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Una Chiesa capace di autocritica

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di: Piotr Zygulski

Se persino papa Francesco ha sdoganato l’espressione di Martin Lutero «ecclesia semper reformanda», resta però da capire come. Come intendere la riforma, e come attuarla? Ci giunge in aiuto la recente pubblicazione di Roberto Oliva L’autocritica nella Chiesa. Dalla conversione ecclesiale alla liberazione integrale (Edizioni Messaggero Padova 2021) che si lascia ispirare dal dinamismo spirituale di un altro adagio proposto dal Pontefice, questa volta di Ignazio di Loyola: «Deformata reformare, reformata conformare, conformata confirmare e confirmata transformare», verbi che forgiano i titoli dei capitoli.

Quale riforma?

Quale riforma? O meglio: quale forma? Il prete calabrese – oltre che dalle esigenze espresse nel Concilio Vaticano II – parte dal fondamento biblico, che offre alla Chiesa la processualità della forma-Vangelo: il suo «movimento imprevedibile e aperto al futuro» le impone di restare attenta «ai segni della storia, ma anche alle vicende esistenziali e drammatiche delle donne e degli uomini di ogni cultura».

Per ri-formare secondo le Scritture, evitando sia «fossilizzazioni» sia «mero maquillage estetico», Oliva propone di seguire soprattutto l’icona della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret, in cui viene esplicitato il suo programma di vicinanza preferenziale ai poveri e agli esclusi. Riscoprendo la forza profetica di quelle parole – «incalzata dalla sorpresa di un Dio imprevedibile e incitata a percorrere le medesime strade di riscatto e condivisione» – la Chiesa può trovare, o ri-trovare, la propria forma autentica, tra legame originario e proiezione verso la pienezza del futuro, adottando le modifiche (anche istituzionali) indispensabili per farsi sempre più compagna delle persone che vivono in questo mondo di cambiamenti.

La giustizia futura promessa e sperata sprona la Chiesa a una missione profetica e a un’istanza critica verso le ingiustizie presenti, al suo interno e al suo esterno. Nel solco di una viva tradizione millenaria – che abbraccia molti autori, da Bernardo di Chiaravalle a Rosmini – per Oliva tale «autocritica si configura come una spinta profetica volta alla liberazione ecclesiale, perché la Chiesa possa avere come centro unicamente Cristo, perseguendo la missione affidatale».

Autocritica, compito profetico

L’autocritica, in virtù del sensus fidei che accompagna ciascun battezzato, è compito profetico di ogni fedele cristiano; il Popolo di Dio, in un esercizio di sinodalità, è pertanto chiamato a «discernere la forma del Vangelo che in ogni momento storico è chiamato ad assumere in un processo di fedeltà creativa».

Tra i vari modelli evidentemente anti-evangelici da riconoscere e dai quali prendere le distanze, l’Autore segnala l’individualismo, la corruzione, l’ipocrisia e il fariseismo; alla tale auto-critica contribuiscono anche le sollecitazioni che provengono dall’esterno della comunità ecclesiale, pur sguaiate, che però possono richiamare il corpo ecclesiale ad una maggiore fedeltà al messaggio di Gesù.

Un’autocritica percorsa con zelo evangelico è generativa di nuovi legami con le donne e gli uomini di oggi: da questo discende una carica trasformativa inesauribile, che divampa anche all’esterno dei confini ecclesiali. Lungi dall’essere autoreferenziale, l’autocritica provoca la Chiesa «a vivere con più libertà l’annuncio profetico verso il mondo». Infatti, argomenta Oliva, «soltanto una Chiesa che fa autocritica al suo interno potrà essere in grado di criticare profeticamente le deficienze e le ingiustizie del mondo», agendo «nel mondo e per il mondo, dalla parte dell’umano ferito, debole e oppresso».

Se condotta con coerenza e radicalità, l’autocritica ecclesiale – «dimensione costitutiva» della stessa Chiesa, che si riconosce de-formata in taluni aspetti – diventa così il presupposto di una più coraggiosa critica sociale, capace di incidere in modo trasformativo per umanizzare ogni relazione e istituzione civile e umana.

Una Chiesa che, trasformandosi, lotta contro le logiche antievangeliche – a partire da quelle presenti al suo interno – può aprirsi con maggiore determinazione alle istanze di quell’umanità sofferente che, rivolgendosi anche alla Chiesa, «invoca da ogni parte giustizia, coerenza e dignità». Ad essa potrà rispondere con franchezza, nel «compito delicato di criticare i meccanismi malati del mondo in mezzo al quale vive».

«Come in cielo, così in Chiesa»

In questa mutua relazione, la Chiesa si conforma a Cristo quanto più aiuta «ogni essere umano a diventare sempre più persona secondo l’umanità di Gesù Cristo»; ciò in ossequio alla missione salvifica dell’Incarnazione, che integra umanizzazione e divinizzazione, a favore «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini che vivono nella storia». È dunque responsabilità profetica della Chiesa «collaborare alla liberazione da ogni struttura di peccato che genera ingiustizia e povertà, a favore di una società più giusta e fraterna», anche al costo di condividere le persecuzioni dei perseguitati bisognosi di giustizia, per cercare lì la propria forma più compiutamente evangelica – non solamente cristiana ma veramente cristica – anziché adagiarsi «in uno status acquisito».

A titolo d’esempio, Oliva menziona don Peppe Diana e don Pino Puglisi: «Il loro sangue fa crescere germogli di una feconda ministerialità di liberazione e umanizzazione per le Chiese del Mezzogiorno, che ancora necessitano di riscoprirla più a fondo». Ma questo oggi va esteso alla difesa della libertà e della dignità «delle minoranze minacciate da discriminazioni religiose, politiche, sociali e sessuali»; dando voce al loro grido di dolore il Popolo di Dio riunito ecclesialmente non farebbe altro che il proprio dovere di vivere la missione profetica di Gesù, per «avviare processi di liberazione unitamente alla comunità civile».

La Chiesa può e anzi deve farlo, e sempre con maggiore audacia, a patto che si lasci trasformare da Dio stesso, che sostiene tali processi di fraternità, giustizia e uguaglianza, tanto all’esterno quanto al suo interno, senza alcuna esclusione: «Come in cielo, così in Chiesa».

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Originale: Settimana News
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Quale riforma?

Quale riforma? O meglio: quale forma? Il prete calabrese – oltre che dalle esigenze espresse nel Concilio Vaticano II – parte dal fondamento biblico, che offre alla Chiesa la processualità della forma-Vangelo: il suo «movimento imprevedibile e aperto al futuro» le impone di restare attenta «ai segni della storia, ma anche alle vicende esistenziali e drammatiche delle donne e degli uomini di ogni cultura».

Per ri-formare secondo le Scritture, evitando sia «fossilizzazioni» sia «mero maquillage estetico», Oliva propone di seguire soprattutto l’icona della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret, in cui viene esplicitato il suo programma di vicinanza preferenziale ai poveri e agli esclusi. Riscoprendo la forza profetica di quelle parole – «incalzata dalla sorpresa di un Dio imprevedibile e incitata a percorrere le medesime strade di riscatto e condivisione» – la Chiesa può trovare, o ri-trovare, la propria forma autentica, tra legame originario e proiezione verso la pienezza del futuro, adottando le modifiche (anche istituzionali) indispensabili per farsi sempre più compagna delle persone che vivono in questo mondo di cambiamenti.

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Autocritica, compito profetico

L’autocritica, in virtù del sensus fidei che accompagna ciascun battezzato, è compito profetico di ogni fedele cristiano; il Popolo di Dio, in un esercizio di sinodalità, è pertanto chiamato a «discernere la forma del Vangelo che in ogni momento storico è chiamato ad assumere in un processo di fedeltà creativa».

Tra i vari modelli evidentemente anti-evangelici da riconoscere e dai quali prendere le distanze, l’Autore segnala l’individualismo, la corruzione, l’ipocrisia e il fariseismo; alla tale auto-critica contribuiscono anche le sollecitazioni che provengono dall’esterno della comunità ecclesiale, pur sguaiate, che però possono richiamare il corpo ecclesiale ad una maggiore fedeltà al messaggio di Gesù.

Un’autocritica percorsa con zelo evangelico è generativa di nuovi legami con le donne e gli uomini di oggi: da questo discende una carica trasformativa inesauribile, che divampa anche all’esterno dei confini ecclesiali. Lungi dall’essere autoreferenziale, l’autocritica provoca la Chiesa «a vivere con più libertà l’annuncio profetico verso il mondo». Infatti, argomenta Oliva, «soltanto una Chiesa che fa autocritica al suo interno potrà essere in grado di criticare profeticamente le deficienze e le ingiustizie del mondo», agendo «nel mondo e per il mondo, dalla parte dell’umano ferito, debole e oppresso».

Se condotta con coerenza e radicalità, l’autocritica ecclesiale – «dimensione costitutiva» della stessa Chiesa, che si riconosce de-formata in taluni aspetti – diventa così il presupposto di una più coraggiosa critica sociale, capace di incidere in modo trasformativo per umanizzare ogni relazione e istituzione civile e umana.

Una Chiesa che, trasformandosi, lotta contro le logiche antievangeliche – a partire da quelle presenti al suo interno – può aprirsi con maggiore determinazione alle istanze di quell’umanità sofferente che, rivolgendosi anche alla Chiesa, «invoca da ogni parte giustizia, coerenza e dignità». Ad essa potrà rispondere con franchezza, nel «compito delicato di criticare i meccanismi malati del mondo in mezzo al quale vive».

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A titolo d’esempio, Oliva menziona don Peppe Diana e don Pino Puglisi: «Il loro sangue fa crescere germogli di una feconda ministerialità di liberazione e umanizzazione per le Chiese del Mezzogiorno, che ancora necessitano di riscoprirla più a fondo». Ma questo oggi va esteso alla difesa della libertà e della dignità «delle minoranze minacciate da discriminazioni religiose, politiche, sociali e sessuali»; dando voce al loro grido di dolore il Popolo di Dio riunito ecclesialmente non farebbe altro che il proprio dovere di vivere la missione profetica di Gesù, per «avviare processi di liberazione unitamente alla comunità civile».

La Chiesa può e anzi deve farlo, e sempre con maggiore audacia, a patto che si lasci trasformare da Dio stesso, che sostiene tali processi di fraternità, giustizia e uguaglianza, tanto all’esterno quanto al suo interno, senza alcuna esclusione: «Come in cielo, così in Chiesa».

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