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Tre modi di meditare la passione

Spiritualità

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Il punto più importante che si deve considerare nella sua passione è pensare e rendersi conto di chi è colui che patì, e riflettere insieme su questi altri due punti, che sono minori: uno è che cosa patì, l’altro è per chi egli patì. (20.180)
Allora quello che vuol dire è questo: «Perché mai non dovrei fare per amor tuo tutto quello che posso? La morte non mi pesa, poiché io per tuo amore morirei tutte le volte che posso, non tenendo in conto le atroci sofferenze». E questo io vidi come il secondo modo di contemplare la sua beata passione: l’amore che lo spinse a soffrirla supera tutti i suoi patimenti come il cielo supera la terra. (22.184)
In queste tre parole: «È una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me», furono mostrati i tre cieli, in questo modo: nella gioia io intesi il compiacimento del Padre, nella felicità la gloria del Figlio, e nel gaudio eterno lo Spirito Santo. Il Padre si compiace, il Figlio è glorificato, lo Spirito Santo gioisce. E qui io vidi il terzo modo di contemplare la sua beata passione, vale a dire la gioia e la felicità che lo portano a trarre gaudio da essa. (23.185)

È molto probabile che, quando pensiamo alla passione, la nostra mente, e ancor più la nostra immaginazione, vada direttamente all’insieme di patimenti sofferti da Gesù, magari anche influenzata da certe scene truculente esibite senza pudore anche in recenti film di successo.

Giuliana conosce molto bene cos’è il dolore e, nelle sue descrizioni dei vari momenti della passione, ha pagine di sconvolgente realismo. Ma è significativo che si preoccupi di indirizzare la mente al di là di una mera visione doloristica della sofferenza di Gesù per risalire a considerare tre presupposti cruciali e decisivi, messi in una sequenza significativa: chi è colui che patì, cosa soffrì e per chi.

Siamo in perfetta consonanza con la nostra professione di fede, dato che il Credo ci fa dire come introduzione all’incarnazione e alla morte in croce, che il Figlio «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo», salvezza che è, insieme, la causa e il frutto dei patimenti di Gesù.

Questa scelta non riduce per niente la condivisione della sofferenza fatta anche a partire dalla nostra esperienza del dolore, ma ne dilata il significato ben oltre la sensazione fisica. Del resto, non è forse vero che quando veniamo a patire un qualche male, la prima domanda che ci poniamo è “perché?”. Cerchiamo il senso da ciò che appare anzitutto un non senso. Noi non ci sentiamo fatti per il dolore, ma per la gioia: questa è la nostra vocazione.

Ora, per trovare il senso del dolore provato da Gesù, e del nostro, la spiegazione offerta da Giuliana segue le tre piste di cui sopra, che proveremo ad esplorare.

1. La prima si suddivide in tre percorsi complementari: il che cosa Cristo patì, che rischia di essere l’unico tema considerato, sta in mezzo ad altri due che, in certo senso, lo circondano e ne completano il senso, e cioè il chi fu colui che soffrì e il per chi.

Il primo punto da meditare, almeno per importanza, anche perché dà senso a tutto il resto, è anche il più difficile e problematico: se è lui il chi, come può Dio soffrire?

Le immagini di Dio trasmesse da religioni, filosofie, tradizioni e culture varie, ne fanno un essere “assoluto”, che tutto può, e vede e sa, per natura impermeabile a ogni sentimento che indichi deficienza, debolezza, dolore. L’aggettivo che meglio lo qualifica, anche nelle preghiere, è “onnipotente”, che – per fortuna – è spesso seguito da “misericordioso”, che è quanto dire che, della sua totale “potenza”, fa un uso buono e compassionevole.

Ma il dolore, quello è un’altra cosa. Il problema non nasce oggi e non è solo nostro. Si pensi alla fatica che ha fatto Gesù a far capire ai discepoli (e forse anche ad accettare lui stesso in quanto uomo) che il Messia-Cristo doveva soffrire e morire! I vangeli elencano ben tre annunci della passione (e “tre” sta per molti e ripetuti), seguiti regolarmente da incomprensione e rifiuto come di qualcosa che non poteva stare nell’idea che loro si erano fatto dell’Unto di Dio (cf. Mc 8,33; Lc 9,45 e 18,34).

E però questo Dio che abbraccia il dolore ha due effetti straordinari: anzitutto riporta Dio alle nostre misure, lo mette per così dire “nelle nostre mani” rendendolo comprensibile e, di riflesso, ci fa uscire dalla disperazione e dalla paura del nulla in cui un dolore senza sbocco e senza senso potrebbe farci precipitare.

In più, tale sofferenza subisce una dilatazione sconfinata, e Giuliana può scrivere, ben prima di Pascal, che «Gesù soffrì peri peccati di tutti gli uomini che saranno salvati. Ed egli vide e soffrì in sé, per simpatia e amore, il dolore, la desolazione e l’angoscia di ogni uomo» (20.181).

Il primo modo di meditare la passione è dunque considerare che ogni dolore rimanda alla croce, e ricordare, insieme, che nella croce Dio ha abbracciato il dolore. Il bello della fede è che questo nostro credere e affidarci a lui, creatore e salvatore, ci garantisce la compagnia di Dio in ogni nostra esperienza.

2. Questa visione diventa ancora più chiara nel secondo modo di meditare la passione, quello in cui ci viene chiesto di riflettere sul motivo che ha spinto Dio a soffrire in Gesù: l’amore. Questo discorso non dovrebbe essere difficile da capire, perché, al di là di facili romanticherie, sappiamo benissimo che un amore che esclude a priori la sofferenza non è né solido né vero. Anzi, il saper soffrire per la persona amata, fino a “dare la vita” per lei (cfr. Gv 15,13), in tutti i sensi e le varianti che può assumere la frase, è prova chiara e certa della serietà dello stesso amore.

Giuliana lo sa, e fa dire a Gesù: «L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno, e se potessi soffrire di più lo farei» (22.183), con un’annotazione: «Non disse “Se fosse necessario”, ma “Se io potessi”, perché, anche se non fosse necessario ed egli potesse soffrire di più, egli lo farebbe» (22.184-185).

Paradossalmente, l’amore riesce a legare il dolore con la gioia! Ma c’è un fondamento che spiega tale connessione, ed è che ambedue le esperienze hanno in comune il fatto di creare ed esprimere la “comunione”. E poiché la convinzione, corretta, che Dio, non avendo difetti né mancanze, è pura felicità e beatitudine, è messa in crisi dalla sofferenza, dato che il dolore può far nascere il sospetto che Dio ci abbia abbandonato – e quanti e quanto spesso arrivano a tale conclusione! –, Dio stesso si immerge nel nostro dolore, così che non possiamo avere alcuna ragione per dubitare della sua comunione con noi.

La croce diventa dunque, in qualche modo, un soccorso che Dio ci offre per aiutarci a portare con pazienza il nostro dolore, senza dimenticare che il traguardo ultimo resta pur sempre la gioia senza fine. Scrive Paolo: «Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17; vedi anche Col 1,24).

3. Il terzo punto, dunque, come appena preannunciato, è quanto di più incredibile ci si poteva aspettare da una meditazione partita sul tema della sofferenza, e di un dolore tremendo quale la morte in croce. Questo punto è un invito a meditare sul frutto di gioia, e di vita, che da quella morte deriva, una gioia cosmica, una gioia totale, che è nientemeno quella della Trinità, riflessa anche linguisticamente nei tre termini con cui è descritta: «gioia, felicità, gaudio» (joy, blisse, liking) appesi a ciascuna delle tre Persone.

La gioia è un tema che attraversa tutto il libro di Giuliana, che non è la gioia del soffrire in sé, che lei non apprezza, al punto che arriva a dire che delle tre gioie che Cristo ha sperimentato al termine della passione, la prima è che «non la patirà più» (23.187)! La ragione è un’altra: ed è che l’amore, come il dolore, crea una vera e profonda comunione, quella che è il riflettersi, come in uno specchio, di un cuore nell’altro, di una persona nell’altra, di uno sguardo nell’altro.

La gioia di Dio non ha niente a che fare con la realizzazione compiaciuta di sé, autonoma e soddisfatta nel proprio isolamento. La sua gioia – e la nostra non può essere diversa – si gioca tutta nella reciprocità e nella condivisione, nel «se tu sei appagata, io sono appagato» (22.183), come dice Gesù a Giuliana, nella risonanza e nella consonanza.

Alla fine, i tre modi di meditare la passione si ritrovano in un elemento comune che li lega: la comunione, appunto, nel dolore, nell’amore, nella gioia.

È un paradosso, e non piccolo, che quell’esperienza di totale e paurosa solitudine che è stata la morte di Gesù in croce si rovesci fino a diventare un punto di raccordo, un luogo dove sperimentare la vittoria sull’isolamento e la gioiosa intensità della comunione.

Mi torna ora alla mente quanta importanza ebbe nella mia fanciullezza, alla scuola delle suore di Madre Cabrini, la pratica dell’esercizio del consolare Gesù agonizzante, ispirata dalla devozione al Sacro Cuore. Vi imparai la compassione, che è rimasta un cardine della mia spiritualità.

In questi tre modi di meditare la passione, che ovviamente non sono alternativi, ma complementari, da usare come in un circolo virtuoso, troviamo un itinerario contemplativo semplice e completo insieme: dal dolore alla gioia, dall’isolamento alla comunione. Il passaggio si opera nella croce e sulla croce.

Il “come” ci è indicato nella grande simpatia (che – si ricordi – significa “patire assieme, vivere le stesse sensazioni”) di Dio per l’umanità da lui creata, custodita e riscattata, quella simpatia che sta all’origine della creazione stessa, e che la disobbedienza e il peccato non hanno messo in crisi, ma semmai ha prodotto l’abbassamento dello stesso Dio nell’incarnazione del Figlio, quella simpatia che trova nel mistero della croce la più alta e commovente espressione.


Ogni anno la Quaresima ci sollecita a rimeditare quella che è tradizionalmente chiamata Via Crucis, che è quanto dire un “cammino” che parte dalla condanna di Gesù nel pretorio di Pilato e sale fino alla collina del Golgotha, dove Gesù verrà crocifisso e, dopo la sua morte, sepolto, per rimanere nel ventre della terra tre giorni fino a uscirne risorto e glorioso.
È un cammino tradizionalmente fissato in quattordici “stazioni”, o soste, che scandiscono i passi di Gesù sulla via dolorosa, che siamo invitati a percorrere con lui. Non è, ovviamente, l’unico modo di prepararsi alla Pasqua. Ciò che conta è usare il tempo quaresimale per meditare ogni anno sul cuore della nostra fede, quello che chiamiamo “mistero pasquale” che si realizza nella morte e risurrezione di Gesù di Nazareth.
Lo chiamiamo “mistero” perché in esso vi è “di più” di quanto si vede negli eventi che lo costituiscono e, insieme, perché in quel di più si rivela, in modo misterioso e spesso sconcertante, l’impronta e l’azione di Dio stesso, qualcosa che sfugge ai sensi ma che è chiaramente percepito dagli occhi della fede. Per dirla tutta e subito: nella passione di Gesù noi vediamo la miseria di una morte in cui però si nasconde la forza di una vita, così piena e dirompente da valere come riscatto per tutto il male del mondo.
E dunque, guardare la croce significa intravedere in quell’avvenimento e in quel segno “una rivelazionedell’amore”, perché lì scopriamo un modo di consegnarsi alla morte che pone il sigillo finale a una vita, quella di Gesù, tutta spesa nel “servizio” degli altri, a cominciare dai più poveri e dai più sofferenti.
Per usare un’espressione mirabile di Leone Magno, il grande papa del V secolo, la Pasqua – intendendo con questo termine il legame inestricabile tra morte e vita – resta per noi un sacramentum et exemplum, cioè un “mistero” da contemplare per farne un “esempio” da imitare, non uno senza l’altro!
La contemplazione tradizionale passa per il cammino della Via crucis, ma – come si è detto – non è il solo percorso possibile. Un altro esercizio ben noto è quello di sostare meditando sulle Sette Parole pronunciate da Gesù sulla croce, una sorta di testamento in cui si riassume un insegnamento e un esempio lasciatoci in eredità dal Rabbi di Nazareth.
Una rivelazione dell’amore (Àncora, Milano, 2015) è ora il titolo sotto il quale appaiono le meditazioni teologiche di Giuliana di Norwich, la mistica inglese vissuta dal 1343 al 1416 circa, note anche come Rivelazioni, il cui centro è la passione di Gesù. Le riflessioni qui proposte si ispirano a quest’opera, e sono basate su alcune citazioni del libro che costituiscono un itinerario fatto non tanto di “scene” relative a episodi del cammino verso il Calvario quanto piuttosto di “soste” di riflessione su alcuni temi di carattere teologico e spirituale direttamente derivati dalla contemplazione del “mistero” che si dispiegò nella vicenda conclusiva della vita di Gesù.
Non ci si spaventi! Non fatico a immaginare che parole come “mistica”, “rivelazioni” e “teologia” possano creare più di una  perplessità, e far pensare subito a cose imprendibili e astratte, riservate al massimo per addetti ai lavori. Non è così. Provo a spiegarmi velocemente.
La “mistica” è stata definita “conoscenza sperimentale di Dio”, e dunque è qualcosa che ha a che fare con un “conoscere” che passa attraverso un’“esperienza”, in particolare quella sensazione che possiamo provare tutti e che ci porta a sentirci “fuori” o “al di sopra” di ciò che è ordinario.
Lo straordinario della mistica è l’intensità di tale esperienza, che lascia un marchio indelebile nella nostra memoria emotiva oltre che visiva. Che tale esperienza assuma a volte la forma di “visioni” o “rivelazioni” è raro, ma non impossibile, e non è neanche la cosa più importante. Quello che conta è la teologia che scopriamo in tali esperienze, cioè il “significato” di ciò che è visto o rivelato, il messaggio che Dio ci invia, o che noi  comprendiamo, attraverso tali esperienze. Il tutto può essere detto in poche parole.
Giuliana ebbe nel 1373 una serie di “visioni” durata tre giorni; a capirne il significato e a scriverne per comunicarlo a quelli che ama chiamare i suoi “fratelli di fede”, o “co-cristiani”, impiegò vent’anni. E lo fece quando capì che quanto aveva ricevuto era “una rivelazione dell’amore”, trasmessa a lei in tempi molto difficili perché fosse di  “consolazione e conforto” a tutti quelli che vedevano nella croce un messaggio di salvezza. Ecco detto il che cosa, il come e il perché!
Spero che – a questo punto – il lettore trovi l’atteggiamento giusto per apprezzare e far proprio quanto si andrà dicendo. Non si aspetti l’annuncio di cose strampalate o di chissà quali misteri! Giuliana è una mistica che è una teologa seria e una sapiente maestra di vita spirituale. Chi la legge e la frequenta sa che da essa può ricavare saggezza, conforto e tranquillità immergendosi in quella fonte d’amore che è Gesù Crocifisso.[1]

[1] I riferimenti al testo di Giuliana si riferiscono alla nuova edizione del Libro delle rivelazioni (titolo precedente), diventato ora, usando le parole della stessa mistica, Una rivelazione dell’amore (Àncora, Milano 2015). Le citazioni sono fatte indicando il numero del capitolo seguito dal numero della pagina. Chi possiede la vecchia edizione non faticherà a ritrovarsi, se pur con leggere mutazioni, cercando nel capitolo indicato. So di fare un’operazione inedita, ma ho voluto provare a costruire un cammino della croce che si tenesse a uguale distanza da un accento troppo unilaterale sul dolore così come da una teologia che rischia le nuvole. Sono convinto che Giuliana riesca a tenere una salutare via media.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Tre modi di meditare la passione

Spiritualità

  

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Il punto più importante che si deve considerare nella sua passione è pensare e rendersi conto di chi è colui che patì, e riflettere insieme su questi altri due punti, che sono minori: uno è che cosa patì, l’altro è per chi egli patì. (20.180)
Allora quello che vuol dire è questo: «Perché mai non dovrei fare per amor tuo tutto quello che posso? La morte non mi pesa, poiché io per tuo amore morirei tutte le volte che posso, non tenendo in conto le atroci sofferenze». E questo io vidi come il secondo modo di contemplare la sua beata passione: l’amore che lo spinse a soffrirla supera tutti i suoi patimenti come il cielo supera la terra. (22.184)
In queste tre parole: «È una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me», furono mostrati i tre cieli, in questo modo: nella gioia io intesi il compiacimento del Padre, nella felicità la gloria del Figlio, e nel gaudio eterno lo Spirito Santo. Il Padre si compiace, il Figlio è glorificato, lo Spirito Santo gioisce. E qui io vidi il terzo modo di contemplare la sua beata passione, vale a dire la gioia e la felicità che lo portano a trarre gaudio da essa. (23.185)

È molto probabile che, quando pensiamo alla passione, la nostra mente, e ancor più la nostra immaginazione, vada direttamente all’insieme di patimenti sofferti da Gesù, magari anche influenzata da certe scene truculente esibite senza pudore anche in recenti film di successo.

Giuliana conosce molto bene cos’è il dolore e, nelle sue descrizioni dei vari momenti della passione, ha pagine di sconvolgente realismo. Ma è significativo che si preoccupi di indirizzare la mente al di là di una mera visione doloristica della sofferenza di Gesù per risalire a considerare tre presupposti cruciali e decisivi, messi in una sequenza significativa: chi è colui che patì, cosa soffrì e per chi.

Siamo in perfetta consonanza con la nostra professione di fede, dato che il Credo ci fa dire come introduzione all’incarnazione e alla morte in croce, che il Figlio «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo», salvezza che è, insieme, la causa e il frutto dei patimenti di Gesù.

Questa scelta non riduce per niente la condivisione della sofferenza fatta anche a partire dalla nostra esperienza del dolore, ma ne dilata il significato ben oltre la sensazione fisica. Del resto, non è forse vero che quando veniamo a patire un qualche male, la prima domanda che ci poniamo è “perché?”. Cerchiamo il senso da ciò che appare anzitutto un non senso. Noi non ci sentiamo fatti per il dolore, ma per la gioia: questa è la nostra vocazione.

Ora, per trovare il senso del dolore provato da Gesù, e del nostro, la spiegazione offerta da Giuliana segue le tre piste di cui sopra, che proveremo ad esplorare.

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1. La prima si suddivide in tre percorsi complementari: il che cosa Cristo patì, che rischia di essere l’unico tema considerato, sta in mezzo ad altri due che, in certo senso, lo circondano e ne completano il senso, e cioè il chi fu colui che soffrì e il per chi.

Il primo punto da meditare, almeno per importanza, anche perché dà senso a tutto il resto, è anche il più difficile e problematico: se è lui il chi, come può Dio soffrire?

Le immagini di Dio trasmesse da religioni, filosofie, tradizioni e culture varie, ne fanno un essere “assoluto”, che tutto può, e vede e sa, per natura impermeabile a ogni sentimento che indichi deficienza, debolezza, dolore. L’aggettivo che meglio lo qualifica, anche nelle preghiere, è “onnipotente”, che – per fortuna – è spesso seguito da “misericordioso”, che è quanto dire che, della sua totale “potenza”, fa un uso buono e compassionevole.

Ma il dolore, quello è un’altra cosa. Il problema non nasce oggi e non è solo nostro. Si pensi alla fatica che ha fatto Gesù a far capire ai discepoli (e forse anche ad accettare lui stesso in quanto uomo) che il Messia-Cristo doveva soffrire e morire! I vangeli elencano ben tre annunci della passione (e “tre” sta per molti e ripetuti), seguiti regolarmente da incomprensione e rifiuto come di qualcosa che non poteva stare nell’idea che loro si erano fatto dell’Unto di Dio (cf. Mc 8,33; Lc 9,45 e 18,34).

E però questo Dio che abbraccia il dolore ha due effetti straordinari: anzitutto riporta Dio alle nostre misure, lo mette per così dire “nelle nostre mani” rendendolo comprensibile e, di riflesso, ci fa uscire dalla disperazione e dalla paura del nulla in cui un dolore senza sbocco e senza senso potrebbe farci precipitare.

In più, tale sofferenza subisce una dilatazione sconfinata, e Giuliana può scrivere, ben prima di Pascal, che «Gesù soffrì peri peccati di tutti gli uomini che saranno salvati. Ed egli vide e soffrì in sé, per simpatia e amore, il dolore, la desolazione e l’angoscia di ogni uomo» (20.181).

Il primo modo di meditare la passione è dunque considerare che ogni dolore rimanda alla croce, e ricordare, insieme, che nella croce Dio ha abbracciato il dolore. Il bello della fede è che questo nostro credere e affidarci a lui, creatore e salvatore, ci garantisce la compagnia di Dio in ogni nostra esperienza.

2. Questa visione diventa ancora più chiara nel secondo modo di meditare la passione, quello in cui ci viene chiesto di riflettere sul motivo che ha spinto Dio a soffrire in Gesù: l’amore. Questo discorso non dovrebbe essere difficile da capire, perché, al di là di facili romanticherie, sappiamo benissimo che un amore che esclude a priori la sofferenza non è né solido né vero. Anzi, il saper soffrire per la persona amata, fino a “dare la vita” per lei (cfr. Gv 15,13), in tutti i sensi e le varianti che può assumere la frase, è prova chiara e certa della serietà dello stesso amore.

Giuliana lo sa, e fa dire a Gesù: «L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno, e se potessi soffrire di più lo farei» (22.183), con un’annotazione: «Non disse “Se fosse necessario”, ma “Se io potessi”, perché, anche se non fosse necessario ed egli potesse soffrire di più, egli lo farebbe» (22.184-185).

Paradossalmente, l’amore riesce a legare il dolore con la gioia! Ma c’è un fondamento che spiega tale connessione, ed è che ambedue le esperienze hanno in comune il fatto di creare ed esprimere la “comunione”. E poiché la convinzione, corretta, che Dio, non avendo difetti né mancanze, è pura felicità e beatitudine, è messa in crisi dalla sofferenza, dato che il dolore può far nascere il sospetto che Dio ci abbia abbandonato – e quanti e quanto spesso arrivano a tale conclusione! –, Dio stesso si immerge nel nostro dolore, così che non possiamo avere alcuna ragione per dubitare della sua comunione con noi.

La croce diventa dunque, in qualche modo, un soccorso che Dio ci offre per aiutarci a portare con pazienza il nostro dolore, senza dimenticare che il traguardo ultimo resta pur sempre la gioia senza fine. Scrive Paolo: «Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17; vedi anche Col 1,24).

3. Il terzo punto, dunque, come appena preannunciato, è quanto di più incredibile ci si poteva aspettare da una meditazione partita sul tema della sofferenza, e di un dolore tremendo quale la morte in croce. Questo punto è un invito a meditare sul frutto di gioia, e di vita, che da quella morte deriva, una gioia cosmica, una gioia totale, che è nientemeno quella della Trinità, riflessa anche linguisticamente nei tre termini con cui è descritta: «gioia, felicità, gaudio» (joy, blisse, liking) appesi a ciascuna delle tre Persone.

La gioia è un tema che attraversa tutto il libro di Giuliana, che non è la gioia del soffrire in sé, che lei non apprezza, al punto che arriva a dire che delle tre gioie che Cristo ha sperimentato al termine della passione, la prima è che «non la patirà più» (23.187)! La ragione è un’altra: ed è che l’amore, come il dolore, crea una vera e profonda comunione, quella che è il riflettersi, come in uno specchio, di un cuore nell’altro, di una persona nell’altra, di uno sguardo nell’altro.

La gioia di Dio non ha niente a che fare con la realizzazione compiaciuta di sé, autonoma e soddisfatta nel proprio isolamento. La sua gioia – e la nostra non può essere diversa – si gioca tutta nella reciprocità e nella condivisione, nel «se tu sei appagata, io sono appagato» (22.183), come dice Gesù a Giuliana, nella risonanza e nella consonanza.

Alla fine, i tre modi di meditare la passione si ritrovano in un elemento comune che li lega: la comunione, appunto, nel dolore, nell’amore, nella gioia.

È un paradosso, e non piccolo, che quell’esperienza di totale e paurosa solitudine che è stata la morte di Gesù in croce si rovesci fino a diventare un punto di raccordo, un luogo dove sperimentare la vittoria sull’isolamento e la gioiosa intensità della comunione.

Mi torna ora alla mente quanta importanza ebbe nella mia fanciullezza, alla scuola delle suore di Madre Cabrini, la pratica dell’esercizio del consolare Gesù agonizzante, ispirata dalla devozione al Sacro Cuore. Vi imparai la compassione, che è rimasta un cardine della mia spiritualità.

In questi tre modi di meditare la passione, che ovviamente non sono alternativi, ma complementari, da usare come in un circolo virtuoso, troviamo un itinerario contemplativo semplice e completo insieme: dal dolore alla gioia, dall’isolamento alla comunione. Il passaggio si opera nella croce e sulla croce.

Il “come” ci è indicato nella grande simpatia (che – si ricordi – significa “patire assieme, vivere le stesse sensazioni”) di Dio per l’umanità da lui creata, custodita e riscattata, quella simpatia che sta all’origine della creazione stessa, e che la disobbedienza e il peccato non hanno messo in crisi, ma semmai ha prodotto l’abbassamento dello stesso Dio nell’incarnazione del Figlio, quella simpatia che trova nel mistero della croce la più alta e commovente espressione.


Ogni anno la Quaresima ci sollecita a rimeditare quella che è tradizionalmente chiamata Via Crucis, che è quanto dire un “cammino” che parte dalla condanna di Gesù nel pretorio di Pilato e sale fino alla collina del Golgotha, dove Gesù verrà crocifisso e, dopo la sua morte, sepolto, per rimanere nel ventre della terra tre giorni fino a uscirne risorto e glorioso.
È un cammino tradizionalmente fissato in quattordici “stazioni”, o soste, che scandiscono i passi di Gesù sulla via dolorosa, che siamo invitati a percorrere con lui. Non è, ovviamente, l’unico modo di prepararsi alla Pasqua. Ciò che conta è usare il tempo quaresimale per meditare ogni anno sul cuore della nostra fede, quello che chiamiamo “mistero pasquale” che si realizza nella morte e risurrezione di Gesù di Nazareth.
Lo chiamiamo “mistero” perché in esso vi è “di più” di quanto si vede negli eventi che lo costituiscono e, insieme, perché in quel di più si rivela, in modo misterioso e spesso sconcertante, l’impronta e l’azione di Dio stesso, qualcosa che sfugge ai sensi ma che è chiaramente percepito dagli occhi della fede. Per dirla tutta e subito: nella passione di Gesù noi vediamo la miseria di una morte in cui però si nasconde la forza di una vita, così piena e dirompente da valere come riscatto per tutto il male del mondo.
E dunque, guardare la croce significa intravedere in quell’avvenimento e in quel segno “una rivelazionedell’amore”, perché lì scopriamo un modo di consegnarsi alla morte che pone il sigillo finale a una vita, quella di Gesù, tutta spesa nel “servizio” degli altri, a cominciare dai più poveri e dai più sofferenti.
Per usare un’espressione mirabile di Leone Magno, il grande papa del V secolo, la Pasqua – intendendo con questo termine il legame inestricabile tra morte e vita – resta per noi un sacramentum et exemplum, cioè un “mistero” da contemplare per farne un “esempio” da imitare, non uno senza l’altro!
La contemplazione tradizionale passa per il cammino della Via crucis, ma – come si è detto – non è il solo percorso possibile. Un altro esercizio ben noto è quello di sostare meditando sulle Sette Parole pronunciate da Gesù sulla croce, una sorta di testamento in cui si riassume un insegnamento e un esempio lasciatoci in eredità dal Rabbi di Nazareth.
Una rivelazione dell’amore (Àncora, Milano, 2015) è ora il titolo sotto il quale appaiono le meditazioni teologiche di Giuliana di Norwich, la mistica inglese vissuta dal 1343 al 1416 circa, note anche come Rivelazioni, il cui centro è la passione di Gesù. Le riflessioni qui proposte si ispirano a quest’opera, e sono basate su alcune citazioni del libro che costituiscono un itinerario fatto non tanto di “scene” relative a episodi del cammino verso il Calvario quanto piuttosto di “soste” di riflessione su alcuni temi di carattere teologico e spirituale direttamente derivati dalla contemplazione del “mistero” che si dispiegò nella vicenda conclusiva della vita di Gesù.
Non ci si spaventi! Non fatico a immaginare che parole come “mistica”, “rivelazioni” e “teologia” possano creare più di una  perplessità, e far pensare subito a cose imprendibili e astratte, riservate al massimo per addetti ai lavori. Non è così. Provo a spiegarmi velocemente.
La “mistica” è stata definita “conoscenza sperimentale di Dio”, e dunque è qualcosa che ha a che fare con un “conoscere” che passa attraverso un’“esperienza”, in particolare quella sensazione che possiamo provare tutti e che ci porta a sentirci “fuori” o “al di sopra” di ciò che è ordinario.
Lo straordinario della mistica è l’intensità di tale esperienza, che lascia un marchio indelebile nella nostra memoria emotiva oltre che visiva. Che tale esperienza assuma a volte la forma di “visioni” o “rivelazioni” è raro, ma non impossibile, e non è neanche la cosa più importante. Quello che conta è la teologia che scopriamo in tali esperienze, cioè il “significato” di ciò che è visto o rivelato, il messaggio che Dio ci invia, o che noi  comprendiamo, attraverso tali esperienze. Il tutto può essere detto in poche parole.
Giuliana ebbe nel 1373 una serie di “visioni” durata tre giorni; a capirne il significato e a scriverne per comunicarlo a quelli che ama chiamare i suoi “fratelli di fede”, o “co-cristiani”, impiegò vent’anni. E lo fece quando capì che quanto aveva ricevuto era “una rivelazione dell’amore”, trasmessa a lei in tempi molto difficili perché fosse di  “consolazione e conforto” a tutti quelli che vedevano nella croce un messaggio di salvezza. Ecco detto il che cosa, il come e il perché!
Spero che – a questo punto – il lettore trovi l’atteggiamento giusto per apprezzare e far proprio quanto si andrà dicendo. Non si aspetti l’annuncio di cose strampalate o di chissà quali misteri! Giuliana è una mistica che è una teologa seria e una sapiente maestra di vita spirituale. Chi la legge e la frequenta sa che da essa può ricavare saggezza, conforto e tranquillità immergendosi in quella fonte d’amore che è Gesù Crocifisso.[1]

[1] I riferimenti al testo di Giuliana si riferiscono alla nuova edizione del Libro delle rivelazioni (titolo precedente), diventato ora, usando le parole della stessa mistica, Una rivelazione dell’amore (Àncora, Milano 2015). Le citazioni sono fatte indicando il numero del capitolo seguito dal numero della pagina. Chi possiede la vecchia edizione non faticherà a ritrovarsi, se pur con leggere mutazioni, cercando nel capitolo indicato. So di fare un’operazione inedita, ma ho voluto provare a costruire un cammino della croce che si tenesse a uguale distanza da un accento troppo unilaterale sul dolore così come da una teologia che rischia le nuvole. Sono convinto che Giuliana riesca a tenere una salutare via media.

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Originale: Settimana News

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