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Tutti sono chiamati a trovare il proprio modo di accogliere il povero

Carità e Accoglienza

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L’annuncio evangelico, se non abbiamo oggi le orecchie chiuse non dalle ortiche, come affermava Nelly Sachs, ma dal subisso delle fake news, dal tamburellare della pubblicità, dal culto del proprio corpo, è un urto potente che risveglia la nostra coscienza perché ci fa comprendere

quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna.

Se ci lasciamo ammaliare da quanto ci viene propinato e sembra diventare il lascia passare per sentirsi integrati nel nostro ambiente sociale, perdiamo noi stessi e il significato della vita.
Nel momento in cui il termine “scarto” entra nel nostro linguaggio e modella l’immaginario è già stato mosso un terribile passo, non dico definitivo ma sicuramente incisivo, sul nostro metro di giudizio che camuffiamo con il falso linguistico di… valutazione.
Dimentichiamo, perché rimossi e quindi ancora più dannosi perché difficili da collocare, qui principi così ovvii quanto il nostro respirare: chi mai ha potuto scegliere i propri genitori? Chi mai ha potuto scegliere dove nascere?

Se tutto è affidato al caso o alla dea Fortuna allora lo scempio umano cui assistiamo ogni giorno è del tutto normale e giustificato.

Considerare “scarto” una persona modellata dalle mani del Creatore e che porta dentro di sé il suo sigillo, è un grave insulto all’Altissimo perché Egli è Colui che non fa accezione di persona, tutti sono figli suoi.
Indubbiamente, la constatazione della miseria, di chi vive e dorme fra i cartoni, di chi è lacero e sporco, suscita un sentimento di vergogna, ma in quale direzione?
Una vergogna che poggia uno sguardo di rifiuto, di sdegno, di allontanamento fisico per ripulsione oppure una vergogna profonda, sana, che scuote la propria comodità, il proprio lusso, la propria visione del quotidiano che deve essere riempito da tutto quanto diventa status symbol e quindi fa apparire degno membro di una upper class?
Non tutti sono chiamati a condividere nel senso più pieno e totale la povertà di una favela, come in realtà fa Marcella, una consacrata ad Haiti, che non si distingue per nulla da chi la circonda.

 

Tutti invece sono chiamati, sollecitati e, oserei dire, spinti a trovare il proprio modo di accogliere il povero, di ridargli quella dignità che il sistema che continuiamo ad oliare e impinguare, gli ha sottratto.
Siamo chiusi nelle nostre aspettative, nei nostri programmi (di successo o di insuccesso, resta da vedere…), nella ricerca affannosa di quanto ci appaga senza farci realmente crescere. Siamo come quelle oche, per cui tanto ci battiamo, che vengono ingozzate forzatamente pur di produrre oppure quelle galline ingabbiate che devono solo ingrassare.
L’indifferenza quindi cresce a dismisura, esponenzialmente e non ci rendiamo conto del pericolo che stiamo correndo.
Francesco ci indica come rompere questa barriera:

Spesso sono proprio i poveri a mettere in crisi la nostra indifferenza, figlia di una visione della vita troppo immanente e legata al presente.

Se le nostre orecchie diventassero libere, la nostra creatività si espanderebbe e stupirebbe noi stessi per quelle strade, per quei gesti concreti, per quella vicinanza d’amicizia e di fraternità compartecipata che ci farebbe mettere in atto.
Si libererebbe in noi una postura lieta e sicura:

Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato. La speranza fondata sull’amore di Dio che non abbandona chi si affida a Lui (cfr Rm 8,31-39).

La speranza potrebbe illuminare tutti i nostri passi, dirigerli su quel cammino che, nel mentre porta al Volto del Padre, costruisce nella storia ponti di liberazione, vie di accoglienza.
Non dovremmo arrossire perché godiamo la nostra giornata mentre i nostri fratelli e sorelle agonizzano in un barcone o in una discarica si cerca cibo per sopravvivere.
Tutto è nelle nostre mani che possono sturare le nostre orecchie e metterle in ascolto.

Originale: AgenSIR
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna.

Se ci lasciamo ammaliare da quanto ci viene propinato e sembra diventare il lascia passare per sentirsi integrati nel nostro ambiente sociale, perdiamo noi stessi e il significato della vita.
Nel momento in cui il termine “scarto” entra nel nostro linguaggio e modella l’immaginario è già stato mosso un terribile passo, non dico definitivo ma sicuramente incisivo, sul nostro metro di giudizio che camuffiamo con il falso linguistico di… valutazione.
Dimentichiamo, perché rimossi e quindi ancora più dannosi perché difficili da collocare, qui principi così ovvii quanto il nostro respirare: chi mai ha potuto scegliere i propri genitori? Chi mai ha potuto scegliere dove nascere?

Se tutto è affidato al caso o alla dea Fortuna allora lo scempio umano cui assistiamo ogni giorno è del tutto normale e giustificato.

Considerare “scarto” una persona modellata dalle mani del Creatore e che porta dentro di sé il suo sigillo, è un grave insulto all’Altissimo perché Egli è Colui che non fa accezione di persona, tutti sono figli suoi.
Indubbiamente, la constatazione della miseria, di chi vive e dorme fra i cartoni, di chi è lacero e sporco, suscita un sentimento di vergogna, ma in quale direzione?
Una vergogna che poggia uno sguardo di rifiuto, di sdegno, di allontanamento fisico per ripulsione oppure una vergogna profonda, sana, che scuote la propria comodità, il proprio lusso, la propria visione del quotidiano che deve essere riempito da tutto quanto diventa status symbol e quindi fa apparire degno membro di una upper class?
Non tutti sono chiamati a condividere nel senso più pieno e totale la povertà di una favela, come in realtà fa Marcella, una consacrata ad Haiti, che non si distingue per nulla da chi la circonda.

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Tutti invece sono chiamati, sollecitati e, oserei dire, spinti a trovare il proprio modo di accogliere il povero, di ridargli quella dignità che il sistema che continuiamo ad oliare e impinguare, gli ha sottratto.
Siamo chiusi nelle nostre aspettative, nei nostri programmi (di successo o di insuccesso, resta da vedere…), nella ricerca affannosa di quanto ci appaga senza farci realmente crescere. Siamo come quelle oche, per cui tanto ci battiamo, che vengono ingozzate forzatamente pur di produrre oppure quelle galline ingabbiate che devono solo ingrassare.
L’indifferenza quindi cresce a dismisura, esponenzialmente e non ci rendiamo conto del pericolo che stiamo correndo.
Francesco ci indica come rompere questa barriera:

Spesso sono proprio i poveri a mettere in crisi la nostra indifferenza, figlia di una visione della vita troppo immanente e legata al presente.

Se le nostre orecchie diventassero libere, la nostra creatività si espanderebbe e stupirebbe noi stessi per quelle strade, per quei gesti concreti, per quella vicinanza d’amicizia e di fraternità compartecipata che ci farebbe mettere in atto.
Si libererebbe in noi una postura lieta e sicura:

Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato. La speranza fondata sull’amore di Dio che non abbandona chi si affida a Lui (cfr Rm 8,31-39).

La speranza potrebbe illuminare tutti i nostri passi, dirigerli su quel cammino che, nel mentre porta al Volto del Padre, costruisce nella storia ponti di liberazione, vie di accoglienza.
Non dovremmo arrossire perché godiamo la nostra giornata mentre i nostri fratelli e sorelle agonizzano in un barcone o in una discarica si cerca cibo per sopravvivere.
Tutto è nelle nostre mani che possono sturare le nostre orecchie e metterle in ascolto.

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