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Un solo Libro, due eredi

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«Questi incontri hanno contribuito ad alimentare in me la consapevolezza del rapporto profondo e decisivo tra ebraismo e cristianesimo. Gli incontri che ho fatto sono tutti sull’Antico Testamento. Non so quanto, all’inizio, fosse consapevole in me la scelta di limitare i miei interventi nell’ambito veterotestamentario. (…) L’unità della Scrittura, l’impossibilità di comprendere il Nuovo Testamento senza l’Antico Testamento, cioè senza un ‘va e vieni’ reciproco e non soltanto in senso unilaterale, l’esperienza di come il Nuovo Testamento stesso venga a mancare di profondità e di umanità, se non è continuamente preceduto dal racconto veterotestamentario della storia dell’umanità e del cammino d’Israele»[1].

Così, durante un incontro tenutosi presso la Comunità dehoniana di Modena nel 1993, don Pietro Lombardini – presbitero della diocesi di Reggio Emilia che, fuori dalla retorica, considero una delle intelligenze più vive e originali del cattolicesimo postconciliare nazionale – spiegava il suo originale approccio alla Bibbia. Difficile dire meglio, in ogni caso, di come fece lui quella volta, per descrivere l’esperienza vissuta di tanti – fra i quali anche chi scrive – che a un certo punto della loro vicenda di lettura delle Scritture hanno percepito che qualcosa non andava. Che occorreva un bagno nel Giordano – mi si perdoni l’espressione – che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti; ma sentivamo che era necessario.

Anni dopo, del resto, sarà la Pontificia Commissione Biblica a fornirci un corposo materiale di riferimento al riguardo: il riferimento è al documento del 2001 intitolato Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana[2], che vanta fra l’altro una notevole prefazione firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Riprendendo ancora dalle considerazioni di don Pietro: «Mi trovavo davanti a un solo Libro e due eredi dello stesso: l’erede ebraico e l’erede cristiano. Problema complesso, perché ritenersi gli eredi legittimi non significa essere eredi buoni. Qui per me, esistenzialmente, vi è stato l’insorgere di un paradosso che dura tuttora e che intendo mantenere aperto: imparare a riconoscere l’altro che è in me rispettandolo come altro, diverso, senza sopprimerlo, accogliendolo e riconoscendolo come fratello, come partner di una stessa elezione e di una stessa alleanza, anche se vissuta per due strade diverse. Anche con una valenza pedagogica: imparare a definirmi, ad esempio, per un’appartenenza a Cristo, senza per questo voler affermare una scontata superiorità spirituale o morale su Israele»[3].

In effetti, riflettere sulle Scritture ebraiche – che gli ebrei chiamano TaNaK[4] – è importante, anche nella prospettiva del dialogo cristiano-ebraico, per più di un motivo. In primo luogo perché la nascente comunità cristiana, sin dai suoi inizi, decise di farle proprie, leggendole per lo più in chiave tipologica, e adottando a criterio interpretativo fondamentale la messianicità di Gesù, letto come figlio di Dio.

Poi, perché per il cristiano il Primo Testamento è una testimonianza del Dio che si rivela, esattamente come il Nuovo Testamento: per la sua fede, i due Testamenti costituiscono un’unità che si completa a vicenda. Come sottolinea Clemens Thoma, chi rinunciasse o anche solo disprezzasse il Primo, «rinnegherebbe il proprio cristianesimo o non ne conserverebbe più molto»[5]; mentre Franz Mussner sostiene a buon diritto che «il cristiano che prende sul serio la Bibbia deve prendere atto della elezione di Israele quale popolo peculiare di JHWH; se non lo fa, elude a priori il discorso su Israele»[6].

Per molti motivi, perciò, è necessario non stancarsi di ragionare attorno a questo tema cruciale, come fanno i contributi contenuti in questo libretto, adottando un punto di vista, ritengo, piuttosto originale[7]. Del resto, in quanto libro umano (che racconta di Dio), la Bibbia ha sempre bisogno di essere interpretata. Anzi, si potrebbe dire, essa vive nelle e delle sue interpretazioni.

C’è una significativa tradizione ebraica che sostiene che al centro dell’intera Torà (il Pentateuco cristiano) stia l’espressione darosh darash, vale a dire «cercare, cercò», che troviamo in Levitico 10,16[8]. Il verbo ebraico darash significa appunto cercare, ma anche studiaresollecitareinvestigare. Da qui l’importanza enorme che Israele ha sempre riservato allo studio, nella consapevolezza che l’interpretazione della Scrittura non è mai unica e assoluta, ma sempre plurale. Perché la pluralità delle sue interpretazioni, se di fatto manifesta una delle caratteristiche fondamentali dell’intelligenza ebraica e una delle eredità più preziose del fariseismo e del rabbinismo classico, va vista in primo luogo come ricchezza inesauribile del parlare divino, in cui ogni parola può legittimamente essere intesa secondo le diverse potenzialità umane.

Due sono i passi biblici in genere citati a sostegno di tale modo di intendere i sensi biblici: «Abbajè dice: Siccome la Scrittura dice “Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite; è questa la potenza di Dio” (Sal 62,12), se ne deve dedurre che un solo passo scritturistico dà luogo a dei sensi molteplici»[9]. E poi: «È stato insegnato nella scuola di rabbì Jishmael: Non è forse la mia parola come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia? (Ger 23,29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue»[10].

A dieci anni dalla morte prematura di don Pietro Lombardini (2007), un convegno, svoltosi a Modena presso la Fondazione San Carlo (11 novembre 2017), ne ha fatto memoria, soffermandosi appunto sul rapporto complesso fra i cristiani e le Scritture di Israele. L’ha organizzato la Fondazione Pietro Lombardini, nata nel 2016 allo scopo di promuovere gli studi biblici, la conoscenza del mondo ebraico, la relazione tra ebraismo e cristianesimo, la ricerca e il dialogo di carattere interreligioso.

Sono intervenuti nell’occasione Adriana Destro e Mauro Pesce, dell’Università di Bologna, su Le prime comunità cristiane. Uno sguardo antropologico e storico; poi Elena Lea Bartolini De Angeli, della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (Milano) su La lettura ebraica; infine, don Erio Castellucci, teologo e arcivescovo di Modena, su La lettura cristiana.

Non posso che ringraziare di cuore i relatori, che, in vista di questa pubblicazione, hanno largamente rivisto e ampliato le loro relazioni, fino a offrirci una panoramica stimolante e articolata dei tanti problemi ancora sussistenti relativi al tema affrontato. E a poter concordare con un passaggio strategico del documento sopra ricordato: «I cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile, che si trova in continuità con le sacre Scritture ebraiche dall’epoca del secondo Tempio ed è analoga alla lettura cristiana, che si è sviluppata parallelamente ad essa. Ciascuna delle due letture è correlata con la rispettiva visione di fede di cui essa è un prodotto e un’espressione, risultando di conseguenza irriducibili l’una all’altra»[11].

 


[1] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, a cura di D. Gianotti, EDB, Bologna 2011, 12.

[2] Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 24 maggio 2001, LEV Città del Vaticano 2001.

[3] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, 12-13.

[4] Il termine, in realtà, è un acrostico, uno di quei giochi linguistici così amati dalla tradizione ebraica, in cui compaiono le lettere iniziali di ciascuna delle tre parti di cui esso è composto: Torà (Legge), Neviim (Profeti) e Ketuvim (Scritti).

[5] C. Thoma, Teologia cristiana dell’ebraismo, Marietti, Casale Monferrato (Al) 1983, 16.

[6] F. Mussner, Il popolo della promessa. Per il dialogo cristiano-ebraico, Città Nuova, Roma 1982, 21.

[7] Mi permetto di rimandare, in proposito, al mio De Judaeis. Piccola teologia cristiana di Israele, Gabrielli editore, San Pietro in Cariano (VR) 2015.

[8] Talmud Babilonese, Qiddushin 30a.

[9] Talmud Babilonese, Sanhedrin 34a.

[10] Talmud Babilonese, Shabbat 88b.

[11] Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, n. 22.

Originale: Settimana News
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«Questi incontri hanno contribuito ad alimentare in me la consapevolezza del rapporto profondo e decisivo tra ebraismo e cristianesimo. Gli incontri che ho fatto sono tutti sull’Antico Testamento. Non so quanto, all’inizio, fosse consapevole in me la scelta di limitare i miei interventi nell’ambito veterotestamentario. (…) L’unità della Scrittura, l’impossibilità di comprendere il Nuovo Testamento senza l’Antico Testamento, cioè senza un ‘va e vieni’ reciproco e non soltanto in senso unilaterale, l’esperienza di come il Nuovo Testamento stesso venga a mancare di profondità e di umanità, se non è continuamente preceduto dal racconto veterotestamentario della storia dell’umanità e del cammino d’Israele»[1].

Così, durante un incontro tenutosi presso la Comunità dehoniana di Modena nel 1993, don Pietro Lombardini – presbitero della diocesi di Reggio Emilia che, fuori dalla retorica, considero una delle intelligenze più vive e originali del cattolicesimo postconciliare nazionale – spiegava il suo originale approccio alla Bibbia. Difficile dire meglio, in ogni caso, di come fece lui quella volta, per descrivere l’esperienza vissuta di tanti – fra i quali anche chi scrive – che a un certo punto della loro vicenda di lettura delle Scritture hanno percepito che qualcosa non andava. Che occorreva un bagno nel Giordano – mi si perdoni l’espressione – che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti; ma sentivamo che era necessario.

Anni dopo, del resto, sarà la Pontificia Commissione Biblica a fornirci un corposo materiale di riferimento al riguardo: il riferimento è al documento del 2001 intitolato Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana[2], che vanta fra l’altro una notevole prefazione firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Riprendendo ancora dalle considerazioni di don Pietro: «Mi trovavo davanti a un solo Libro e due eredi dello stesso: l’erede ebraico e l’erede cristiano. Problema complesso, perché ritenersi gli eredi legittimi non significa essere eredi buoni. Qui per me, esistenzialmente, vi è stato l’insorgere di un paradosso che dura tuttora e che intendo mantenere aperto: imparare a riconoscere l’altro che è in me rispettandolo come altro, diverso, senza sopprimerlo, accogliendolo e riconoscendolo come fratello, come partner di una stessa elezione e di una stessa alleanza, anche se vissuta per due strade diverse. Anche con una valenza pedagogica: imparare a definirmi, ad esempio, per un’appartenenza a Cristo, senza per questo voler affermare una scontata superiorità spirituale o morale su Israele»[3].

In effetti, riflettere sulle Scritture ebraiche – che gli ebrei chiamano TaNaK[4] – è importante, anche nella prospettiva del dialogo cristiano-ebraico, per più di un motivo. In primo luogo perché la nascente comunità cristiana, sin dai suoi inizi, decise di farle proprie, leggendole per lo più in chiave tipologica, e adottando a criterio interpretativo fondamentale la messianicità di Gesù, letto come figlio di Dio.

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Poi, perché per il cristiano il Primo Testamento è una testimonianza del Dio che si rivela, esattamente come il Nuovo Testamento: per la sua fede, i due Testamenti costituiscono un’unità che si completa a vicenda. Come sottolinea Clemens Thoma, chi rinunciasse o anche solo disprezzasse il Primo, «rinnegherebbe il proprio cristianesimo o non ne conserverebbe più molto»[5]; mentre Franz Mussner sostiene a buon diritto che «il cristiano che prende sul serio la Bibbia deve prendere atto della elezione di Israele quale popolo peculiare di JHWH; se non lo fa, elude a priori il discorso su Israele»[6].

Per molti motivi, perciò, è necessario non stancarsi di ragionare attorno a questo tema cruciale, come fanno i contributi contenuti in questo libretto, adottando un punto di vista, ritengo, piuttosto originale[7]. Del resto, in quanto libro umano (che racconta di Dio), la Bibbia ha sempre bisogno di essere interpretata. Anzi, si potrebbe dire, essa vive nelle e delle sue interpretazioni.

C’è una significativa tradizione ebraica che sostiene che al centro dell’intera Torà (il Pentateuco cristiano) stia l’espressione darosh darash, vale a dire «cercare, cercò», che troviamo in Levitico 10,16[8]. Il verbo ebraico darash significa appunto cercare, ma anche studiaresollecitareinvestigare. Da qui l’importanza enorme che Israele ha sempre riservato allo studio, nella consapevolezza che l’interpretazione della Scrittura non è mai unica e assoluta, ma sempre plurale. Perché la pluralità delle sue interpretazioni, se di fatto manifesta una delle caratteristiche fondamentali dell’intelligenza ebraica e una delle eredità più preziose del fariseismo e del rabbinismo classico, va vista in primo luogo come ricchezza inesauribile del parlare divino, in cui ogni parola può legittimamente essere intesa secondo le diverse potenzialità umane.

Due sono i passi biblici in genere citati a sostegno di tale modo di intendere i sensi biblici: «Abbajè dice: Siccome la Scrittura dice “Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite; è questa la potenza di Dio” (Sal 62,12), se ne deve dedurre che un solo passo scritturistico dà luogo a dei sensi molteplici»[9]. E poi: «È stato insegnato nella scuola di rabbì Jishmael: Non è forse la mia parola come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia? (Ger 23,29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue»[10].

A dieci anni dalla morte prematura di don Pietro Lombardini (2007), un convegno, svoltosi a Modena presso la Fondazione San Carlo (11 novembre 2017), ne ha fatto memoria, soffermandosi appunto sul rapporto complesso fra i cristiani e le Scritture di Israele. L’ha organizzato la Fondazione Pietro Lombardini, nata nel 2016 allo scopo di promuovere gli studi biblici, la conoscenza del mondo ebraico, la relazione tra ebraismo e cristianesimo, la ricerca e il dialogo di carattere interreligioso.

Sono intervenuti nell’occasione Adriana Destro e Mauro Pesce, dell’Università di Bologna, su Le prime comunità cristiane. Uno sguardo antropologico e storico; poi Elena Lea Bartolini De Angeli, della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (Milano) su La lettura ebraica; infine, don Erio Castellucci, teologo e arcivescovo di Modena, su La lettura cristiana.

Non posso che ringraziare di cuore i relatori, che, in vista di questa pubblicazione, hanno largamente rivisto e ampliato le loro relazioni, fino a offrirci una panoramica stimolante e articolata dei tanti problemi ancora sussistenti relativi al tema affrontato. E a poter concordare con un passaggio strategico del documento sopra ricordato: «I cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile, che si trova in continuità con le sacre Scritture ebraiche dall’epoca del secondo Tempio ed è analoga alla lettura cristiana, che si è sviluppata parallelamente ad essa. Ciascuna delle due letture è correlata con la rispettiva visione di fede di cui essa è un prodotto e un’espressione, risultando di conseguenza irriducibili l’una all’altra»[11].

 


[1] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, a cura di D. Gianotti, EDB, Bologna 2011, 12.

[2] Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 24 maggio 2001, LEV Città del Vaticano 2001.

[3] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, 12-13.

[4] Il termine, in realtà, è un acrostico, uno di quei giochi linguistici così amati dalla tradizione ebraica, in cui compaiono le lettere iniziali di ciascuna delle tre parti di cui esso è composto: Torà (Legge), Neviim (Profeti) e Ketuvim (Scritti).

[5] C. Thoma, Teologia cristiana dell’ebraismo, Marietti, Casale Monferrato (Al) 1983, 16.

[6] F. Mussner, Il popolo della promessa. Per il dialogo cristiano-ebraico, Città Nuova, Roma 1982, 21.

[7] Mi permetto di rimandare, in proposito, al mio De Judaeis. Piccola teologia cristiana di Israele, Gabrielli editore, San Pietro in Cariano (VR) 2015.

[8] Talmud Babilonese, Qiddushin 30a.

[9] Talmud Babilonese, Sanhedrin 34a.

[10] Talmud Babilonese, Shabbat 88b.

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