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Ven, 17 Settembre 2021

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Sulla Trinità

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di: Giordano Cavallari (a cura)

Antonietta Potente, religiosa domenicana, è teologa, docente e scrittrice. Ha rilasciato la seguente intervista nell’itinerario di presentazione del suo ultimo lavoro: Scrutare il Mistero. Riflettendo sulla Trinità (Paoline editoriale libri).

  • Antonietta, nella introduzione del tuo ultimo libro anticipi ai lettori le sue caratteristiche: quali?

Questo mio libro segue un movimento di tipo circolare, quello del ritorno: prende dei temi poi li lascia e quindi li riprende in altro contesto. È questo un po’ il mio modo di pensare e di scrivere – sempre – ma in questo libro a maggior ragione, perché la circolarità – il girare attorno lentamente al mistero – forse meglio consente di scrutare attentamente e quindi di dire qualcosa della Trinità, di cui in fondo si possono dire pochissime parole.

Si può solo tentare – continuamente attratti – il ritorno ove non si può entrare.  Mentre la teologia – specie occidentale – per tanti secoli ha osato entrare direttamente. E forse ancora oggi continua a fare così. La pretesa di svelare il mistero ha portato a sminuzzare tutto. Mi sembra invece importante lasciar circolare liberamente il movimento – anche della teologia – attorno al grande mistero.

Questo libro – di piccole dimensioni – non è affatto un trattato: è da lasciare aperto per coinvolgere nel movimento della circolarità il pensiero di altre e di altri. Quando ho chiuso il libro mi stavano già venendo in mente altre cose. A volte penso: questo potrebbe essere il libro “Trinità uno”, ma poi potrebbe darsi un libro “Trinità due” e persino un “Trinità tre”. Con lo stesso modo di procedere, di per sé, inesauribile, si può continuare a scrivere.

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Guardando a Oriente

  • Leggendo sembra di capire che il tuo modo di pensare e percepire la Trinità sia più di casa in Oriente che in Occidente: è così?

Io penso che davvero il cuore del mistero sia rimasto in Oriente, quantomeno nel metodo della teologia orientale. La metodologia orientale è meno filosofica e più esperienziale. Ad esempio, Pavel Florenskij – uno degli autori che cito nel libro e che è stato pure un grande filosofo – non si è lasciato affatto prendere la mano dalla filosofia sistematica nella sua lettura del mistero trinitario.

Ma a parte Florenskij, tutta la tradizione orientale ci insegna una metodologia differente che parte, prima di tutto, dall’esperienza personale del mistero. Anche la “definizione” dei dogmi è partita e dovrebbe partire dall’esperienza, un’esperienza del divino che possiamo definire prima di tutto mistica. Perciò nel libro non cito solo Florenskij ma, ad esempio, anche Meister Eckhart e la tradizione mistica tedesca.

Il punto di approccio – nel fare teologia – è di fondamentale importanza. Per me non si può mai prescindere dalla esperienza umana personale e dal contesto in cui tale esperienza accade: i due aspetti sono sempre in stretta relazione.

L’Oriente è stato maestro in tal senso. Si può dire che l’Oriente prima ha visto – ha avuto la visione – e poi ha scritto di quella visione. Mentre l’Occidente – tendenzialmente – prima ha pensato e poi ha scritto. Sto naturalmente semplificando. Ma viene da sé notare come l’Oriente si sia maggiormente soffermato sulla Trinità, sulla relazione dei Tre, sul movimento, sullo Spirito circolante, così come sul lato “femminile” di Dio. L’Occidente si è soffermato invece maggiormente sulla doppia natura del Figlio.

La perdita del dinamismo trinitario

  • Qual è dunque la tua critica alla teologia occidentale tradizionale della Trinità, alla quale nel libro accenni?

La teologia occidentale, anche riguardo al pensiero trinitario, ha seguito la via “moralista”. Perciò la triade del Padre, del Figlio e dello Spirito è stata rappresentata – anche artisticamente – secondo criteri di fissità e di gerarchia. Nelle rappresentazioni artistiche occidentali della Trinità non esiste circolarità. Mentre la visione propria della Trinità, come detto, è movimento. Nel mentre, le icone orientali non posseggono prospettiva, ma possiedono movimento e così esprimono la profondità della visione.

La lettura occidentale della Trinità risulta invece statica perché dettata appunto dalla preoccupazione di spiegare tutto, di dire tutto, di concludere. Ma se vogliamo ad ogni costo dire tutto e concludere non lasciamo affatto spazio all’esperienza, alle sempre nuove esperienze del mistero.

Ci sono tante ragioni storiche per spiegare la posizione occidentale. Ma certamente oggi – in questo momento storico – non abbiamo bisogno del fissismo che la teologia occidentale ha costruito. Abbiamo bisogno di movimento e di un movimento spontaneo.

  • La concezione trinitaria tradizionale corrisponde pure – secondo te – ad un certo modello di società degli uomini?

Certamente l’immagine che abbiamo mantenuto di Padre, Figlio e Spirito – in disposizione di fatto gerarchica – ha avuto a che fare e ha tuttora a che fare col modello di potere instaurato nelle società. Noi diciamo, ad esempio, che il “Figlio è generato” dal Padre, ma non c’è mai un femminile in questa generazione: è strano, perché se c’è un Padre, nella nostra esperienza, c’è anche una Madre.

Il femminile è stato escluso come se si fosse voluta cancellare – da subito – la possibilità di una interpretazione fondata sul riconoscimento della vita di uomini e di donne, coessenziali, sullo stesso piano, nella realtà.

Certo, con questo diciamo – o la teologia dice – che i Tre non sono uno prima dell’altro, uno più importante dell’altro (perché ovviamente si cadrebbe nei vari tipi di eresia). Ma è pur vero che le immagini elaborate in Occidente restano molto organizzate, molto fredde, a mio avviso segnate dal moralismo che è entrato anche nella dogmatica, specie in un certo periodo storico. Quella dogmatica doveva servire a catechizzare, ma anche, certamente, a rendere le persone obbedienti al grande sistema sociale.

Ma io vedo le cose da teologa della morale, non della dogmatica…

Scritture

  • La Bibbia di per sé non parla espressamente della Trinità. Tu hai scritto che bisogna cogliere dei segni, sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento. Vuoi richiamarne qualcuno? Cominciamo dall’Antico?

Sì, a me sembra che già nelle scritture ebraiche sia possibile rintracciare il filone della ricerca trinitaria, ossia il desiderio di scrutare dentro il mistero di Dio quale Dio. Nei salmi, ad esempio, c’è sempre una intensa attesa di “vedere” il volto di Dio. Il volto è l’espressione più evidente della visione della intimità, della interiorità dell’essere personale.

Questa tensione è facilmente rintracciabile pure nei profeti. Nei libri profetici – pensiamo alle grandi immagini di Isaia o di Ezechiele – si incontrano diverse visioni alle soglie del mistero divino: facilmente diventano visioni di angeli, di cherubini e di serafini, manifestazioni percepibili attraverso gli umani sensi, quali il suono, il vento, il silenzio e altro.

Secondo me, le scritture ebraiche già parlano dunque dell’umana esperienza dell’avvicinamento al mistero divino, per incipiente partecipazione al mistero stesso, per coinvolgimento in un dinamismo che è proprio del divino, di Dio-Trinità.

Nell’Antico Testamento c’è poi, ovviamente, il capitolo 18 del libro della Genesi che “narra” l’apparizione di uno-tre angeli ad Abramo. Nel libro ho scritto di non voler forzare l’interpretazione di questo brano – né in un senso né nell’altro – specie per rispetto delle interpretazioni ebraiche. Non intendo dimostrare nulla, appunto.

Ma analizzando il testo mi sono resa conto dei passaggi velocissimi e ripetuti dal singolare al plurale: a volte gli angeli sono tre, altre volte c’è un solo angelo. Ciò mi sembra un bel segno “trinitario”: la percezione di Dio in originale (non scontato) modo: forse in un certo momento Dio è Uno, forse in un certo momento è “Tre”. Abramo vede “Tre”, perché tre sono i visitatori che lui ospita; per questo motivo la Lettera agli Ebrei può dire: “guardate che ospitando potreste accogliere anche degli angeli”.

Attraverso l’ospitalità dei Tre in Genesi si arriva a ciò che è fondamentale anche per il popolo ebraico, ossia che ospitando la triade plurale che sono gli altri da noi si giunge ad ospitare l’Altro come un Tu singolare. Nel testo invito a notare questi continui movimenti da Uno a Tre e da Tre a Uno: Abramo vede Tre figure, ma poi parla solo con Una di queste, si rivolge ad Uno solo.

Richiamo, al proposito, anche certi trattati rabbinici. Uno di questi dice che forse gli angeli erano tre perché un angelo da solo non può fare tutto per conto di Dio.

Mi sembra dunque che questo modo di scrutare e percepire il mistero divino sia propriamente umano, molto umano. Non facciamo forse anche noi esperienza della Trinità nelle nostre concrete esperienze di relazione? Il mistero divino non si presenta forse a noi in tutta la sua realtà di incarnazione in più persone, diverse, ma, in qualche modo, unite in umanità tra loro?

Quando dunque questa esperienza di pluralità e di diversità viene da noi profondamente interiorizzata, diventa percezione dell’unità, ovvero dell’Uno della divina presenza.

  • Quali segni della Trinità nel Nuovo Testamento?

Nel libro faccio riferimento in particolare al prologo di Giovanni. Il prologo rappresenta per noi cattolici il “trattato” dell’incarnazione. Mentre ha per me innanzi tutto un forte contenuto trinitario. L’ascolto produce l’effetto di un movimento generativo, che è certamente il movimento dell’incarnazione ma, insieme, è il movimento della pura gratuità, della grazia nello Spirito.

Giovanni è l’evangelista più mistico, quello che più ti invita a scrutare il mistero dal di fuori verso il “dentro profondo” del divino, perché lui stesso appare come lo scrittore mistico che si è lasciato prendere e risucchiare dal movimento sin “dentro”, sino a poter “raccontare” come lui ha fatto.

Prendo poi spunto da brani delle Lettere di Giovanni. Anche in quelli, secondo me, c’è quel passaggio o esperienza importantissima “dal di fuori al di dentro” – se così si può dire – che avviene quando c’è partecipazione piena al movimento dell’intero cosmo.

Sono quindi per me fondamentali i riferimenti alle sostanze del sangue e dell’acqua, che sono le sostanze di cui è fatta l’umanità, ma che pure costituiscono le potenzialità stesse dell’intera natura del mondo. In ciò mi sembra risultare ancora più evidente la circolarità del movimento che avvicina alla Trinità, quale movimento del tutto naturale.

Giovanni – o la letteratura giovannea – in questo modo ci aiuta a uscire dall’antropocentrismo rigido in cui si è cacciata tanta parte della teologia tradizionale occidentale, per recuperare una dimensione davvero cosmica – plurale e unitaria al tempo stesso – davvero profonda, più profonda.

Genere

  • Possiamo secondo te parlare della Trinità in termini sia maschili sia femminili?

Il maschile è in tutta la teologia, perché la teologia è stata sostanzialmente scritta solo da uomini: uomini sacerdoti. Questo lascia un’impronta, ad oggi, ancora indelebile in tutti i libri, anche se ormai esiste una riflessione femminile di Dio, come del resto è avvenuto nel medioevo e ancor prima. Quel che noto – però – è che la teologia viaggia ancora su binari fissi. Ciascuno viaggia sul proprio.

Forse c’è oggi più dialogo. Sino al dialogo si arriva. Ma poi si continua a pensare e a scrivere, in buona misura, allo stesso modo. La teologia della Trinità abbisogna invece di un approccio diverso, molto diverso, declinato da subito tra maschile e femminile.

  • Quanto è attuale trattare della Trinità? Nel libro cerchi di rispondere anche a questa domanda…

Movimento di circolarità non significa evidentemente ripetizione di un circolo chiuso su sé stesso, sempre uguale a sé stesso: significa apertura o una serie infinita di aperture da cui poter scrutare il mistero del divino, con senso di stupore e si inesauribile novità. Un movimento di danza. Nel primo cristianesimo questa simbolica era ben avvertita.

Oggi c’è un particolare bisogno, secondo me, di riscoprire un tale movimento di grazia, in un mondo che si è sempre più “linearizzato” o “standardizzato”, il che significa pure gerarchizzato, reso pesante e opprimente. Per questo le persone si sentono oggi sempre più in corsa, perdenti, sottomesse e infine schiacciate.

Abbiamo bisogno di recuperare altri movimenti leggeri di circolarità negli stili di vita, nella circolazione universale dei beni, nella apertura empatica agli altri e all’Altro. La Trinità è perciò una proposta interessante. Non sono la prima a dirlo. Ricordo il testo di Leonardo Boff dal titolo La Trinità, la migliore comunità. In quel testo, a partire dalla Trinità, si parlava di questioni molto attuali, ad esempio di quella ecologica, di quella femminile, della questione latino-americana, dei poveri!

Oggi molte donne stanno lavorando per questo motivo sulla Trinità, anche fuori dell’ambito strettamente teologico.

La preghiera cristiana

  • La preghiera liturgica trinitaria “per definizione” è il Credo: siamo ancora in grado di capirlo? Potrà mai essere riformulata un giorno in termini diversi?

Parto, per rispondere, dalla seconda parte della tua domanda e dico: forse sì, forse mai. Io penso tuttavia che, prima o poi, chi gestirà la comunità credente dovrà avvertire l’esigenza di ri-tradurre anche il Credo, non per togliere campo al mistero, bensì per conferire maggior senso di mistero al mistero. Per trasmettere il senso del mistero divino della Trinità c’è sempre meno bisogno – secondo me – di dare delle definizioni, solo delle definizioni.

Io penso che alle persone vada innanzi tutto restituita la consapevolezza di un mistero di Dio. Non è una questione di testa o solo di testa: è una questione di esperienza, di profondità, di intensità. Quando avviene la percezione del mistero divino – del Dio Uno e Trino – non si avverte affatto il bisogno di definirlo, di dire tutto ciò.

Dobbiamo tornare a usare nella preghiera – soprattutto nella preghiera – un’altra lingua che non sia mai fissa e definitoria. Nell’esperienza liturgica non si può mai dare affatto per scontato il senso di quel che si dice, si capisce e si prova. Altrimenti non c’è il senso del mistero, ossia non c’è il modo proprio della percezione di Dio. Ciò poi potrebbe avere riflessi bellissimi persino sul nostro modo di vivere e di costruire la società. Ce ne sarebbe un gran bisogno.

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Originale: Settimana News
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Sulla Trinità

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di: Giordano Cavallari (a cura)

Antonietta Potente, religiosa domenicana, è teologa, docente e scrittrice. Ha rilasciato la seguente intervista nell’itinerario di presentazione del suo ultimo lavoro: Scrutare il Mistero. Riflettendo sulla Trinità (Paoline editoriale libri).

  • Antonietta, nella introduzione del tuo ultimo libro anticipi ai lettori le sue caratteristiche: quali?

Questo mio libro segue un movimento di tipo circolare, quello del ritorno: prende dei temi poi li lascia e quindi li riprende in altro contesto. È questo un po’ il mio modo di pensare e di scrivere – sempre – ma in questo libro a maggior ragione, perché la circolarità – il girare attorno lentamente al mistero – forse meglio consente di scrutare attentamente e quindi di dire qualcosa della Trinità, di cui in fondo si possono dire pochissime parole.

Si può solo tentare – continuamente attratti – il ritorno ove non si può entrare.  Mentre la teologia – specie occidentale – per tanti secoli ha osato entrare direttamente. E forse ancora oggi continua a fare così. La pretesa di svelare il mistero ha portato a sminuzzare tutto. Mi sembra invece importante lasciar circolare liberamente il movimento – anche della teologia – attorno al grande mistero.

Questo libro – di piccole dimensioni – non è affatto un trattato: è da lasciare aperto per coinvolgere nel movimento della circolarità il pensiero di altre e di altri. Quando ho chiuso il libro mi stavano già venendo in mente altre cose. A volte penso: questo potrebbe essere il libro “Trinità uno”, ma poi potrebbe darsi un libro “Trinità due” e persino un “Trinità tre”. Con lo stesso modo di procedere, di per sé, inesauribile, si può continuare a scrivere.

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Guardando a Oriente

  • Leggendo sembra di capire che il tuo modo di pensare e percepire la Trinità sia più di casa in Oriente che in Occidente: è così?

Io penso che davvero il cuore del mistero sia rimasto in Oriente, quantomeno nel metodo della teologia orientale. La metodologia orientale è meno filosofica e più esperienziale. Ad esempio, Pavel Florenskij – uno degli autori che cito nel libro e che è stato pure un grande filosofo – non si è lasciato affatto prendere la mano dalla filosofia sistematica nella sua lettura del mistero trinitario.

Ma a parte Florenskij, tutta la tradizione orientale ci insegna una metodologia differente che parte, prima di tutto, dall’esperienza personale del mistero. Anche la “definizione” dei dogmi è partita e dovrebbe partire dall’esperienza, un’esperienza del divino che possiamo definire prima di tutto mistica. Perciò nel libro non cito solo Florenskij ma, ad esempio, anche Meister Eckhart e la tradizione mistica tedesca.

Il punto di approccio – nel fare teologia – è di fondamentale importanza. Per me non si può mai prescindere dalla esperienza umana personale e dal contesto in cui tale esperienza accade: i due aspetti sono sempre in stretta relazione.

L’Oriente è stato maestro in tal senso. Si può dire che l’Oriente prima ha visto – ha avuto la visione – e poi ha scritto di quella visione. Mentre l’Occidente – tendenzialmente – prima ha pensato e poi ha scritto. Sto naturalmente semplificando. Ma viene da sé notare come l’Oriente si sia maggiormente soffermato sulla Trinità, sulla relazione dei Tre, sul movimento, sullo Spirito circolante, così come sul lato “femminile” di Dio. L’Occidente si è soffermato invece maggiormente sulla doppia natura del Figlio.

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La perdita del dinamismo trinitario

  • Qual è dunque la tua critica alla teologia occidentale tradizionale della Trinità, alla quale nel libro accenni?

La teologia occidentale, anche riguardo al pensiero trinitario, ha seguito la via “moralista”. Perciò la triade del Padre, del Figlio e dello Spirito è stata rappresentata – anche artisticamente – secondo criteri di fissità e di gerarchia. Nelle rappresentazioni artistiche occidentali della Trinità non esiste circolarità. Mentre la visione propria della Trinità, come detto, è movimento. Nel mentre, le icone orientali non posseggono prospettiva, ma possiedono movimento e così esprimono la profondità della visione.

La lettura occidentale della Trinità risulta invece statica perché dettata appunto dalla preoccupazione di spiegare tutto, di dire tutto, di concludere. Ma se vogliamo ad ogni costo dire tutto e concludere non lasciamo affatto spazio all’esperienza, alle sempre nuove esperienze del mistero.

Ci sono tante ragioni storiche per spiegare la posizione occidentale. Ma certamente oggi – in questo momento storico – non abbiamo bisogno del fissismo che la teologia occidentale ha costruito. Abbiamo bisogno di movimento e di un movimento spontaneo.

  • La concezione trinitaria tradizionale corrisponde pure – secondo te – ad un certo modello di società degli uomini?

Certamente l’immagine che abbiamo mantenuto di Padre, Figlio e Spirito – in disposizione di fatto gerarchica – ha avuto a che fare e ha tuttora a che fare col modello di potere instaurato nelle società. Noi diciamo, ad esempio, che il “Figlio è generato” dal Padre, ma non c’è mai un femminile in questa generazione: è strano, perché se c’è un Padre, nella nostra esperienza, c’è anche una Madre.

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Il femminile è stato escluso come se si fosse voluta cancellare – da subito – la possibilità di una interpretazione fondata sul riconoscimento della vita di uomini e di donne, coessenziali, sullo stesso piano, nella realtà.

Certo, con questo diciamo – o la teologia dice – che i Tre non sono uno prima dell’altro, uno più importante dell’altro (perché ovviamente si cadrebbe nei vari tipi di eresia). Ma è pur vero che le immagini elaborate in Occidente restano molto organizzate, molto fredde, a mio avviso segnate dal moralismo che è entrato anche nella dogmatica, specie in un certo periodo storico. Quella dogmatica doveva servire a catechizzare, ma anche, certamente, a rendere le persone obbedienti al grande sistema sociale.

Ma io vedo le cose da teologa della morale, non della dogmatica…

Scritture

  • La Bibbia di per sé non parla espressamente della Trinità. Tu hai scritto che bisogna cogliere dei segni, sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento. Vuoi richiamarne qualcuno? Cominciamo dall’Antico?

Sì, a me sembra che già nelle scritture ebraiche sia possibile rintracciare il filone della ricerca trinitaria, ossia il desiderio di scrutare dentro il mistero di Dio quale Dio. Nei salmi, ad esempio, c’è sempre una intensa attesa di “vedere” il volto di Dio. Il volto è l’espressione più evidente della visione della intimità, della interiorità dell’essere personale.

Questa tensione è facilmente rintracciabile pure nei profeti. Nei libri profetici – pensiamo alle grandi immagini di Isaia o di Ezechiele – si incontrano diverse visioni alle soglie del mistero divino: facilmente diventano visioni di angeli, di cherubini e di serafini, manifestazioni percepibili attraverso gli umani sensi, quali il suono, il vento, il silenzio e altro.

Secondo me, le scritture ebraiche già parlano dunque dell’umana esperienza dell’avvicinamento al mistero divino, per incipiente partecipazione al mistero stesso, per coinvolgimento in un dinamismo che è proprio del divino, di Dio-Trinità.

Nell’Antico Testamento c’è poi, ovviamente, il capitolo 18 del libro della Genesi che “narra” l’apparizione di uno-tre angeli ad Abramo. Nel libro ho scritto di non voler forzare l’interpretazione di questo brano – né in un senso né nell’altro – specie per rispetto delle interpretazioni ebraiche. Non intendo dimostrare nulla, appunto.

Ma analizzando il testo mi sono resa conto dei passaggi velocissimi e ripetuti dal singolare al plurale: a volte gli angeli sono tre, altre volte c’è un solo angelo. Ciò mi sembra un bel segno “trinitario”: la percezione di Dio in originale (non scontato) modo: forse in un certo momento Dio è Uno, forse in un certo momento è “Tre”. Abramo vede “Tre”, perché tre sono i visitatori che lui ospita; per questo motivo la Lettera agli Ebrei può dire: “guardate che ospitando potreste accogliere anche degli angeli”.

Attraverso l’ospitalità dei Tre in Genesi si arriva a ciò che è fondamentale anche per il popolo ebraico, ossia che ospitando la triade plurale che sono gli altri da noi si giunge ad ospitare l’Altro come un Tu singolare. Nel testo invito a notare questi continui movimenti da Uno a Tre e da Tre a Uno: Abramo vede Tre figure, ma poi parla solo con Una di queste, si rivolge ad Uno solo.

Richiamo, al proposito, anche certi trattati rabbinici. Uno di questi dice che forse gli angeli erano tre perché un angelo da solo non può fare tutto per conto di Dio.

Mi sembra dunque che questo modo di scrutare e percepire il mistero divino sia propriamente umano, molto umano. Non facciamo forse anche noi esperienza della Trinità nelle nostre concrete esperienze di relazione? Il mistero divino non si presenta forse a noi in tutta la sua realtà di incarnazione in più persone, diverse, ma, in qualche modo, unite in umanità tra loro?

Quando dunque questa esperienza di pluralità e di diversità viene da noi profondamente interiorizzata, diventa percezione dell’unità, ovvero dell’Uno della divina presenza.

  • Quali segni della Trinità nel Nuovo Testamento?

Nel libro faccio riferimento in particolare al prologo di Giovanni. Il prologo rappresenta per noi cattolici il “trattato” dell’incarnazione. Mentre ha per me innanzi tutto un forte contenuto trinitario. L’ascolto produce l’effetto di un movimento generativo, che è certamente il movimento dell’incarnazione ma, insieme, è il movimento della pura gratuità, della grazia nello Spirito.

Giovanni è l’evangelista più mistico, quello che più ti invita a scrutare il mistero dal di fuori verso il “dentro profondo” del divino, perché lui stesso appare come lo scrittore mistico che si è lasciato prendere e risucchiare dal movimento sin “dentro”, sino a poter “raccontare” come lui ha fatto.

Prendo poi spunto da brani delle Lettere di Giovanni. Anche in quelli, secondo me, c’è quel passaggio o esperienza importantissima “dal di fuori al di dentro” – se così si può dire – che avviene quando c’è partecipazione piena al movimento dell’intero cosmo.

Sono quindi per me fondamentali i riferimenti alle sostanze del sangue e dell’acqua, che sono le sostanze di cui è fatta l’umanità, ma che pure costituiscono le potenzialità stesse dell’intera natura del mondo. In ciò mi sembra risultare ancora più evidente la circolarità del movimento che avvicina alla Trinità, quale movimento del tutto naturale.

Giovanni – o la letteratura giovannea – in questo modo ci aiuta a uscire dall’antropocentrismo rigido in cui si è cacciata tanta parte della teologia tradizionale occidentale, per recuperare una dimensione davvero cosmica – plurale e unitaria al tempo stesso – davvero profonda, più profonda.

Genere

  • Possiamo secondo te parlare della Trinità in termini sia maschili sia femminili?

Il maschile è in tutta la teologia, perché la teologia è stata sostanzialmente scritta solo da uomini: uomini sacerdoti. Questo lascia un’impronta, ad oggi, ancora indelebile in tutti i libri, anche se ormai esiste una riflessione femminile di Dio, come del resto è avvenuto nel medioevo e ancor prima. Quel che noto – però – è che la teologia viaggia ancora su binari fissi. Ciascuno viaggia sul proprio.

Forse c’è oggi più dialogo. Sino al dialogo si arriva. Ma poi si continua a pensare e a scrivere, in buona misura, allo stesso modo. La teologia della Trinità abbisogna invece di un approccio diverso, molto diverso, declinato da subito tra maschile e femminile.

  • Quanto è attuale trattare della Trinità? Nel libro cerchi di rispondere anche a questa domanda…

Movimento di circolarità non significa evidentemente ripetizione di un circolo chiuso su sé stesso, sempre uguale a sé stesso: significa apertura o una serie infinita di aperture da cui poter scrutare il mistero del divino, con senso di stupore e si inesauribile novità. Un movimento di danza. Nel primo cristianesimo questa simbolica era ben avvertita.

Oggi c’è un particolare bisogno, secondo me, di riscoprire un tale movimento di grazia, in un mondo che si è sempre più “linearizzato” o “standardizzato”, il che significa pure gerarchizzato, reso pesante e opprimente. Per questo le persone si sentono oggi sempre più in corsa, perdenti, sottomesse e infine schiacciate.

Abbiamo bisogno di recuperare altri movimenti leggeri di circolarità negli stili di vita, nella circolazione universale dei beni, nella apertura empatica agli altri e all’Altro. La Trinità è perciò una proposta interessante. Non sono la prima a dirlo. Ricordo il testo di Leonardo Boff dal titolo La Trinità, la migliore comunità. In quel testo, a partire dalla Trinità, si parlava di questioni molto attuali, ad esempio di quella ecologica, di quella femminile, della questione latino-americana, dei poveri!

Oggi molte donne stanno lavorando per questo motivo sulla Trinità, anche fuori dell’ambito strettamente teologico.

La preghiera cristiana

  • La preghiera liturgica trinitaria “per definizione” è il Credo: siamo ancora in grado di capirlo? Potrà mai essere riformulata un giorno in termini diversi?

Parto, per rispondere, dalla seconda parte della tua domanda e dico: forse sì, forse mai. Io penso tuttavia che, prima o poi, chi gestirà la comunità credente dovrà avvertire l’esigenza di ri-tradurre anche il Credo, non per togliere campo al mistero, bensì per conferire maggior senso di mistero al mistero. Per trasmettere il senso del mistero divino della Trinità c’è sempre meno bisogno – secondo me – di dare delle definizioni, solo delle definizioni.

Io penso che alle persone vada innanzi tutto restituita la consapevolezza di un mistero di Dio. Non è una questione di testa o solo di testa: è una questione di esperienza, di profondità, di intensità. Quando avviene la percezione del mistero divino – del Dio Uno e Trino – non si avverte affatto il bisogno di definirlo, di dire tutto ciò.

Dobbiamo tornare a usare nella preghiera – soprattutto nella preghiera – un’altra lingua che non sia mai fissa e definitoria. Nell’esperienza liturgica non si può mai dare affatto per scontato il senso di quel che si dice, si capisce e si prova. Altrimenti non c’è il senso del mistero, ossia non c’è il modo proprio della percezione di Dio. Ciò poi potrebbe avere riflessi bellissimi persino sul nostro modo di vivere e di costruire la società. Ce ne sarebbe un gran bisogno.

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