo magistero in nome di un impalpabile “spirito”, che solo lei e i suoi amici Bolognesi sembrate conoscere. «La lettera uccide – mi osserverà lei sornione – mentre lo spirito dà vita». Battuta vecchia e scontata, fa effetto sui bambini: voi sostituite una lettera all’altra, lo spirito non c’entra niente (e men che meno lo Spirito). Lo ha spiegato chiaramente, e in un numero di occasioni non precisabile, Benedetto XVI. Non se ne abbia a male se lo cito, è solo che l’argomento gli stava così a cuore da indurlo a toccarlo più e più volte (e con insuperata profondità, come ha riconosciuto Papa Francesco). Poiché probabilmente il discorso natalizio alla Curia del 2005 infesterà i suoi incubi, glie lo risparmio e le propongo invece alcune tra le ultime parole pubbliche di Papa Ratzinger: «Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via».

Ad tertium respondeo dicendum quod non trovo una risata sufficientemente grossa e profonda da offrirle in replica. Lei che a ogni citazione di un testo della Viva Tradizione cattolica – in cui sono iscritti e vivono la Scrittura e il Magistero – giustappone un più o meno perifrastico “sì, però bisogna guardare lo spirito di quel testo, vedere dove ci dovrà portare”; lei, dico, che pure sa benissimo di proporre cose inusitate nella storia del cristianesimo e nella sua essenza (e per quello si premura ogni volta di riformulare a nostro uso e consumo “l’essenza del Cristianesimo”); insomma lei osa tacciarci di “approssimazione teologica”? Dovrei morire dal ridere per risponderle, forse, adeguatamente. Povero Dossetti…

Passiamo oltre, ché ne ha scritte di… cose, ieri. In realtà quello che fa dopo questa triplice ingiuria, con cui avrà forse impressionato solo gli habitués di Repubblica, è solo una serie di polpettine in cui accosta questi e quelli, spesso compatibili come l’acqua e l’olio, sperando che i palati grossi dei suoi lettori abituali scambino la mollica per carne. E invece ciccia non ce n’è. O non sa che Antonio Socci si è risentito fin dal nostro primo numero per le distanze che abbiamo preso dalle sue tesi complottiste? Certo che lo sa, Professore, non prendiamoci in giro. Xenofobia leghista a noi? Ma scherza, Professore? Non ci avrà visti spesso sulle terrazze romane e bolognesi frequentate dalla società bene, ma non per questo schifiamo i migranti, noi. Facciamo un gioco, le va? Contiamo le nostre prime pagine che aprono sui naufragî nel Mediterraneo? E poi magari facciamo il confronto con quelle dei giornali su cui scrive lei. “Irresolutezza” di fronte all’“amore omosessuale” (sic)? Noi siamo risolutissimi, Professore, e lo sa: love is love, veramente, e non è tra persone omosessuali ed eterosessuali che vogliamo discriminare (chi siamo noi per giudicare?), ma tra uomo e donna, perché non esiste il diritto dei proletaristi a comprarsi bambini, ma quello dei bambini ad avere alla nascita l’unico capitale umano mai negato ad alcun essere umano nella storia – una madre e un padre. Sempre se dall’altro delle vostre Terrazze la cosa è benvista, si capisce.

Un punto su cui invece occorre la massima chiarezza è quello in cui lei insinua che siamo preda di una sorta di catarismo: questa è forse – scrivo a chi comprende bene il valore di certe categorie – la più grave di tutte le accuse che fa. Certo, non usa la parola, ma proprio non crediamo di essere «gli unici battaglieri in una chiesa molle, gli unici fedeli in una chiesa di codardi, gli unici cattolici in una chiesa di apostati». No, Professore, lo sappiamo bene in cosa si distinguono i credenti dagli atei (e lei sa che atei de facto erano pure i sadducei…): caritas magna discretio, ce l’ha insegnato Agostino, che il Papa del Concilio chiamò “uomo sommo”. «Solo l’amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Che si facciano tutti il segno della croce di Cristo, dicano tutti “amen”, cantino tutti “alleluia”; si battezzino tutti, entrino nelle chiese, erigano le pareti delle basiliche: i figli di Dio non si distinguono dai figli del diavolo se non per la carità». Lo sappiamo bene, e sappiamo che l’unico giudice dell’amore è quello che l’amore l’ha dato (ma ricordiamo anche che proprio perché l’ha dato, l’amore, l’ha pure comandato). Ci frequentiamo e ci aggreghiamo, giriamo il Paese a gratis per fare conferenze e vendiamo a niente i nostri libretti pubblicati con case editrici non blasonate proprio perché riconosciamo nell’abbraccio vicendevole e in osculo sancto un riverbero di quell’amore che ci ha redenti. Abbia pazienza, e ci scusi, se non vediamo alcunché di simile in certe eminenze grigie che giocano a mangiafuoco decretando i nuovi canoni della cattolicità, che censurano, fanno pressioni, troncano, sopiscono… “Caro Padre”… eh, Professore: e questo lo chiamate modernità? In realtà aveva ragione un altro dei miei maestri a dire che «la maggior parte delle cosiddette “nuove idee” è mera riproposizione di vecchi errori» (oh, non pensi a nomi “tradizionalisti”, resterebbe sorpreso!). Lei lo sa, Professore, quanto è antica l’avversione dei cristiani per i “novatores” e quali profonde radici abbia? Certo che lo sa. E allora perché scrive che il nostro è «un pensiero antimoderno»? Sempre perché saremmo “teologicamente approssimativi”? Guardi che Repubblica non la leggono solo i lettori di Repubblica.

A proposito, che ne capisce il lettore medio di Repubblica della “pietà popolare”, agli antipodi della quale – stando alle sue… cose – starebbe il nostro mondo? Guardi, stia attento a parlare di «una comunità espropriata delle liturgia dal protagonismo clericale»: il giornale che le dà da mangiare lo leggono più i preti che i laici cattolici. Quindi la domanda è “che ne capisce il prete che legge Repubblica della pietà popolare”? In effetti niente, e le chiese si svuotano per questo. Radio Maria invece raggiunge un milione e mezzo di persone al giorno: ci stia, Professore, questa mia risposta non parlerà neanche a un decimo di quelle persone, ma neppure i suoi affondi. Scaglia il suo arpione a vuoto, o al limite su una veste bianca già resa innocua. Questo, un vero Achab non se lo sarebbe mai permesso.

E finiamo a parlare di politica, visto che una delle sue più grosse e indigeste polpette pronostica l’inciucio tra il nostro mondo e quello grillino (in quanto, stando a lei, la cultura di quello sarebbe «tutta e solo di destra»). Credo che di tutti i mondi in cui alcuni dei nostri stanno provando a infiltrarsi, il moloch a 5 Stelle sia l’unico tuttora inesplorato, né quella strada ci interessa – se non come fenomeno sociale da analizzare perché sintomatico di certi bisogni del Paese (chissà se dalle Terrazze queste cose si vedono…). Noi siamo dei popolari, Professore, popolari in tutto: per estrazione, per cultura, per ceto, per sensibilità religiosa, per capacità di aggregazione, per eredità politica. Non basteranno mille dei suoi inqualificabili veti a macchiettarci come ipostasi della mitologica “Destra”. Siamo dei popolari e stiamo cercando una via autonoma, in cui veniamo osteggiati dai partiti, dall’informazione, dalla cultura – tutti intenti a preservare lo status quo. Il loro status quo, beninteso. Questo non ci incattivisce perché non abbiamo motivi per incattivirci: gli stessi colpi bassi che abbiamo subito da lei e da altri (oh, non ce ne avete mica segato uno solo di ramo) non ci hanno inaspriti. Ci hanno delusi, sì, ci hanno amareggiati. E ci hanno confermati nelle nostre analisi, al riparo delle nostre coscienze cristianamente formate e informate. O vuole farci credere che lei è più libero e più autonomo di noi? Ma chi potrebbe bersela? Lei dice che le parole di monsignor Becciu hanno un senso politico perché «non è usuale che il regista della politica italiana, il Sostituto, prenda la parola in modo così netto e categorico»? Che strano che questa cosa lei non l’abbia detta all’indomani del tweet del medesimo Monsignore sulle “suore spose”, le quali avrebbero “intristito” il volto del Santo Padre: che mi dice, Professore? Questo era lettera e quello spirito? Eppure “non è usuale”, lo ricorda lei stesso… Forse allora l’ultima esternazione va letta altrimenti da come fa lei, anche se non mi sembra questo il momento per proporle una lettura alternativa.

Dice bene, in ultimo: certi eventi, come i cataclismi ambientali, presentano «al domani il conto di molti ieri». E di che altro parliamo quando ci uniamo a monsignor Negri nel dire che l’Italia ha perso 6 milioni di cittadini (ovvero lavoratori e contribuenti) dal 1978 in qua, è in un inverno demografico senza precedenti e ancora continua a uccidere 100mila suoi figli ogni anno? Chi dovrebbe ricostruirle, le nostre città terremotate? Eppure i suoi libri e i suoi interventi bacchettano come estremiste le apprensioni di chi, coi dati alla mano, illustra questo trend. È vero, non si portano bene in società, sulle Terrazze che contano, ma noi abbiamo la fortuna di non vivere questi inconvenienti, a differenza di lei. Però ci faccia una cortesia, anche in ossequio ai suoi titoli e all’intelligenza che essi suppongono: non ci tratti da reazionari, da tradizionalisti, da invasati. Perché non lo siamo. Chieda a una fonte imparziale: chieda al professor Introvigne, che forse potrà imparare da lei qualcosa di storia (e dico forse) ma da cui tutti possiamo imparare molto in sociologia. Avrà certamente letto il dossier curato da lui sull’“integralismo cattolico”, ne sono sicuro. In tal caso, non le sarà sfuggito che il sociologo torinese non ci annovera in quell’elenco. Il motivo non risiede in una nostra particolare amicizia con lui, di cui pure ammiriamo e stimiamo le doti e il lavoro, ma nel fatto che siamo semplicemente cattolici.

Non voglia fare la figura di Marco Marzano – un altro collega, anzi uno che leggerebbe con miglior profitto i lavori di Introvigne – dal cui inchiostro versato sulle pagine del Fatto Quotidiano apprendiamo come supporre il soprannaturale definirebbe un atteggiamento magico. Anche il Fatto Quotidiano non lo leggono solo i lettori del Fatto Quotidiano. Davvero, abbiate rispetto di voi stessi: dite apertamente – perché questo è – che avete degli interessi da tutelare e che la nostra presenza turba e arrischia quegli interessi. Sarebbe così onesto da risultare perfino rispettabile, dato il contesto.

E poi aspetto di vedere come va a finire la vicenda di Pio XIII, ma visto che parliamo di panorami distopici si rilegga Solov’ëv, nell’attesa: a noi non sta a cuore né la Scrittura in sé né la Tradizione in sé né la Liturgia in sé. Noi siamo quelli che – per dirla con l’altro gigante russo – starebbero con Cristo anche se ci dimostrassero che Cristo non è vero e non è la verità. E siete voi, non noi, quelli che stanno col Potere.

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Una risposta a Melloni, inquisitore dei laicisti

  

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di Giovanni Marcotullio

Dottor Professor Melloni,

mi ero ripromesso di non prendere la parola su The young Pope ancora per qualche settimana, lasciando al demenziale Pio XIII il tempo di svolgere la sua parabola. E vedremo dove andrà a parare, anche se una mezza idea già ce l’ho. Ma pazientiamo.

Invece mi tocca prendere parola riguardo alla sua tanto confusa quanto blasonata provocazione, che ho letto ieri in una spalla di Repubblica accanto agli oracoli di Augias (che allegria…). Una cruda tirata contro «una religione integrista, solitamente invisibile», che a lei – quasi un novello Achab – sarebbe venuta a tiro di arpione con la vicenda Cavalcoli su Radio Maria. A questo proposito voglio premettere una cosa: lo sprezzo con cui non concede a un suo avversario storico non dico l’onore delle armi ma almeno la menzione del nome – sostituendolo in apertura con una perifrasi ingiuriosa – è decisamente indegno del suo rango accademico. Ma «nemo dat quod non habet», direbbe un altro “frate domenicano”. A proposito di onore, dico. E a questo punto trovo opportuno scoprire le mie (poche) carte, perché cada dalle sue mani lo straw man argument: io non sono “un frate domenicano”, e nessuna formazione teologica potrebbe essere più lontana della mia – restando nel novero delle diverse e lecite sensibilità teologiche cattoliche – da quella di Padre Cavalcoli. Di lui non ho mai apprezzato particolarmente il tratto teologico e la grana umana, ma non ho mai avuto problemi a rispettare il suo abito, la sua canizie, il suo curriculum accademico: più o meno cose che posso dire anche di lei (abito e canizie a parte), quantunque il suo attacco di ieri – per cui trovo forse inadeguato l’aggettivo da lei rivolto al suo collega – mi renda piuttosto ardua la cosa.

Sarà che uno dei miei maestri mi ha insegnato: «Quando si accendono i roghi, sempre dalla parte delle streghe». Era Montanelli, ma se vogliamo entrare nelle “cose nostre” potremmo ricordare parole simili di Sant’Ambrogio a proposito di Priscilliano. Ed è curioso che, nella storia, i numerosi successori di Magno Clemente Massimo siano stati, di fatto, dei Priscilliano, e si siano vantati di essere i discendenti di Ambrogio. Mi scusi se indugio un istante a ricordare ai nostri lettori che Magno Clemente Massimo è il nome di uno dei tanti imperatori romani d’Occidente, un giovane militare rampante che scese dalla Britannia alla testa centomila e rotti uomini per guadagnarsi la “promozione” da governatore a cesare. Ebbene, le armi e gli uomini fanno tanto, ma qualche “gesto eclatante”, magari intriso di sangue, è sempre un buon aiuto nel consolidamento del potere. Intimorisce le masse e ispira autorità: Priscilliano fu il povero malcapitato, vescovo eretico spagnolo, che l’ex governatore si trovò sui suoi passi e che fu da lui sfruttato come sgabello per ascendere nel rispetto delle folle. Fu il primo eretico nella storia a essere ucciso da quello che poi si sarebbe chiamato “braccio secolare”: e non era stata la Chiesa a consegnarglielo, anzi i più rappresentativi membri della gerarchia dell’epoca (Ambrogio in prima linea) protestarono vibratamente contro l’Imperatore. Ma ormai il dado era tratto e occorreva una dimostrazione di forza: la testa di Priscilliano doveva cadere, o sarebbe caduta quella dell’Imperatore. Non si era mai visto che il crimine di eresia prevedesse la morte, ma c’è sempre una prima volta, e poi «a saper ben maneggiare le grida, nessuno è reo e nessuno è innocente». Così Magno Clemente Massimo incriminò Priscilliano per maleficium, e non per eresia: oltre alla possibilità di infliggere la pena capitale si apriva pure l’occasione di espropriare tutti i possedimenti diretti e indiretti dello sventurato. E quando si ha un grande esercito da nutrire per poter continuare a esercitare il proprio potere, si capisce, c’è sempre bisogno di fondi.

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È bella la storia della Chiesa, vero Professore? Non perché sia “magistra vitæ” – figuriamoci! – ma perché resta a perpetua memoria per quelli che – pochi quanto si voglia – hanno gli occhi in testa. E che sanno distinguere nei secoli quanti perpetuano sul palcoscenico del mondo la parte di Priscilliano (più o meno eretici che possano essere) e quanti impersonano il carattere dell’Imperatore (più o meno cruenti che siano nei mezzi). A ripensarci bene, temo che anche il nome di Achab dia troppo lustro a certe dinamiche. Ma sa come sono fatte le analogie: maior similitudo in maxima differentia… e allora teniamo il buono che c’è, e sul resto chiudiamo un occhio.

Non indugiamo oltre, non siamo qui per parlare del suo collega, bensì delle… cose che lei ha scritto ieri su “quel Dio crudele dei cattolici reazionari”, in cui a vario titolo mi trovo catalogato anch’io – se non altro come ascoltatore e collaboratore di Radio Maria, oltre che come redattore de La Croce –. Anzitutto lei dice che noi saremmo “[1] un sottosuolo cattolico opaco e apprensivo, fatto di sentimenti reazionari, [2] nell’era Francesco è spesso antipapale, [3] da sempre è teologicamente approssimativo”.

Ad primum respondeo dicendum quod non siamo noi a essere catacombali, siete voi a ostracizzarci: ancora ricordo il giorno in cui in redazione venimmo a sapere che una nostra brillante collaboratrice non sarebbe più stata dei nostri perché – cito – «Melloni ha detto che “La Croce non va bene”». Lei sa bene di cosa parlo, ma pazienti un attimo se lo illustro meglio per i nostri lettori: una mattina comparve su queste colonne l’articolo di una brava e apprezzata collega che parlava di un viaggio del Papa; la suddetta ha fatto appena in tempo a recarsi in ufficio al mattino per trovare il proprio capo ad attenderla, con la faccia grigia, pronto a dirle la frase sopra riportata tra virgolette. Il suo capo, cioè quello che aveva un effettivo potere professionale su di lei, le aveva naturalmente dato il proprio benestare per quella collaborazione volontaria a titolo amichevole. Lei, Professore, che non era il capo della collega né del di lei superiore, ha pensato diversamente. A dire il vero non era stato solo lei a porre il veto: c’era anche un ecclesiastico. Ma oggi scrivo a lei – «nel cuore, nessuna croce manca». Ora mi spieghi lei, lei che quella mattina (come altre) ha setacciato nell’ombra le nostre pagine nell’ansiosa ricerca di nomi prestigiosi da esiliare da La Croce, che cosa significhi “opaco e apprensivo”. Quando avrà finito, mi spieghi anche con che faccia parli di “sentimenti reazionari” uno che – senza disporre di alcun potere trasparente e riconoscibile – pone veti al libero lavoro di professionisti nell’esercizio della libertà di stampa e di opinione.

Ad secundum respondeo dicendum quod non troverà mai, in tutti i 406 numeri de La Croce – assemblati nel sudore di un lavoro onesto e libero – un solo rigo in cui si manchi di rispetto al Santo Padre, che abbiamo sempre ascoltato con intelligenza aperta e critica, e anzi salutando «con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto» ogni sua dichiarazione. Ma mi spieghi lei, se riesce, come possa definirsi favorevole al Papa che ieri ha millantato di difendere, se quasi in ogni articolo stravolge l’evidente lettera del Suo magistero in nome di un impalpabile “spirito”, che solo lei e i suoi amici Bolognesi sembrate conoscere. «La lettera uccide – mi osserverà lei sornione – mentre lo spirito dà vita». Battuta vecchia e scontata, fa effetto sui bambini: voi sostituite una lettera all’altra, lo spirito non c’entra niente (e men che meno lo Spirito). Lo ha spiegato chiaramente, e in un numero di occasioni non precisabile, Benedetto XVI. Non se ne abbia a male se lo cito, è solo che l’argomento gli stava così a cuore da indurlo a toccarlo più e più volte (e con insuperata profondità, come ha riconosciuto Papa Francesco). Poiché probabilmente il discorso natalizio alla Curia del 2005 infesterà i suoi incubi, glie lo risparmio e le propongo invece alcune tra le ultime parole pubbliche di Papa Ratzinger: «Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via».

Ad tertium respondeo dicendum quod non trovo una risata sufficientemente grossa e profonda da offrirle in replica. Lei che a ogni citazione di un testo della Viva Tradizione cattolica – in cui sono iscritti e vivono la Scrittura e il Magistero – giustappone un più o meno perifrastico “sì, però bisogna guardare lo spirito di quel testo, vedere dove ci dovrà portare”; lei, dico, che pure sa benissimo di proporre cose inusitate nella storia del cristianesimo e nella sua essenza (e per quello si premura ogni volta di riformulare a nostro uso e consumo “l’essenza del Cristianesimo”); insomma lei osa tacciarci di “approssimazione teologica”? Dovrei morire dal ridere per risponderle, forse, adeguatamente. Povero Dossetti…

Passiamo oltre, ché ne ha scritte di… cose, ieri. In realtà quello che fa dopo questa triplice ingiuria, con cui avrà forse impressionato solo gli habitués di Repubblica, è solo una serie di polpettine in cui accosta questi e quelli, spesso compatibili come l’acqua e l’olio, sperando che i palati grossi dei suoi lettori abituali scambino la mollica per carne. E invece ciccia non ce n’è. O non sa che Antonio Socci si è risentito fin dal nostro primo numero per le distanze che abbiamo preso dalle sue tesi complottiste? Certo che lo sa, Professore, non prendiamoci in giro. Xenofobia leghista a noi? Ma scherza, Professore? Non ci avrà visti spesso sulle terrazze romane e bolognesi frequentate dalla società bene, ma non per questo schifiamo i migranti, noi. Facciamo un gioco, le va? Contiamo le nostre prime pagine che aprono sui naufragî nel Mediterraneo? E poi magari facciamo il confronto con quelle dei giornali su cui scrive lei. “Irresolutezza” di fronte all’“amore omosessuale” (sic)? Noi siamo risolutissimi, Professore, e lo sa: love is love, veramente, e non è tra persone omosessuali ed eterosessuali che vogliamo discriminare (chi siamo noi per giudicare?), ma tra uomo e donna, perché non esiste il diritto dei proletaristi a comprarsi bambini, ma quello dei bambini ad avere alla nascita l’unico capitale umano mai negato ad alcun essere umano nella storia – una madre e un padre. Sempre se dall’altro delle vostre Terrazze la cosa è benvista, si capisce.

Un punto su cui invece occorre la massima chiarezza è quello in cui lei insinua che siamo preda di una sorta di catarismo: questa è forse – scrivo a chi comprende bene il valore di certe categorie – la più grave di tutte le accuse che fa. Certo, non usa la parola, ma proprio non crediamo di essere «gli unici battaglieri in una chiesa molle, gli unici fedeli in una chiesa di codardi, gli unici cattolici in una chiesa di apostati». No, Professore, lo sappiamo bene in cosa si distinguono i credenti dagli atei (e lei sa che atei de facto erano pure i sadducei…): caritas magna discretio, ce l’ha insegnato Agostino, che il Papa del Concilio chiamò “uomo sommo”. «Solo l’amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Che si facciano tutti il segno della croce di Cristo, dicano tutti “amen”, cantino tutti “alleluia”; si battezzino tutti, entrino nelle chiese, erigano le pareti delle basiliche: i figli di Dio non si distinguono dai figli del diavolo se non per la carità». Lo sappiamo bene, e sappiamo che l’unico giudice dell’amore è quello che l’amore l’ha dato (ma ricordiamo anche che proprio perché l’ha dato, l’amore, l’ha pure comandato). Ci frequentiamo e ci aggreghiamo, giriamo il Paese a gratis per fare conferenze e vendiamo a niente i nostri libretti pubblicati con case editrici non blasonate proprio perché riconosciamo nell’abbraccio vicendevole e in osculo sancto un riverbero di quell’amore che ci ha redenti. Abbia pazienza, e ci scusi, se non vediamo alcunché di simile in certe eminenze grigie che giocano a mangiafuoco decretando i nuovi canoni della cattolicità, che censurano, fanno pressioni, troncano, sopiscono… “Caro Padre”… eh, Professore: e questo lo chiamate modernità? In realtà aveva ragione un altro dei miei maestri a dire che «la maggior parte delle cosiddette “nuove idee” è mera riproposizione di vecchi errori» (oh, non pensi a nomi “tradizionalisti”, resterebbe sorpreso!). Lei lo sa, Professore, quanto è antica l’avversione dei cristiani per i “novatores” e quali profonde radici abbia? Certo che lo sa. E allora perché scrive che il nostro è «un pensiero antimoderno»? Sempre perché saremmo “teologicamente approssimativi”? Guardi che Repubblica non la leggono solo i lettori di Repubblica.

A proposito, che ne capisce il lettore medio di Repubblica della “pietà popolare”, agli antipodi della quale – stando alle sue… cose – starebbe il nostro mondo? Guardi, stia attento a parlare di «una comunità espropriata delle liturgia dal protagonismo clericale»: il giornale che le dà da mangiare lo leggono più i preti che i laici cattolici. Quindi la domanda è “che ne capisce il prete che legge Repubblica della pietà popolare”? In effetti niente, e le chiese si svuotano per questo. Radio Maria invece raggiunge un milione e mezzo di persone al giorno: ci stia, Professore, questa mia risposta non parlerà neanche a un decimo di quelle persone, ma neppure i suoi affondi. Scaglia il suo arpione a vuoto, o al limite su una veste bianca già resa innocua. Questo, un vero Achab non se lo sarebbe mai permesso.

E finiamo a parlare di politica, visto che una delle sue più grosse e indigeste polpette pronostica l’inciucio tra il nostro mondo e quello grillino (in quanto, stando a lei, la cultura di quello sarebbe «tutta e solo di destra»). Credo che di tutti i mondi in cui alcuni dei nostri stanno provando a infiltrarsi, il moloch a 5 Stelle sia l’unico tuttora inesplorato, né quella strada ci interessa – se non come fenomeno sociale da analizzare perché sintomatico di certi bisogni del Paese (chissà se dalle Terrazze queste cose si vedono…). Noi siamo dei popolari, Professore, popolari in tutto: per estrazione, per cultura, per ceto, per sensibilità religiosa, per capacità di aggregazione, per eredità politica. Non basteranno mille dei suoi inqualificabili veti a macchiettarci come ipostasi della mitologica “Destra”. Siamo dei popolari e stiamo cercando una via autonoma, in cui veniamo osteggiati dai partiti, dall’informazione, dalla cultura – tutti intenti a preservare lo status quo. Il loro status quo, beninteso. Questo non ci incattivisce perché non abbiamo motivi per incattivirci: gli stessi colpi bassi che abbiamo subito da lei e da altri (oh, non ce ne avete mica segato uno solo di ramo) non ci hanno inaspriti. Ci hanno delusi, sì, ci hanno amareggiati. E ci hanno confermati nelle nostre analisi, al riparo delle nostre coscienze cristianamente formate e informate. O vuole farci credere che lei è più libero e più autonomo di noi? Ma chi potrebbe bersela? Lei dice che le parole di monsignor Becciu hanno un senso politico perché «non è usuale che il regista della politica italiana, il Sostituto, prenda la parola in modo così netto e categorico»? Che strano che questa cosa lei non l’abbia detta all’indomani del tweet del medesimo Monsignore sulle “suore spose”, le quali avrebbero “intristito” il volto del Santo Padre: che mi dice, Professore? Questo era lettera e quello spirito? Eppure “non è usuale”, lo ricorda lei stesso… Forse allora l’ultima esternazione va letta altrimenti da come fa lei, anche se non mi sembra questo il momento per proporle una lettura alternativa.

Dice bene, in ultimo: certi eventi, come i cataclismi ambientali, presentano «al domani il conto di molti ieri». E di che altro parliamo quando ci uniamo a monsignor Negri nel dire che l’Italia ha perso 6 milioni di cittadini (ovvero lavoratori e contribuenti) dal 1978 in qua, è in un inverno demografico senza precedenti e ancora continua a uccidere 100mila suoi figli ogni anno? Chi dovrebbe ricostruirle, le nostre città terremotate? Eppure i suoi libri e i suoi interventi bacchettano come estremiste le apprensioni di chi, coi dati alla mano, illustra questo trend. È vero, non si portano bene in società, sulle Terrazze che contano, ma noi abbiamo la fortuna di non vivere questi inconvenienti, a differenza di lei. Però ci faccia una cortesia, anche in ossequio ai suoi titoli e all’intelligenza che essi suppongono: non ci tratti da reazionari, da tradizionalisti, da invasati. Perché non lo siamo. Chieda a una fonte imparziale: chieda al professor Introvigne, che forse potrà imparare da lei qualcosa di storia (e dico forse) ma da cui tutti possiamo imparare molto in sociologia. Avrà certamente letto il dossier curato da lui sull’“integralismo cattolico”, ne sono sicuro. In tal caso, non le sarà sfuggito che il sociologo torinese non ci annovera in quell’elenco. Il motivo non risiede in una nostra particolare amicizia con lui, di cui pure ammiriamo e stimiamo le doti e il lavoro, ma nel fatto che siamo semplicemente cattolici.

Non voglia fare la figura di Marco Marzano – un altro collega, anzi uno che leggerebbe con miglior profitto i lavori di Introvigne – dal cui inchiostro versato sulle pagine del Fatto Quotidiano apprendiamo come supporre il soprannaturale definirebbe un atteggiamento magico. Anche il Fatto Quotidiano non lo leggono solo i lettori del Fatto Quotidiano. Davvero, abbiate rispetto di voi stessi: dite apertamente – perché questo è – che avete degli interessi da tutelare e che la nostra presenza turba e arrischia quegli interessi. Sarebbe così onesto da risultare perfino rispettabile, dato il contesto.

E poi aspetto di vedere come va a finire la vicenda di Pio XIII, ma visto che parliamo di panorami distopici si rilegga Solov’ëv, nell’attesa: a noi non sta a cuore né la Scrittura in sé né la Tradizione in sé né la Liturgia in sé. Noi siamo quelli che – per dirla con l’altro gigante russo – starebbero con Cristo anche se ci dimostrassero che Cristo non è vero e non è la verità. E siete voi, non noi, quelli che stanno col Potere.

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