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Un Paese su 5 non garantisce la libertà religiosa

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In alcuni Stati si registrano episodi di persecuzione. È quanto emerge dal Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo presentato da Aiuto alla Chiesa che soffre.

Un Paese su 5 nel mondo non garantisce la libertà religiosa, in alcuni si registrano episodi di vera e propria persecuzione, e la situazione è peggiorata nell’ultimo anno. È quanto emerge dal Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo presentato da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs).

La presentazione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo nella Sala della Stampa Estera. (Foto di Liverani)

Dei 196 Paesi analizzati, «38 mostrano indiscutibili prove di significative violazioni alla libertà religiosa. All’interno di questo gruppo, 23 nazioni sono state poste nella categoria persecuzione e le rimanenti 15 in quella di discriminazione», sottolinea la fondazione pontificia. Rispetto all’ultima edizione del Rapporto «il rispetto della libertà religiosa è chiaramente peggiorato in 14 Paesi». Il diffondersi del fondamentalismo, soprattutto di stampo islamico, causa in alcuni Paesi anche ondate migratorie senza precedenti, evidenzia ancora Acs.

Tra gli Stati dove la libertà religiosa è maggiormente compromessa figurano Bangladesh, Eritrea, Kenya, Pakistan,Sudan, Yemen per citarne alcuni.

Da sinistra il professor Giuliano Amato, il presidente internazionale di Acs, il cardinale Mauro Piacenza, il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. (Foto di Liverani)

Il Rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre confuta la tesi secondo la quale i governi sono il principale responsabile delle persecuzioni religiose. «Attori non statali, quali organizzazioni fondamentaliste o militanti, sono responsabili delle persecuzioni in 12 dei 23 Paesi in cui si registrano le violazioni più gravi», si rileva nel dossier che pone l’accento sull’emergere di «un nuovo fenomeno di violenze a sfondo religioso, che può essere descritto come iper-estremismo islamico, ovvero un processo di accresciuta radicalizzazione la cui espressione violenta non ha precedenti.

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) sezione italiana già ad aprile aveva organizzato una manifestazione per ricordare i martiri cristiani nel mondo colorando di rosso la fontana di Trevi

Sin dalla metà del 2014, violenti attacchi islamisti hanno avuto luogo in una nazione su cinque nel mondo».

Per gli analisti della fondazione pontificia inoltre «l’estremismo islamico e l’iper-estremismo, osservati in Paesi quali Afghanistan, Somalia e Siria, rappresentano un fattore chiave del massiccio aumento del numero di rifugiati nel mondo che nel 2015, secondo dati forniti dalle Nazioni Unite, sono aumentati di circa 5,8 milioni giungendo alla quota record di 65,3 milioni».

 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Un Paese su 5 nel mondo non garantisce la libertà religiosa, in alcuni si registrano episodi di vera e propria persecuzione, e la situazione è peggiorata nell’ultimo anno. È quanto emerge dal Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo presentato da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs).

La presentazione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo nella Sala della Stampa Estera. (Foto di Liverani)

Dei 196 Paesi analizzati, «38 mostrano indiscutibili prove di significative violazioni alla libertà religiosa. All’interno di questo gruppo, 23 nazioni sono state poste nella categoria persecuzione e le rimanenti 15 in quella di discriminazione», sottolinea la fondazione pontificia. Rispetto all’ultima edizione del Rapporto «il rispetto della libertà religiosa è chiaramente peggiorato in 14 Paesi». Il diffondersi del fondamentalismo, soprattutto di stampo islamico, causa in alcuni Paesi anche ondate migratorie senza precedenti, evidenzia ancora Acs.

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Tra gli Stati dove la libertà religiosa è maggiormente compromessa figurano Bangladesh, Eritrea, Kenya, Pakistan,Sudan, Yemen per citarne alcuni.

Da sinistra il professor Giuliano Amato, il presidente internazionale di Acs, il cardinale Mauro Piacenza, il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. (Foto di Liverani)

Il Rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre confuta la tesi secondo la quale i governi sono il principale responsabile delle persecuzioni religiose. «Attori non statali, quali organizzazioni fondamentaliste o militanti, sono responsabili delle persecuzioni in 12 dei 23 Paesi in cui si registrano le violazioni più gravi», si rileva nel dossier che pone l’accento sull’emergere di «un nuovo fenomeno di violenze a sfondo religioso, che può essere descritto come iper-estremismo islamico, ovvero un processo di accresciuta radicalizzazione la cui espressione violenta non ha precedenti.

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) sezione italiana già ad aprile aveva organizzato una manifestazione per ricordare i martiri cristiani nel mondo colorando di rosso la fontana di Trevi

Sin dalla metà del 2014, violenti attacchi islamisti hanno avuto luogo in una nazione su cinque nel mondo».

Per gli analisti della fondazione pontificia inoltre «l’estremismo islamico e l’iper-estremismo, osservati in Paesi quali Afghanistan, Somalia e Siria, rappresentano un fattore chiave del massiccio aumento del numero di rifugiati nel mondo che nel 2015, secondo dati forniti dalle Nazioni Unite, sono aumentati di circa 5,8 milioni giungendo alla quota record di 65,3 milioni».

 

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