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Una coppia sposata può usare contraccettivi?

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Che differenza fa che si ricorra a metodi naturali o ad altri sistemi?

Sono uno di quei cristiani, ai quali il Papa ha fatto riferimento nel suo recente intervento, che fanno fatica a comprendere i richiami della Chiesa contro l’uso dei contraccettivi nella vita coniugale. Se si accetta, come fa anche il Papa, il fatto che una coppia possa avere motivazioni che spingono a rimandare il concepimento di un figlio, che differenza fa che si ricorra a metodi naturali o ad altri sistemi che semplicemente facilitano la vita coniugale? Che poi il diffondersi dei vari contraccettivi possa ingenerare nella società abitudini sessuali sbagliate, è un altro discorso. Ma proprio non capisco che problema possa rappresentare per due coniugi, all’interno di un rapporto che si presume già contrassegnato da amore reciproco, rispetto, fedeltà, apertura alla vita.
Lettera firmata

Risponde p. Maurizio Faggioni, docente di Teologia Morale
Il quarantesimo anniversario dell’enciclica Humanae vitae sulla regolazione della fecondità, è stata una occasione per riprenderne i temi più vitali, ma, allo stesso tempo, ha rinnovato in molti fedeli una certa difficoltà a comprenderne a fondo le motivazioni e assumerne le tutte le conseguenze nelle scelte quotidiane. A queste difficoltà si riferiva, appunto, il Santo Padre in un passaggio del discorso indirizzato il 2 ottobre scorso ad un Convegno tenuto a Roma, dicendo, fra l’altro: «Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale? Certo, la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la più facile, ma essa in realtà nasconde la questione di fondo, che riguarda il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perché il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale».

Humanae vitae è una delle encicliche forse più discusse del Magistero moderno e costituisce una risposta autorevole a questioni di grande importanza che erano state oggetto di discussioni appassionate al tempo del Concilio Vaticano II. La Chiesa degli anni ’60 si confrontava con fenomeni epocali del tutto inediti, quali il mutamento dei modelli familiari e la rivoluzione sessuale, in Occidente, e l’esplosione demografica con le politiche di denatalità, nei Paesi in via di sviluppo. L’immissione nell’uso corrente della pillola anovulatoria di Pincus, alla fine degli anni ’50, detta semplicemente «la pillola», aveva fornito alle donne un mezzo maneggevole, flessibile e sicuro per rompere il legame biologico tra esercizio della sessualità e fecondità e aveva permesso loro di gestire con autonomia la propria vita sessuale, secondo i dettami della nuova cultura.

Nei variegati scenari mondiali della seconda metà del XX secolo, l’introduzione della contraccezione chimica e la diffusione dei contraccettivi di barriera (il condom o profilattico, soprattutto) dettero una spinta formidabile al cambiamento degli stili di vita delle persone. Vent’anni dopo Humanae Vitae, con l’esplosione della pandemia dell’AIDS, il nuovo scenario ha contribuito a promuovere l’uso del profilattico per motivi igienico-preventivi e questo ha prodotto una ulteriore attenuazione, nella coscienza di molti cattolici, delle valenze eticamente negative della contraccezione intenzionale.

Il Concilio, nel suo sforzo di rileggere la tradizione morale della Chiesa in prospettiva pastorale e nel contesto contemporaneo, aveva posto al centro della sua considerazione della vita sessuale e familiare l’amore coniugale nella sua duplice dimensione di unità personale e di fecondità. Alcune aperture all’uso della contraccezione che erano apparse nelle ultime versioni (dette «schemi») di Gaudium et spes furono lasciate cadere, per espressa volontà del Santo Padre, nella versione definitiva di questa Costituzione pastorale e la discussione della regolazione della fecondità fu rimandata a dopo il Concilio. Al termine di un iter piuttosto tormentato, nel 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae Vitae che, in risposta alle sfide del nostro tempo, riaffermava, con spirito davvero profetico, il legame fra l’esercizio della sessualità e l’amore coniugale e indicava nella fecondità una delle dimensioni native e irrinunciabili dell’amore coniugale. L’amore coniugale – insegna Humanae Vitae – si riflette e si attua nei gesti dell’unione sessuale degli sposi e quei gesti di intimità sono segni autentici dell’amore coniugale se esprimono con verità l’unione vitale fra le persone, il loro impegno reciproco, la loro fedeltà e la loro apertura alla vita.

Il punto più delicato sta nella norma operativa che Humanae Vitae deduce dai principi antropologici enunciati: non basta, infatti, che l’insieme della vita matrimoniale sia sinceramente aperto alla vita, ma la regolazione ragionevole e responsabile della fecondità deve essere attuata in modo tale da non intervenire direttamente sui singoli atti sessuali o, in generale, sul corpo dell’uomo o della donna così da renderli sterili temporaneamente o permanentemente. La morale cattolica vede nella prassi contraccettiva un modo di agire che oscura, almeno in parte, l’integrità umana dell’atto sessuale e la percepisce come una manipolazione che deforma, per così dire, l’atto coniugale con il rischio, alla fine, di ferire lo stesso amore coniugale. La conclusione di Humanae Vitae è che la prudenza animata dalla carità può suggerire e, talora, richiedere agli sposi di rinunciare a procreare, ma questa decisione – che può essere in sé legittima e buona – dovrebbe essere attuata, per quanto umanamente possibile, con metodi – come quelli naturali – che non prevedono un intervento sull’atto coniugale o sulla corporeità degli sposi. Alla bontà dell’intenzione deve accompagnarsi la bontà del metodo.

Condividendo il disagio che si coglie dietro le parole del nostro lettore, credo che sia importante distinguere, tanto nella catechesi quanto nella pratica del confessionale, fra le problematiche insorgenti in un contesto coniugale e quelle proprie di altri contesti segnati dalla promiscuità, dallo sfruttamento, dalla banalizzazione della sessualità o anche dalla coercizione, come nel caso delle politiche demografiche attuate forzando, di fatto, la libertà delle coppie. È chiaro che il ricorso alla contraccezione, pur restando una forma di disordine, ha risonanze morali diverse se si configura come uno strumento tecnicamente efficace per fare sesso «sicuro» in un contesto di promiscuità e libertinaggio o se si configura come un tempo o una fase, magari sofferta, dell’itinerario cristiano di una coppia che si sforza di vivere con impegno la sua vocazione all’amore e di crescere in essa (cfr. Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 34; Pont. Cons. Famiglia, Vademecum per i Confessori, n. 9). Sarebbe, insomma, inopportuno e non conforme alla genuina dottrina di Humanae Vitae mettere sullo stesso piano la vita sessuale di una coppia sposata, pur con tutte le sue debolezze e limiti, e quella di uomini e donne mossi soltanto dall’egoismo e dall’edonismo e noncuranti dei valori altissimi di cui la sessualità umana è portatrice. Tale equiparazione di situazioni si può trovare, in effetti, in testi antichi dei Padri della Chiesa, ma non corrisponde più alla nostra sensibilità e non è propria del Magistero attuale.

Le situazioni concrete – si sa – sono diversissime sia dal punto di personale e ambientale, sia dal punto vista strettamente medico, e le decisioni in questo campo sono affidate, in ultima istanza, alla coerenza della coscienza cristianamente formata degli sposi che, fedeli ai valori del matrimonio e in ascolto fiducioso e pensoso degli insegnamenti del Magistero, dovranno formulare valutazioni e fare scelte, con la libertà e la trasparenza dei figli, davanti al Padre (cfr. GS, 50, in EV 1, 1479).

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Sono uno di quei cristiani, ai quali il Papa ha fatto riferimento nel suo recente intervento, che fanno fatica a comprendere i richiami della Chiesa contro l’uso dei contraccettivi nella vita coniugale. Se si accetta, come fa anche il Papa, il fatto che una coppia possa avere motivazioni che spingono a rimandare il concepimento di un figlio, che differenza fa che si ricorra a metodi naturali o ad altri sistemi che semplicemente facilitano la vita coniugale? Che poi il diffondersi dei vari contraccettivi possa ingenerare nella società abitudini sessuali sbagliate, è un altro discorso. Ma proprio non capisco che problema possa rappresentare per due coniugi, all’interno di un rapporto che si presume già contrassegnato da amore reciproco, rispetto, fedeltà, apertura alla vita.
Lettera firmata

Risponde p. Maurizio Faggioni, docente di Teologia Morale
Il quarantesimo anniversario dell’enciclica Humanae vitae sulla regolazione della fecondità, è stata una occasione per riprenderne i temi più vitali, ma, allo stesso tempo, ha rinnovato in molti fedeli una certa difficoltà a comprenderne a fondo le motivazioni e assumerne le tutte le conseguenze nelle scelte quotidiane. A queste difficoltà si riferiva, appunto, il Santo Padre in un passaggio del discorso indirizzato il 2 ottobre scorso ad un Convegno tenuto a Roma, dicendo, fra l’altro: «Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale? Certo, la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la più facile, ma essa in realtà nasconde la questione di fondo, che riguarda il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perché il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale».

Humanae vitae è una delle encicliche forse più discusse del Magistero moderno e costituisce una risposta autorevole a questioni di grande importanza che erano state oggetto di discussioni appassionate al tempo del Concilio Vaticano II. La Chiesa degli anni ’60 si confrontava con fenomeni epocali del tutto inediti, quali il mutamento dei modelli familiari e la rivoluzione sessuale, in Occidente, e l’esplosione demografica con le politiche di denatalità, nei Paesi in via di sviluppo. L’immissione nell’uso corrente della pillola anovulatoria di Pincus, alla fine degli anni ’50, detta semplicemente «la pillola», aveva fornito alle donne un mezzo maneggevole, flessibile e sicuro per rompere il legame biologico tra esercizio della sessualità e fecondità e aveva permesso loro di gestire con autonomia la propria vita sessuale, secondo i dettami della nuova cultura.

Nei variegati scenari mondiali della seconda metà del XX secolo, l’introduzione della contraccezione chimica e la diffusione dei contraccettivi di barriera (il condom o profilattico, soprattutto) dettero una spinta formidabile al cambiamento degli stili di vita delle persone. Vent’anni dopo Humanae Vitae, con l’esplosione della pandemia dell’AIDS, il nuovo scenario ha contribuito a promuovere l’uso del profilattico per motivi igienico-preventivi e questo ha prodotto una ulteriore attenuazione, nella coscienza di molti cattolici, delle valenze eticamente negative della contraccezione intenzionale.

Il Concilio, nel suo sforzo di rileggere la tradizione morale della Chiesa in prospettiva pastorale e nel contesto contemporaneo, aveva posto al centro della sua considerazione della vita sessuale e familiare l’amore coniugale nella sua duplice dimensione di unità personale e di fecondità. Alcune aperture all’uso della contraccezione che erano apparse nelle ultime versioni (dette «schemi») di Gaudium et spes furono lasciate cadere, per espressa volontà del Santo Padre, nella versione definitiva di questa Costituzione pastorale e la discussione della regolazione della fecondità fu rimandata a dopo il Concilio. Al termine di un iter piuttosto tormentato, nel 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae Vitae che, in risposta alle sfide del nostro tempo, riaffermava, con spirito davvero profetico, il legame fra l’esercizio della sessualità e l’amore coniugale e indicava nella fecondità una delle dimensioni native e irrinunciabili dell’amore coniugale. L’amore coniugale – insegna Humanae Vitae – si riflette e si attua nei gesti dell’unione sessuale degli sposi e quei gesti di intimità sono segni autentici dell’amore coniugale se esprimono con verità l’unione vitale fra le persone, il loro impegno reciproco, la loro fedeltà e la loro apertura alla vita.

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Condividendo il disagio che si coglie dietro le parole del nostro lettore, credo che sia importante distinguere, tanto nella catechesi quanto nella pratica del confessionale, fra le problematiche insorgenti in un contesto coniugale e quelle proprie di altri contesti segnati dalla promiscuità, dallo sfruttamento, dalla banalizzazione della sessualità o anche dalla coercizione, come nel caso delle politiche demografiche attuate forzando, di fatto, la libertà delle coppie. È chiaro che il ricorso alla contraccezione, pur restando una forma di disordine, ha risonanze morali diverse se si configura come uno strumento tecnicamente efficace per fare sesso «sicuro» in un contesto di promiscuità e libertinaggio o se si configura come un tempo o una fase, magari sofferta, dell’itinerario cristiano di una coppia che si sforza di vivere con impegno la sua vocazione all’amore e di crescere in essa (cfr. Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 34; Pont. Cons. Famiglia, Vademecum per i Confessori, n. 9). Sarebbe, insomma, inopportuno e non conforme alla genuina dottrina di Humanae Vitae mettere sullo stesso piano la vita sessuale di una coppia sposata, pur con tutte le sue debolezze e limiti, e quella di uomini e donne mossi soltanto dall’egoismo e dall’edonismo e noncuranti dei valori altissimi di cui la sessualità umana è portatrice. Tale equiparazione di situazioni si può trovare, in effetti, in testi antichi dei Padri della Chiesa, ma non corrisponde più alla nostra sensibilità e non è propria del Magistero attuale.

Le situazioni concrete – si sa – sono diversissime sia dal punto di personale e ambientale, sia dal punto vista strettamente medico, e le decisioni in questo campo sono affidate, in ultima istanza, alla coerenza della coscienza cristianamente formata degli sposi che, fedeli ai valori del matrimonio e in ascolto fiducioso e pensoso degli insegnamenti del Magistero, dovranno formulare valutazioni e fare scelte, con la libertà e la trasparenza dei figli, davanti al Padre (cfr. GS, 50, in EV 1, 1479).

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