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Tramandare la fede: il cattolicesimo si afferra, non si insegna

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I bambini imparano da una “fede vivente” fatta di canzoni, immagini e tradizioni tramandate

Christos Anesti ek nekron, thanato thanaton patisas, kai tis en tis mnimasi zoin harisamenos”, cantavano i miei nipoti all’unisono mentre li guardavo felicemente con un sorpreso silenzio.

“Cristo è resuscitato dalla morte, calpestando la morte con la morte e garantendo la vita a coloro che erano nelle tombe”, inneggiavano i ragazzi in un perfetto greco pronunciando l’antico canto pasquale che mio genero, Dave, aveva insegnato loro. Gabriel, cinque anni, guardava estasiato mentre Henry, due anni, danzava per la stanza schiaffeggiandosi le anche e alzando le mani al momento giusto per creare un effetto solenne. Persino Francis, che aveva appena compiuto un anno, seguiva il ritmo.

“Il cattolicesimo si afferra, non si insegna”, pensavo mentre osservavo i bambini cantare, ricordandomi il famigliare adagio della teologia cattolica che avevo menzionato tante volte ai miei studenti: “Non mettiamo a sedere un neonato di una settimana per dirgli tutto quello che deve sapere sulla fede cattolica”, spiegavo ripetutamente nell’insegnare come le verità della nostra fede sono passate intatte da una generazione all’altra. Al contrario, iniziamo con canzoni, immagini e benedizioni semplici. Portiamo i bimbi a Messa, indichiamo le statue e le vetrate colorate, ci inginocchiamo e accendiamo dei ceri per le persone che amiamo. Leggiamo le storie della Bibbia, sussurriamo al buio delle preghiere quando gli incubi invadono la notte e cantiamo – in greco, se ci va – i misteri profondi della nostra fede, impariamo dall’iPhone mentre viaggiamo con il furgone. Noi viviamo la fede, ed è così che i nostri figli la afferrano. Ed è anche il modo in cui noi, a turno, la afferriamo nuovamente da loro.

Il cattolicesimo è stato “afferrato” per duemila anni esattamente allo stesso modo; ovvero attraverso i comportamenti di una chiesa vivente che porge la sua fede vivente con pratiche consolidate che sono cresciute organicamente e culturalmente nel corso della storia. Chiamiamo queste pratiche “tradizioni” e hanno lo scopo di incorporare ed esprimere la Sacra Tradizione, che è la Verità che Gesù depositò nella Chiesa attraverso la Sua vita, la morte e la resurrezione, e attraverso le relazioni e le istituzioni da lui stabilite.

Il concetto di fede viva viene dai nostri antenati giudei ed è stata successivamente abbracciata e “battezzata” dalla Chiesa cattolica:

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6:4-9). In altre parole, dobbiamo permettere che la nostra fede in Dio possa permeare tutto quello che pensiamo, diciamo e facciamo.


LEGGI ANCHE: I 7 sacramenti spiegati a un bambino (senza annoiarlo)


Vuol dire che dobbiamo inginocchiarci ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette o che dobbiamo fuggire dalla nostra condizione umane e da tutte le fragilità che l’accompagnano? No. Vuol dire, tuttavia, che invitiamo Dio in tutte le cose, che ci ricordiamo che lui è con noi sempre e che viviamo con consapevolezza che il fatto che la presenza di Dio rende noi e le nostre vite santi.

Parte della crisi che stiamo affrontando nella nostra cultura cristiana è il risultato diretto della dicotomia che esiste tra fede e vita, dovuta in gran parte all’influenza del mondo moderno che categorizza e iper-specializza ogni aspetto della vita. Le nostre vite sono diventate decisamente divise in funzioni misurabili e categorie, riducendo così l’espressione della fede cristiana a una meccanica visita domenicale. Ma non dovrebbe essere così. I nostri padri ci ricordano che la “dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo*”. Ci hanno anche insegnato che dovrebbe esistere armonia tra la nostra fede in Cristo e tutte le nostre attività terrene.

Lunedì sera ho provato quell’armonia nella voce dei bambini, mentre cantavano “Cristo è risorto dalla morte” durante una vacanza in famiglia. E in effetti stavano afferrando la fede. E la stavano rilanciando verso di noi.

*Paragrafo 43 della Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo, Concilio Vaticano II.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog Catholicmom.com.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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I bambini imparano da una “fede vivente” fatta di canzoni, immagini e tradizioni tramandate

Christos Anesti ek nekron, thanato thanaton patisas, kai tis en tis mnimasi zoin harisamenos”, cantavano i miei nipoti all’unisono mentre li guardavo felicemente con un sorpreso silenzio.

“Cristo è resuscitato dalla morte, calpestando la morte con la morte e garantendo la vita a coloro che erano nelle tombe”, inneggiavano i ragazzi in un perfetto greco pronunciando l’antico canto pasquale che mio genero, Dave, aveva insegnato loro. Gabriel, cinque anni, guardava estasiato mentre Henry, due anni, danzava per la stanza schiaffeggiandosi le anche e alzando le mani al momento giusto per creare un effetto solenne. Persino Francis, che aveva appena compiuto un anno, seguiva il ritmo.

“Il cattolicesimo si afferra, non si insegna”, pensavo mentre osservavo i bambini cantare, ricordandomi il famigliare adagio della teologia cattolica che avevo menzionato tante volte ai miei studenti: “Non mettiamo a sedere un neonato di una settimana per dirgli tutto quello che deve sapere sulla fede cattolica”, spiegavo ripetutamente nell’insegnare come le verità della nostra fede sono passate intatte da una generazione all’altra. Al contrario, iniziamo con canzoni, immagini e benedizioni semplici. Portiamo i bimbi a Messa, indichiamo le statue e le vetrate colorate, ci inginocchiamo e accendiamo dei ceri per le persone che amiamo. Leggiamo le storie della Bibbia, sussurriamo al buio delle preghiere quando gli incubi invadono la notte e cantiamo – in greco, se ci va – i misteri profondi della nostra fede, impariamo dall’iPhone mentre viaggiamo con il furgone. Noi viviamo la fede, ed è così che i nostri figli la afferrano. Ed è anche il modo in cui noi, a turno, la afferriamo nuovamente da loro.

Il cattolicesimo è stato “afferrato” per duemila anni esattamente allo stesso modo; ovvero attraverso i comportamenti di una chiesa vivente che porge la sua fede vivente con pratiche consolidate che sono cresciute organicamente e culturalmente nel corso della storia. Chiamiamo queste pratiche “tradizioni” e hanno lo scopo di incorporare ed esprimere la Sacra Tradizione, che è la Verità che Gesù depositò nella Chiesa attraverso la Sua vita, la morte e la resurrezione, e attraverso le relazioni e le istituzioni da lui stabilite.

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Il concetto di fede viva viene dai nostri antenati giudei ed è stata successivamente abbracciata e “battezzata” dalla Chiesa cattolica:

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6:4-9). In altre parole, dobbiamo permettere che la nostra fede in Dio possa permeare tutto quello che pensiamo, diciamo e facciamo.


LEGGI ANCHE: I 7 sacramenti spiegati a un bambino (senza annoiarlo)


Vuol dire che dobbiamo inginocchiarci ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette o che dobbiamo fuggire dalla nostra condizione umane e da tutte le fragilità che l’accompagnano? No. Vuol dire, tuttavia, che invitiamo Dio in tutte le cose, che ci ricordiamo che lui è con noi sempre e che viviamo con consapevolezza che il fatto che la presenza di Dio rende noi e le nostre vite santi.

Parte della crisi che stiamo affrontando nella nostra cultura cristiana è il risultato diretto della dicotomia che esiste tra fede e vita, dovuta in gran parte all’influenza del mondo moderno che categorizza e iper-specializza ogni aspetto della vita. Le nostre vite sono diventate decisamente divise in funzioni misurabili e categorie, riducendo così l’espressione della fede cristiana a una meccanica visita domenicale. Ma non dovrebbe essere così. I nostri padri ci ricordano che la “dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo*”. Ci hanno anche insegnato che dovrebbe esistere armonia tra la nostra fede in Cristo e tutte le nostre attività terrene.

Lunedì sera ho provato quell’armonia nella voce dei bambini, mentre cantavano “Cristo è risorto dalla morte” durante una vacanza in famiglia. E in effetti stavano afferrando la fede. E la stavano rilanciando verso di noi.

*Paragrafo 43 della Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo, Concilio Vaticano II.

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