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Suicidio assistito: cosa fare di fronte a una persona che vuole togliersi la vita?

Non basterebbe seguire il buon senso?

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La domanda al teologo di questa settimana prende spunto da un fatto di cronaca recente, il suicidio assistito di dj Fabo. Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

La Corte Costituzionale ha sollecitato il Parlamento a legiferare in materia di suicidio assistito.  Il cardinale Bassetti ha ricordato che «nessuna legge umana è perfetta». Al di là degli aspetti legislativi però credo che il punto cruciale sia quello culturale. Chiunque di noi, di fronte a una persona che vuole togliersi la vita, istintivamente cercherebbe di dissuaderlo, non di agevolarlo nel suo proposito. Se vediamo una persona sulla spalletta di un ponte che dice di volersi buttare di sotto, cerchiamo di convincerla a scendere, non gli diamo una spinta. Non basterebbe seguire il buon senso? Chi chiede il suicidio, forse avrebbe solo bisogno di essere aiutato a vivere.

Indirizzo email

La vicenda cui fa riferimento il lettore è tristemente nota. Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, era un ragazzo pieno di vita e di curiosità, appassionato di musica e di moto e, affascinato dall’India, si era trasferito là con la fidanzata Valeria.  Durante un rientro in Italia un incidente stradale, il 13 giugno 2014 gli cambiò per sempre l’esistenza lasciandolo cieco e tetraplegico, inchiodato in un letto. Quando la speranza di una ripresa è scemata definitivamente, dj Fabo ha cominciato a pensare alla possibilità di togliersi la vita, ma nessun medico, nessun amico lo avrebbe aiutato in questo drammatico proposito.

A questo punto emerge la figura di Marco Cappato, esponente dell’Associazione Luca Coscioni   che – come è noto – è fautrice della legalizzazione dell’eutanasia in tutte le sue forme. Cappato ha sostenuto Antoniani nella sua volontà di morte. Il 20 gennaio 2017, Antoniani, attraverso un video, si appellò al Presidente della Repubblica per cambiare le regole del fine vita sulle quali stava discutendo il Parlamento. Il 25 febbraio 2007 Cappato ha accompagnato il povero ragazzo in Svizzera a Pfaffikon, presso la sede dell’associazione Dignitas, dove è stato aiutato nel suicidio. Premendo con i denti un pulsante ha attivato la somministrazione di un farmaco letale. Era il 27 febbraio 2017. Il grido «Finalmente libero» echeggerà sulla stampa e sui social.  Marco Cappato, per sollevare un caso politico e giudiziario, si è autodenunciato perché, in base al nostro Codice penale, l’istigazione e l’aiuto al suicidio sono proibiti e puniti.

C’è chi ha chiesto l’archiviazione del caso sostenendo che, in condizioni tante gravose e insopportabili per il paziente, il suicidio non costituisca una violazione del bene della vita e, comunque, il ruolo di Cappato non sarebbe stato determinante nella genesi della volontà suicida e nella sua realizzazione. A dire il vero, il ruolo di Cappato non è stato per nulla marginale perché lui ha fornito le informazioni necessarie, lui si è attivato per mettere in contatto i congiunti di Fabo con la Dignitas e lui lo ha trasportato in macchina in Svizzera. 

È chiaro, però, che, in ultima analisi, il nodo del Processo non sta tanto nello stabilire il ruolo di Cappato e la sua punibilità in base alle leggi vigenti, ma riguarda una domanda fondamentale e cioè se esiste un diritto di darsi la morte. Se, infatti, esiste un diritto di darsi la morte, chi aiuta un suicida non compie nulla di riprovevole. Questo terribile diritto alla morte contraddice un punto fermo del convivere civile: il valore della vita e l’intangibilità della vita innocente. Di questo valore e di questa inviolabilità la stessa comunità civile si fa garante e tutrice. La stessa legge 219 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento non ammette la soppressione attiva di una persona neppure dietro sua richiesta (eutanasia attiva). In molti hanno notato che, non distinguendo tra rifiuto lecito e illecito di cure e terapie, soprattutto quelle di sostegno vitale come nutrizione  e idratazione, la legge 219 può essere distorta a coprire forme larvate di eutanasia passiva, ma – ad essere onesti – non contiene alcuna concessione diretta ed esplicita in senso eutanasico.

Nella discussione pubblica i fautori dell’eutanasia hanno un argomento principale: l’argomento dell’autonomia. In base a questo argomento un soggetto che decidesse lucidamente di darsi la morte dovrebbe poterlo fare senza che lo Stato o altri interferiscano con le sue scelte: la vita  e la morte sono, dopo tutto, questioni private. Esiste anche per la morale cattolica il diritto a morire in pace e il diritto ad esser lasciato morire in pace, ma non esiste in nessuna circostanza un diritto di dare o darsi la morte, ad agire, cioè, contro la vita altrui o propria per annientarla.

La chiamano libertà e affermazione della propria autonomia, ma sembra assurdo che un soggetto morale si affermi con un atto che porta al suo annientamento e non sarà certo la richiesta di essere aiutato a morire che renderà legittimo per un medico o un congiunto agire per mettere in atto il suo progetto distruttivo. Sullo sfondo di questo dibattito etico si colloca la questione più strettamente giuridica per cui la Corte di Assise del Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale nella parte in cui vieta e incrimina le condotte di aiuto al suicidio e la Corte Costituzionale ha risposto sollecitando il Parlamento a stabilire una «adeguata disciplina» per situazioni come quella del dj Fabo. Difficile prevedere l’esito di questa sollecitazione, ma esistono fondati timori per una revisione in senso eutanasico delle disposizioni della legge 219. Per chi vuole legalizzare in Italia il suicidio del sofferente e l’aiuto al suicida, il caso Cappato o, meglio, la triste storia del dj Fabo rappresentano una preziosa opportunità.

Affermato il nostro assoluto rifiuto dell’aiuto al suicidio, non possiamo, però, disattendere la domanda drammatica che certe situazioni ci pongono. Pressato dalla malattia e dalla sofferenza non può anche un credente essere tentato dal desiderio di morte? Davanti a una persona stremata dalla malattia e dalla sofferenza non può accadere anche a un credente desiderare che le sue sofferenze finiscano e che il Signore la prenda con sé? Vissuti di dolore, solitudine, abbandono, fallimento, depressione sfuggono ad una analisi rigorosamente razionale e ci mettono di fronte al mistero della vita e della morte. Non possiamo lasciare soli i malati e le loro famiglie, ma dobbiamo sostenerli con l’amore e la speranza senza pretendere di giudicare i segreti dei cuori che solo Dio conosce e scruta. La nostra risposta di credenti al mistero del dolore non può essere altro che quella del Signore che si è fatto uno con noi e si è caricato dei nostri dolori.

Maurizio Faggioni

Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Suicidio assistito: cosa fare di fronte a una persona che vuole togliersi la vita?

Non basterebbe seguire il buon senso?

  

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La domanda al teologo di questa settimana prende spunto da un fatto di cronaca recente, il suicidio assistito di dj Fabo. Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

La Corte Costituzionale ha sollecitato il Parlamento a legiferare in materia di suicidio assistito.  Il cardinale Bassetti ha ricordato che «nessuna legge umana è perfetta». Al di là degli aspetti legislativi però credo che il punto cruciale sia quello culturale. Chiunque di noi, di fronte a una persona che vuole togliersi la vita, istintivamente cercherebbe di dissuaderlo, non di agevolarlo nel suo proposito. Se vediamo una persona sulla spalletta di un ponte che dice di volersi buttare di sotto, cerchiamo di convincerla a scendere, non gli diamo una spinta. Non basterebbe seguire il buon senso? Chi chiede il suicidio, forse avrebbe solo bisogno di essere aiutato a vivere.

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La vicenda cui fa riferimento il lettore è tristemente nota. Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, era un ragazzo pieno di vita e di curiosità, appassionato di musica e di moto e, affascinato dall’India, si era trasferito là con la fidanzata Valeria.  Durante un rientro in Italia un incidente stradale, il 13 giugno 2014 gli cambiò per sempre l’esistenza lasciandolo cieco e tetraplegico, inchiodato in un letto. Quando la speranza di una ripresa è scemata definitivamente, dj Fabo ha cominciato a pensare alla possibilità di togliersi la vita, ma nessun medico, nessun amico lo avrebbe aiutato in questo drammatico proposito.

A questo punto emerge la figura di Marco Cappato, esponente dell’Associazione Luca Coscioni   che – come è noto – è fautrice della legalizzazione dell’eutanasia in tutte le sue forme. Cappato ha sostenuto Antoniani nella sua volontà di morte. Il 20 gennaio 2017, Antoniani, attraverso un video, si appellò al Presidente della Repubblica per cambiare le regole del fine vita sulle quali stava discutendo il Parlamento. Il 25 febbraio 2007 Cappato ha accompagnato il povero ragazzo in Svizzera a Pfaffikon, presso la sede dell’associazione Dignitas, dove è stato aiutato nel suicidio. Premendo con i denti un pulsante ha attivato la somministrazione di un farmaco letale. Era il 27 febbraio 2017. Il grido «Finalmente libero» echeggerà sulla stampa e sui social.  Marco Cappato, per sollevare un caso politico e giudiziario, si è autodenunciato perché, in base al nostro Codice penale, l’istigazione e l’aiuto al suicidio sono proibiti e puniti.

C’è chi ha chiesto l’archiviazione del caso sostenendo che, in condizioni tante gravose e insopportabili per il paziente, il suicidio non costituisca una violazione del bene della vita e, comunque, il ruolo di Cappato non sarebbe stato determinante nella genesi della volontà suicida e nella sua realizzazione. A dire il vero, il ruolo di Cappato non è stato per nulla marginale perché lui ha fornito le informazioni necessarie, lui si è attivato per mettere in contatto i congiunti di Fabo con la Dignitas e lui lo ha trasportato in macchina in Svizzera. 

È chiaro, però, che, in ultima analisi, il nodo del Processo non sta tanto nello stabilire il ruolo di Cappato e la sua punibilità in base alle leggi vigenti, ma riguarda una domanda fondamentale e cioè se esiste un diritto di darsi la morte. Se, infatti, esiste un diritto di darsi la morte, chi aiuta un suicida non compie nulla di riprovevole. Questo terribile diritto alla morte contraddice un punto fermo del convivere civile: il valore della vita e l’intangibilità della vita innocente. Di questo valore e di questa inviolabilità la stessa comunità civile si fa garante e tutrice. La stessa legge 219 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento non ammette la soppressione attiva di una persona neppure dietro sua richiesta (eutanasia attiva). In molti hanno notato che, non distinguendo tra rifiuto lecito e illecito di cure e terapie, soprattutto quelle di sostegno vitale come nutrizione  e idratazione, la legge 219 può essere distorta a coprire forme larvate di eutanasia passiva, ma – ad essere onesti – non contiene alcuna concessione diretta ed esplicita in senso eutanasico.

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La chiamano libertà e affermazione della propria autonomia, ma sembra assurdo che un soggetto morale si affermi con un atto che porta al suo annientamento e non sarà certo la richiesta di essere aiutato a morire che renderà legittimo per un medico o un congiunto agire per mettere in atto il suo progetto distruttivo. Sullo sfondo di questo dibattito etico si colloca la questione più strettamente giuridica per cui la Corte di Assise del Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale nella parte in cui vieta e incrimina le condotte di aiuto al suicidio e la Corte Costituzionale ha risposto sollecitando il Parlamento a stabilire una «adeguata disciplina» per situazioni come quella del dj Fabo. Difficile prevedere l’esito di questa sollecitazione, ma esistono fondati timori per una revisione in senso eutanasico delle disposizioni della legge 219. Per chi vuole legalizzare in Italia il suicidio del sofferente e l’aiuto al suicida, il caso Cappato o, meglio, la triste storia del dj Fabo rappresentano una preziosa opportunità.

Affermato il nostro assoluto rifiuto dell’aiuto al suicidio, non possiamo, però, disattendere la domanda drammatica che certe situazioni ci pongono. Pressato dalla malattia e dalla sofferenza non può anche un credente essere tentato dal desiderio di morte? Davanti a una persona stremata dalla malattia e dalla sofferenza non può accadere anche a un credente desiderare che le sue sofferenze finiscano e che il Signore la prenda con sé? Vissuti di dolore, solitudine, abbandono, fallimento, depressione sfuggono ad una analisi rigorosamente razionale e ci mettono di fronte al mistero della vita e della morte. Non possiamo lasciare soli i malati e le loro famiglie, ma dobbiamo sostenerli con l’amore e la speranza senza pretendere di giudicare i segreti dei cuori che solo Dio conosce e scruta. La nostra risposta di credenti al mistero del dolore non può essere altro che quella del Signore che si è fatto uno con noi e si è caricato dei nostri dolori.

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