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Solo chi crede in Cristo può avere la salvezza eterna?

Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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Una domanda che va al cuore della nostra fede: è necessario credere in Cristo per avere la salvezza eterna? Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ciò che emerge dal Nuovo Testamento, e che la teologia ha scelto come strada maestra, è che lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero della resurrezione.

La mia domanda riguarda la salvezza offerta da Cristo. Un problema soteriologico per usare termini corretti. Leggendo il catechismo mi chiedo come gli articoli 161 e 1260 possano coesistere: «Credere in Gesù Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza è necessario per essere salvati,… nessuno può mai essere giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna» (161). «Ogni uomo che, pur ignorando il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa , cerca la verità e compie la volontà di Dio come la conosce può essere salvato» (1260).

Domanda: la fede in Cristo è necessaria per il conseguimento della salvezza? La risposta sembra essere si! La Scrittura è abbastanza chiara. Atti 4,12: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Il catechismo però afferma anche che se un uomo, ignorando Cristo, fa il bene viene salvato. Mi chiedo allora in che senso sia necessario credere in Cristo. Se la salvezza è dovuta ad una fatto specifico nella storia (incarnazione passione morte e resurrezione) o si partecipa a questa storia o non si è salvi. Chiaramente pensare alla salvezza in questi termini conduce alla visione «Extra ecclesiam nulla salus». Eppure la Chiesa non condivide più quest’ultima affermazione. (Menomale). Per quale motivo allora si sostiene con forza che la salvezza dipenda esclusivamente dalla redenzione operata da Cristo?

Luca

La domanda del lettore va al cuore della nostra fede: a partire da due numeri del Catechismo, si chiede se sia o meno necessario credere in Cristo per la salvezza. La citazione che egli ricorda dal libro degli Atti, è uno dei riferimenti neotestamentari più chiari, che vadano nel senso dell’affermazione dell’unicità della missione salvifica di Cristo. A questa referenza si potrebbe aggiungere il brano della Prima a Timoteo («”uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù», 1Tm 2,5), che dichiara che non c’è alcuno, all’infuori di Gesù, che possa rivendicare a sé la mediazione tra Dio e gli uomini.

Lo stesso Nuovo Testamento ci conduce a capire per quale motivo solo Cristo possa vantare questa missione salvifica assoluta. In Lui solo c’è salvezza (cfr. At 4,12) e Lui solo è il Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5), perché in Lui solo abita la pienezza della divinità («È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità»: Col 2,9) e perché Lui solo, splendore della gloria del Padre, è capace di farlo conoscere agli uomini («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»: Gv 1,18). In altri termini, posso dire che solo Lui è il Signore e il Salvatore, perché solo Lui è la pienezza della divinità che si rivela nel mondo. Così facendo, stiamo percorrendo a ritroso l’antica strada dell’«argomento soteriologico» caro ai Padri: quello che affermava che se Cristo mi salva, allora è Dio; perché solo Dio, non una creatura mi può salvare.

Dunque coloro che non credono sono esclusi dalla salvezza di Cristo, unico Salvatore e Mediatore (cfr. Mc 16,16)? È ancora una volta la Scrittura a darci indicazioni utilissime. Dice Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14); introducendo in teologia l’immagine decisiva della fides ex auditu. Così dovrebbero allora essere intese le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1260, su cui si ferma l’osservazione del lettore: coloro che ignorano Cristo, perché non hanno mai ricevuto l’annuncio su di Lui, non possono esser ritenuti in quanto tali esclusi dalla salvezza.

Resta un ultimo passaggio da compiere: come tenere assieme l’universalità e unicità della salvezza di Cristo e la possibilità di essere salvati per coloro che lo ignorano.

Ciò che emerge con forza nel Nuovo Testamento e che il Magistero (cfr. Dominus Iesus, cap. II) e la teologia ha scelto come strada maestra per armonizzare queste due esigenze è l’immagine dello Spirito di Cristo – che è il «suo» Spirito («prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»: Gv 16,14) – come Colui che trasmette la grazia di Cristo a tutti coloro che cercano la verità con sincerità: «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (GS 22). Potremmo dire dunque: extra Christum nulla salus; se intendiamo la frase nel senso che se un non credente è salvato, lo è solo perché è associato in maniera misteriosa a Cristo, nuovo Adamo, ricapitolazione della storia, splendore dell’eterno Padre.

Francesco Vermigli

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

  

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Una domanda che va al cuore della nostra fede: è necessario credere in Cristo per avere la salvezza eterna? Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ciò che emerge dal Nuovo Testamento, e che la teologia ha scelto come strada maestra, è che lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero della resurrezione.

La mia domanda riguarda la salvezza offerta da Cristo. Un problema soteriologico per usare termini corretti. Leggendo il catechismo mi chiedo come gli articoli 161 e 1260 possano coesistere: «Credere in Gesù Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza è necessario per essere salvati,… nessuno può mai essere giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna» (161). «Ogni uomo che, pur ignorando il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa , cerca la verità e compie la volontà di Dio come la conosce può essere salvato» (1260).

Domanda: la fede in Cristo è necessaria per il conseguimento della salvezza? La risposta sembra essere si! La Scrittura è abbastanza chiara. Atti 4,12: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Il catechismo però afferma anche che se un uomo, ignorando Cristo, fa il bene viene salvato. Mi chiedo allora in che senso sia necessario credere in Cristo. Se la salvezza è dovuta ad una fatto specifico nella storia (incarnazione passione morte e resurrezione) o si partecipa a questa storia o non si è salvi. Chiaramente pensare alla salvezza in questi termini conduce alla visione «Extra ecclesiam nulla salus». Eppure la Chiesa non condivide più quest’ultima affermazione. (Menomale). Per quale motivo allora si sostiene con forza che la salvezza dipenda esclusivamente dalla redenzione operata da Cristo?

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La domanda del lettore va al cuore della nostra fede: a partire da due numeri del Catechismo, si chiede se sia o meno necessario credere in Cristo per la salvezza. La citazione che egli ricorda dal libro degli Atti, è uno dei riferimenti neotestamentari più chiari, che vadano nel senso dell’affermazione dell’unicità della missione salvifica di Cristo. A questa referenza si potrebbe aggiungere il brano della Prima a Timoteo («”uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù», 1Tm 2,5), che dichiara che non c’è alcuno, all’infuori di Gesù, che possa rivendicare a sé la mediazione tra Dio e gli uomini.

Lo stesso Nuovo Testamento ci conduce a capire per quale motivo solo Cristo possa vantare questa missione salvifica assoluta. In Lui solo c’è salvezza (cfr. At 4,12) e Lui solo è il Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5), perché in Lui solo abita la pienezza della divinità («È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità»: Col 2,9) e perché Lui solo, splendore della gloria del Padre, è capace di farlo conoscere agli uomini («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»: Gv 1,18). In altri termini, posso dire che solo Lui è il Signore e il Salvatore, perché solo Lui è la pienezza della divinità che si rivela nel mondo. Così facendo, stiamo percorrendo a ritroso l’antica strada dell’«argomento soteriologico» caro ai Padri: quello che affermava che se Cristo mi salva, allora è Dio; perché solo Dio, non una creatura mi può salvare.

Dunque coloro che non credono sono esclusi dalla salvezza di Cristo, unico Salvatore e Mediatore (cfr. Mc 16,16)? È ancora una volta la Scrittura a darci indicazioni utilissime. Dice Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14); introducendo in teologia l’immagine decisiva della fides ex auditu. Così dovrebbero allora essere intese le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1260, su cui si ferma l’osservazione del lettore: coloro che ignorano Cristo, perché non hanno mai ricevuto l’annuncio su di Lui, non possono esser ritenuti in quanto tali esclusi dalla salvezza.

Resta un ultimo passaggio da compiere: come tenere assieme l’universalità e unicità della salvezza di Cristo e la possibilità di essere salvati per coloro che lo ignorano.

Ciò che emerge con forza nel Nuovo Testamento e che il Magistero (cfr. Dominus Iesus, cap. II) e la teologia ha scelto come strada maestra per armonizzare queste due esigenze è l’immagine dello Spirito di Cristo – che è il «suo» Spirito («prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»: Gv 16,14) – come Colui che trasmette la grazia di Cristo a tutti coloro che cercano la verità con sincerità: «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (GS 22). Potremmo dire dunque: extra Christum nulla salus; se intendiamo la frase nel senso che se un non credente è salvato, lo è solo perché è associato in maniera misteriosa a Cristo, nuovo Adamo, ricapitolazione della storia, splendore dell’eterno Padre.

Francesco Vermigli

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