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Teilhard: Il senso dell’evoluzione e l’azione umana

Libri

- Advertisement -
di: Pier Giuseppe Passero

Dai fossili sedimentati e nascosti nella profondità delle ere geologiche al raggio di una teologia che dal futuro e dall’alto illumina l’avanzare evolutivo della storia umana: sono queste le due polarità che insieme costituiscono la cornice e lo sfondo, ma anche i pennelli e i colori grazie ai quali a poco a poco, scorrendo gli scritti di Teilhard de Chardin, appare il delinearsi di un maestoso affresco. La constatazione si fa ancora più calzante per La Vision du passé, testo ritradotto e pubblicato presso la Jaca Book.

L’autore, scienziato non meno che pensatore, credente e teologo non meno che poeta con sorprendenti slanci mistici, scandisce riflessioni profonde e innovative, in un costante confronto tra radicamento nella conoscenza scientifica e ancoraggio a un’esperienza di fede cristiana vissuta su ampiezze senza confini.

Sebbene questa fede sia più palese in altri scritti che non nel testo in esame, La visione del passato non contiene pagina in cui non si avverta il pathos verso una meta ultima – «Punto Omega», in versione filosofica, e «Cristo cosmico» o «Cristo universale», nell’esperienza cristiana –, anche quando la mente del ricercatore sosta su dati paleontologici per offrirne l’interpretazione.

Con estrema lucidità e capacità argomentativa, lo scienziato che indaga non si blocca sui risultati di una scienza intesa come analisi, ma riflette come uomo e sente come credente. Una prospettiva che lo porta ad aprire la scienza sperimentale su nuovi orizzonti, perché a costituire l’obiettivo di una vera scienza non può essere la scomposizione di una qualsiasi totalità negli elementi che la compongono fino a ritrovarne soltanto l’estrema polverizzazione. L’autentico sapere consiste piuttosto nel seguire passo dopo passo la sintesi che evolutivamente si è operata nella natura, restituendo il «fenomeno universo» nella triplice infinità dell’immensamente piccolo, dell’immensamente grande e dell’immensamente complesso, con al vertice il «fenomeno umano», caratterizzato dalla comparsa della coscienza: la noogenesi.

L’universo che si riflette su se stesso, con l’uomo diventa consapevole di sé. Un punto di canalizzazione di tutte le energie positive che, in forza del fenomeno evolutivo quale fenomeno di «convergenza», rovesciano il principio di entropia, verso il quale i fisici propendono a far fluire l’universo. Così l’uomo può mettersi al comando dell’evoluzione, dirigendo la prora dell’universo in cammino verso il suo probabile senso.

Qui Teilhard deborda dalla scienza come oggi viene correntemente intesa, ma il suo pensiero filosofante, e più ancora teologante, non cessa mai di trarre umilmente sostanza dagli insegnamenti della scienza.

Penetrare il passato, scoprirne i recessi significa trovare una chiave di lettura per comprendere il presente e soprattutto le eventuali direzioni dell’avvenire. Ne consegue che la scienza illumina la speranza, mentre la speranza viene a fungere da forza propulsiva che intensifica la dedizione alla scienza, fino a trasformarla in un impegno etico che chiama a proseguire la stessa linea evolutiva per il cui merito la consapevolezza (complessità-riflessione-coscienza) è comparsa sullo scenario dell’universo.

La visione del passato è un testo il cui sviluppo si ritma lasciando trasparire una fede gradualmente sempre «più chiara e più cosciente del valore supremo dell’evoluzione», da un lato per contrastare chi ancora la denigra, dall’altro per suscitare dall’interno e in continuità con essa il senso e il gusto dell’azione umana. «Evoluzione»: maestà di una corrente che, mediante un procedere in avanti, trascina altresì in alto verso un Termine superiore unificante, a sua volta inteso come «causa finale» che nella moltitudine degli elementi rende possibile l’ominizzazione. E trionfo della passione del «tutto» sulle più elementari forme di affermazione dell’ego, ovvero l’effetto di «qualche pressione divina emanata da un Assoluto, sotto la doppia forma di una necessità e di una attrattiva».

L’antico problema filosofico-metafisico del rapporto tra l’uno e il molteplice si ripropone così in veste rinnovata, ma sul fondamento di una visione scientifica si evince che la distribuzione gerarchica dei vari livelli della realtà non procede dall’uno al molteplice e dall’alto verso il basso, bensì dal basso verso l’alto, dall’elementare verso il complesso, dalla moltitudine all’unità, e per di più che ogni discontinuità è il risultato di un’inderogabile continuità. Un ottimo spunto di riflessione, per filosofi e scienziati; una stupenda realtà per il credente che, chino al lavoro sull’orizzonte del mondo, alza lo sguardo e ne scorge la meta.

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L’autore, scienziato non meno che pensatore, credente e teologo non meno che poeta con sorprendenti slanci mistici, scandisce riflessioni profonde e innovative, in un costante confronto tra radicamento nella conoscenza scientifica e ancoraggio a un’esperienza di fede cristiana vissuta su ampiezze senza confini.

Sebbene questa fede sia più palese in altri scritti che non nel testo in esame, La visione del passato non contiene pagina in cui non si avverta il pathos verso una meta ultima – «Punto Omega», in versione filosofica, e «Cristo cosmico» o «Cristo universale», nell’esperienza cristiana –, anche quando la mente del ricercatore sosta su dati paleontologici per offrirne l’interpretazione.

Con estrema lucidità e capacità argomentativa, lo scienziato che indaga non si blocca sui risultati di una scienza intesa come analisi, ma riflette come uomo e sente come credente. Una prospettiva che lo porta ad aprire la scienza sperimentale su nuovi orizzonti, perché a costituire l’obiettivo di una vera scienza non può essere la scomposizione di una qualsiasi totalità negli elementi che la compongono fino a ritrovarne soltanto l’estrema polverizzazione. L’autentico sapere consiste piuttosto nel seguire passo dopo passo la sintesi che evolutivamente si è operata nella natura, restituendo il «fenomeno universo» nella triplice infinità dell’immensamente piccolo, dell’immensamente grande e dell’immensamente complesso, con al vertice il «fenomeno umano», caratterizzato dalla comparsa della coscienza: la noogenesi.

L’universo che si riflette su se stesso, con l’uomo diventa consapevole di sé. Un punto di canalizzazione di tutte le energie positive che, in forza del fenomeno evolutivo quale fenomeno di «convergenza», rovesciano il principio di entropia, verso il quale i fisici propendono a far fluire l’universo. Così l’uomo può mettersi al comando dell’evoluzione, dirigendo la prora dell’universo in cammino verso il suo probabile senso.

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Penetrare il passato, scoprirne i recessi significa trovare una chiave di lettura per comprendere il presente e soprattutto le eventuali direzioni dell’avvenire. Ne consegue che la scienza illumina la speranza, mentre la speranza viene a fungere da forza propulsiva che intensifica la dedizione alla scienza, fino a trasformarla in un impegno etico che chiama a proseguire la stessa linea evolutiva per il cui merito la consapevolezza (complessità-riflessione-coscienza) è comparsa sullo scenario dell’universo.

La visione del passato è un testo il cui sviluppo si ritma lasciando trasparire una fede gradualmente sempre «più chiara e più cosciente del valore supremo dell’evoluzione», da un lato per contrastare chi ancora la denigra, dall’altro per suscitare dall’interno e in continuità con essa il senso e il gusto dell’azione umana. «Evoluzione»: maestà di una corrente che, mediante un procedere in avanti, trascina altresì in alto verso un Termine superiore unificante, a sua volta inteso come «causa finale» che nella moltitudine degli elementi rende possibile l’ominizzazione. E trionfo della passione del «tutto» sulle più elementari forme di affermazione dell’ego, ovvero l’effetto di «qualche pressione divina emanata da un Assoluto, sotto la doppia forma di una necessità e di una attrattiva».

L’antico problema filosofico-metafisico del rapporto tra l’uno e il molteplice si ripropone così in veste rinnovata, ma sul fondamento di una visione scientifica si evince che la distribuzione gerarchica dei vari livelli della realtà non procede dall’uno al molteplice e dall’alto verso il basso, bensì dal basso verso l’alto, dall’elementare verso il complesso, dalla moltitudine all’unità, e per di più che ogni discontinuità è il risultato di un’inderogabile continuità. Un ottimo spunto di riflessione, per filosofi e scienziati; una stupenda realtà per il credente che, chino al lavoro sull’orizzonte del mondo, alza lo sguardo e ne scorge la meta.

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