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Teologia in Italia: problemi pratici

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di: Giuseppe Guglielmi

Sono grato a SettimanaNews sempre attenta a fornire informazioni su quanto succede nel mondo ecclesiale non solo italiano ma anche d’oltralpe.

Da alcuni articoli apprendo ad esempio del fenomeno dei cristiani che in Germania abbandonano la Chiesa cattolica o protestante a seguito di vari motivi, tra cui il rifiuto di continuare a versare le tasse alla Chiesa. In effetti, le Kirchensteuer (tasse sulla Chiesa) rappresentano una vicenda complessa, perché se, da un lato, apportano innumerevoli vantaggi al sistema ecclesiale, dall’altro, sollevano inevitabili problemi. In un altro articolo, vengo anche a conoscenza del progetto (sempre in ambito tedesco) di unificazione del percorso dei futuri presbiteri (seminaristi) in alcune case di formazione (seminari). Anche qui, pro e contro si alternano.

Di solito, dopo queste letture ritorno con la mente a casa nostra, facendo alcuni paragoni e interrogandomi sul futuro di alcune nostre istituzioni. In particolare le mie domande si concentrano sulla situazione della teologia in Italia. Confesso che un certo sconforto mi assale. Vorrei soltanto citare due questioni su cui nei mesi scorsi, sempre su SettimanaNews, si sono già soffermati alcuni colleghi teologi.

Una teologia esclusivamente ecclesiastica

Partirei da una situazione di fatto: ovvero dall’assenza della teologia italiana dai luoghi del sapere universitario e quindi del suo unico radicamento (e trinceramento) nell’ambito ecclesiastico.

Su questo punto constato l’eccezionalità del caso italiano rispetto a molti stati europei. Non mi riferisco solo al mondo tedesco, dove una diversa tradizione culturale ha sempre fatto sì che la teologia costituisse uno tra gli ambiti del sapere pubblico; ma penso anche al mondo francofono, ispanico o ad alcuni paesi dell’Europa dell’est. Anche qui, come in casa nostra, gli effetti della rivoluzione francese hanno portato all’espulsione della teologia dall’università di stato (aggiungo solo che in Italia una tale decisione non colse impreparate o preoccupate le gerarchie cattoliche.

Queste già da tempo guardavano con sospetto l’università e avevano perciò aperto delle proprie scuole teologiche). A differenza però di casa nostra, in questi paesi la teologia (intesa come specifico corso di laurea) è perlomeno presente nelle università cattoliche.

La nostra teologia conosce invece come unico luogo di produzione del suo sapere quello ecclesiastico. Ora, tra le numerose conseguenze di tale collocazione, voglio solo citarne una: l’assenza di una teologia che coltivi una dimensione “pubblica” (cf. l’articolo su Settimana News di M. Nardello del 23 giugno 2019).

La nostra teologia nasce e si elabora quasi esclusivamente intra moenia, con la conseguenza che si rivolge principalmente a coloro che fanno parte dei nostri recinti, in primis i candidati al sacerdozio (seminaristi e religiosi), seguiti da un numero inferiore di giovani laici che intendono conseguire il titolo per l’insegnamento della religione cattolica e di un ancor più inferiore numero di coloro che intendono approfondire la propria fede attraverso lo studio della teologia.

Senza voler sminuire la funzione ecclesiale della teologia, e senza sottacere il fatto che a qualunque luogo appartenga (stato e/o Chiesa), la teologia obbedisce ai rapporti di forza che in ogni caso la sostanziano, mi chiedo però quali stimoli – in primo luogo a livello di ricerca e di metodi – possa mai ricevere una teologia costituita entro le sole mura ecclesiastiche. Una teologia che non abita altri luoghi del sapere, è inevitabilmente portata a non avvertire il “fiato sul collo” di altre istanze di pensiero, e questo perché, già a livello di semplici spazi, non si trova a coabitare nei medesimi luoghi dove sono presenti altri corsi di laurea.

Il che significa anche che gli stessi teologi non sono concretamente a contatto con altri colleghi di altre discipline. Il confronto resta perciò solo quello (senza dubbio imprescindibile) maturato sui libri o semmai in alcune occasioni di studio.

Non so come sarà possibile recuperare terreno su questo punto. D’altra parte, non so nemmeno quanti studenti potrebbero mai iscriversi ad una facoltà di teologia, dato che gli sbocchi lavorativi sono quasi esclusivamente legati all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di primo e secondo grado.

Tuttavia, considerando proprio questo dato, mi chiedo se in un nuovo accordo/concordato Stato-Chiesa, non fosse auspicabile l’istituzione di corsi di laurea in “scienze religiose e teologia” all’interno dei dipartimenti di studi umanistici dell’università. Certo, si potrebbe obiettare che in tal modo la teologia fatta nelle facoltà ecclesiastiche tornerebbe ad essere ad esclusivo uso dei seminari, ma francamente non credo che l’attuale ibridazione abbia dettato una reale svolta.

Theologia non dat panem

Un’altra nota dolente è rappresentata dalla mancanza di fondi che da sempre rende precario l’impegno teologico. Questa situazione affligge tutti i docenti delle facoltà teologiche: laici e sacerdoti. È risaputo che i laici che insegnano nelle facoltà teologiche italiane costituiscono solo un piccolo numero. Tra questi soltanto alcuni sono di fatto assunti dalle medesime istituzioni accademiche con uno stipendio che gli consente di vivere di questo lavoro; la maggior parte di essi deve invece lavorare su due fronti. In molti casi, alla docenza teologica si accompagna l’insegnamento nelle scuole medie o superiori.

La situazione non è rosea nemmeno per la maggior parte del corpo docente, che è costituito da sacerdoti. Questi vengono generalmente retribuiti tramite il sistema del sostentamento clero. Si tratta di una remunerazione che tuttavia non consente ai sacerdoti teologi di disporre di una sicurezza economica che permetta loro di impegnarsi a tempo pieno, magari con l’opportunità di viaggi di studio o di quant’altro possa favorire una seria ricerca. Da qui scaturisce un non sempre chiaro supporto motivazionale, con il conseguente rischio che l’impegno accademico può semplicemente diventare un’occasione per coltivare altre aspirazioni e carriere ecclesiastiche.

A proposito poi della ricerca, ho l’impressione che la produzione teologica non sempre si coniughi con una profonda ricerca scientifica. Non vorrei sembrare saccente (ed eventualmente me ne scuso in anticipo), ma, come dico un po’ scherzosamente, “fare ricerca” non significa “fare carta”. Produrre testi (libri, contributi, articoli) dovrebbe significare mettere nero su bianco quanto elaborato nel proprio percorso di studio maturato negli anni, ovvero intorno a problematiche su cui un autore più volte si è interrogato e di cui conosce perciò le problematicità e le complessità.

Non si tratta di fare sporadiche incursioni in ambiti presto abbandonati per volgersi altrove, o comunque di produrre scritti sovente dettati da eventi celebrativi e/o supportati da eventuali contributi economici che si è riusciti ad ottenere. Il rischio è altrimenti di pubblicare lavori generici, con scarso senso dell’erudizione e della ricerca storiografica o legati più semplicemente al genere manualistico.

Anche su questo secondo punto non so se sarà possibile invertire la rotta. Certo, si potrebbe partire da un maggiore investimento sui docenti stabili delle facoltà teologiche, con una conseguente riduzione di docenti invitati. I primi costituiscono di fatto la spina dorsale di un’istituzione accademica, mentre nel secondo caso si tratta di collaborazioni di certo proficue ma che, se estese eccessivamente, comportano un dispendio delle già scarse risorse economiche.

Chi è il teologo?

Sono consapevole che queste due questioni sollevate non costituiscono le uniche problematiche relative al futuro della teologia in Italia. Ma ho voluto concentrare queste mie idee sul terreno della concretezza. Per non dare però l’impressione di essere stato eccessivamente riduttivo concludo questa rapida riflessione con un ultimo (ma forse potrebbe essere il primo) punto.

Bisognerebbe riflettere, soprattutto a livello ecclesiale, sul profilo del teologo, ovvero sulla sua vocazione/professione (non a caso in tedesco si usa lo stesso termine Beruf). Da questa discussione (e naturalmente se dovesse prendere una certa piega) occorrerebbe poi procedere con il chiedersi se il teologo debba continuare a smarcarsi tra vari impegni (cf. l’articolo su SettimanaNews di M. Neri del 12 dicembre 2017) oppure se – pur non abdicando ad altre collaborazioni fruttuose per il suo stesso impegno teologico (si veda, ad esempio, la collaborazione in ambito pastorale, formativo ecc.) – debba concentrare i suoi sforzi, oltre che nella docenza, soprattutto nello studio e nella ricerca, aiutando così la comunità cristiana a lasciarsi provocare dalle istanze della nostra cultura, definitivamente segnata da un pluralismo che spinge gli stessi credenti a vivere nell’unità della fede ma non nell’uniformità del pensiero.

Giuseppe Guglielmi, presbitero, è docente di Antropologia teologica presso la Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi (Napoli).

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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di: Giuseppe Guglielmi

Sono grato a SettimanaNews sempre attenta a fornire informazioni su quanto succede nel mondo ecclesiale non solo italiano ma anche d’oltralpe.

Da alcuni articoli apprendo ad esempio del fenomeno dei cristiani che in Germania abbandonano la Chiesa cattolica o protestante a seguito di vari motivi, tra cui il rifiuto di continuare a versare le tasse alla Chiesa. In effetti, le Kirchensteuer (tasse sulla Chiesa) rappresentano una vicenda complessa, perché se, da un lato, apportano innumerevoli vantaggi al sistema ecclesiale, dall’altro, sollevano inevitabili problemi. In un altro articolo, vengo anche a conoscenza del progetto (sempre in ambito tedesco) di unificazione del percorso dei futuri presbiteri (seminaristi) in alcune case di formazione (seminari). Anche qui, pro e contro si alternano.

Di solito, dopo queste letture ritorno con la mente a casa nostra, facendo alcuni paragoni e interrogandomi sul futuro di alcune nostre istituzioni. In particolare le mie domande si concentrano sulla situazione della teologia in Italia. Confesso che un certo sconforto mi assale. Vorrei soltanto citare due questioni su cui nei mesi scorsi, sempre su SettimanaNews, si sono già soffermati alcuni colleghi teologi.

Una teologia esclusivamente ecclesiastica

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Partirei da una situazione di fatto: ovvero dall’assenza della teologia italiana dai luoghi del sapere universitario e quindi del suo unico radicamento (e trinceramento) nell’ambito ecclesiastico.

Su questo punto constato l’eccezionalità del caso italiano rispetto a molti stati europei. Non mi riferisco solo al mondo tedesco, dove una diversa tradizione culturale ha sempre fatto sì che la teologia costituisse uno tra gli ambiti del sapere pubblico; ma penso anche al mondo francofono, ispanico o ad alcuni paesi dell’Europa dell’est. Anche qui, come in casa nostra, gli effetti della rivoluzione francese hanno portato all’espulsione della teologia dall’università di stato (aggiungo solo che in Italia una tale decisione non colse impreparate o preoccupate le gerarchie cattoliche.

Queste già da tempo guardavano con sospetto l’università e avevano perciò aperto delle proprie scuole teologiche). A differenza però di casa nostra, in questi paesi la teologia (intesa come specifico corso di laurea) è perlomeno presente nelle università cattoliche.

La nostra teologia conosce invece come unico luogo di produzione del suo sapere quello ecclesiastico. Ora, tra le numerose conseguenze di tale collocazione, voglio solo citarne una: l’assenza di una teologia che coltivi una dimensione “pubblica” (cf. l’articolo su Settimana News di M. Nardello del 23 giugno 2019).

La nostra teologia nasce e si elabora quasi esclusivamente intra moenia, con la conseguenza che si rivolge principalmente a coloro che fanno parte dei nostri recinti, in primis i candidati al sacerdozio (seminaristi e religiosi), seguiti da un numero inferiore di giovani laici che intendono conseguire il titolo per l’insegnamento della religione cattolica e di un ancor più inferiore numero di coloro che intendono approfondire la propria fede attraverso lo studio della teologia.

Senza voler sminuire la funzione ecclesiale della teologia, e senza sottacere il fatto che a qualunque luogo appartenga (stato e/o Chiesa), la teologia obbedisce ai rapporti di forza che in ogni caso la sostanziano, mi chiedo però quali stimoli – in primo luogo a livello di ricerca e di metodi – possa mai ricevere una teologia costituita entro le sole mura ecclesiastiche. Una teologia che non abita altri luoghi del sapere, è inevitabilmente portata a non avvertire il “fiato sul collo” di altre istanze di pensiero, e questo perché, già a livello di semplici spazi, non si trova a coabitare nei medesimi luoghi dove sono presenti altri corsi di laurea.

Il che significa anche che gli stessi teologi non sono concretamente a contatto con altri colleghi di altre discipline. Il confronto resta perciò solo quello (senza dubbio imprescindibile) maturato sui libri o semmai in alcune occasioni di studio.

Non so come sarà possibile recuperare terreno su questo punto. D’altra parte, non so nemmeno quanti studenti potrebbero mai iscriversi ad una facoltà di teologia, dato che gli sbocchi lavorativi sono quasi esclusivamente legati all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di primo e secondo grado.

Tuttavia, considerando proprio questo dato, mi chiedo se in un nuovo accordo/concordato Stato-Chiesa, non fosse auspicabile l’istituzione di corsi di laurea in “scienze religiose e teologia” all’interno dei dipartimenti di studi umanistici dell’università. Certo, si potrebbe obiettare che in tal modo la teologia fatta nelle facoltà ecclesiastiche tornerebbe ad essere ad esclusivo uso dei seminari, ma francamente non credo che l’attuale ibridazione abbia dettato una reale svolta.

Theologia non dat panem

Un’altra nota dolente è rappresentata dalla mancanza di fondi che da sempre rende precario l’impegno teologico. Questa situazione affligge tutti i docenti delle facoltà teologiche: laici e sacerdoti. È risaputo che i laici che insegnano nelle facoltà teologiche italiane costituiscono solo un piccolo numero. Tra questi soltanto alcuni sono di fatto assunti dalle medesime istituzioni accademiche con uno stipendio che gli consente di vivere di questo lavoro; la maggior parte di essi deve invece lavorare su due fronti. In molti casi, alla docenza teologica si accompagna l’insegnamento nelle scuole medie o superiori.

La situazione non è rosea nemmeno per la maggior parte del corpo docente, che è costituito da sacerdoti. Questi vengono generalmente retribuiti tramite il sistema del sostentamento clero. Si tratta di una remunerazione che tuttavia non consente ai sacerdoti teologi di disporre di una sicurezza economica che permetta loro di impegnarsi a tempo pieno, magari con l’opportunità di viaggi di studio o di quant’altro possa favorire una seria ricerca. Da qui scaturisce un non sempre chiaro supporto motivazionale, con il conseguente rischio che l’impegno accademico può semplicemente diventare un’occasione per coltivare altre aspirazioni e carriere ecclesiastiche.

A proposito poi della ricerca, ho l’impressione che la produzione teologica non sempre si coniughi con una profonda ricerca scientifica. Non vorrei sembrare saccente (ed eventualmente me ne scuso in anticipo), ma, come dico un po’ scherzosamente, “fare ricerca” non significa “fare carta”. Produrre testi (libri, contributi, articoli) dovrebbe significare mettere nero su bianco quanto elaborato nel proprio percorso di studio maturato negli anni, ovvero intorno a problematiche su cui un autore più volte si è interrogato e di cui conosce perciò le problematicità e le complessità.

Non si tratta di fare sporadiche incursioni in ambiti presto abbandonati per volgersi altrove, o comunque di produrre scritti sovente dettati da eventi celebrativi e/o supportati da eventuali contributi economici che si è riusciti ad ottenere. Il rischio è altrimenti di pubblicare lavori generici, con scarso senso dell’erudizione e della ricerca storiografica o legati più semplicemente al genere manualistico.

Anche su questo secondo punto non so se sarà possibile invertire la rotta. Certo, si potrebbe partire da un maggiore investimento sui docenti stabili delle facoltà teologiche, con una conseguente riduzione di docenti invitati. I primi costituiscono di fatto la spina dorsale di un’istituzione accademica, mentre nel secondo caso si tratta di collaborazioni di certo proficue ma che, se estese eccessivamente, comportano un dispendio delle già scarse risorse economiche.

Chi è il teologo?

Sono consapevole che queste due questioni sollevate non costituiscono le uniche problematiche relative al futuro della teologia in Italia. Ma ho voluto concentrare queste mie idee sul terreno della concretezza. Per non dare però l’impressione di essere stato eccessivamente riduttivo concludo questa rapida riflessione con un ultimo (ma forse potrebbe essere il primo) punto.

Bisognerebbe riflettere, soprattutto a livello ecclesiale, sul profilo del teologo, ovvero sulla sua vocazione/professione (non a caso in tedesco si usa lo stesso termine Beruf). Da questa discussione (e naturalmente se dovesse prendere una certa piega) occorrerebbe poi procedere con il chiedersi se il teologo debba continuare a smarcarsi tra vari impegni (cf. l’articolo su SettimanaNews di M. Neri del 12 dicembre 2017) oppure se – pur non abdicando ad altre collaborazioni fruttuose per il suo stesso impegno teologico (si veda, ad esempio, la collaborazione in ambito pastorale, formativo ecc.) – debba concentrare i suoi sforzi, oltre che nella docenza, soprattutto nello studio e nella ricerca, aiutando così la comunità cristiana a lasciarsi provocare dalle istanze della nostra cultura, definitivamente segnata da un pluralismo che spinge gli stessi credenti a vivere nell’unità della fede ma non nell’uniformità del pensiero.

Giuseppe Guglielmi, presbitero, è docente di Antropologia teologica presso la Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi (Napoli).

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