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Sinodalità e coinvolgimento

Una prassi antica

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di: Massimo Nardello
 

Tra i cattolici meno informati sulle questioni teologiche si può diffondere la convinzione che il tema della sinodalità, fortemente rilanciato da papa Francesco, sia qualcosa di molto recente, lontano dalla prassi secolare della Chiesa cattolica, nella quale invece le decisioni sarebbero state assunte autonomamente dall’autorità ecclesiastica.

In realtà, anche se il termine “sinodale” è stato effettivamente rilanciato solo negli ultimi decenni, a seguito del rinnovamento conciliare, la pratica ecclesiale che esso indica, cioè la necessità di consultare tutti membri di una comunità prima di arrivare ad una decisione importante che la riguarda, affonda le sue radici nell’ecclesiologia neotestamentaria e patristica.

Una prassi antica

In modo particolare, poi, questo stile ha assunto un profilo giuridico nel medioevo, quando la sinodalità è stata interpretata da un principio del diritto romano. A questo riguardo, così si esprime il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: «Il rinnovamento della vita sinodale della Chiesa richiede di attivare processi di consultazione dell’intero popolo di Dio». «La pratica di consultare i fedeli non è nuova nella vita della Chiesa. Nella Chiesa del Medioevo si utilizzava un principio del diritto romano: Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet (ciò che riguarda tutti dev’essere trattato e approvato da tutti). Nei tre campi della vita della Chiesa (fede, sacramenti, governo), la tradizione univa a una struttura gerarchica un regime concreto di associazione e di accordo, e si riteneva che fosse una prassi apostolica o una tradizione apostolica» (Commissione teologica internazionale, Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa, 2014, n. 122). Questo assioma non va inteso nel senso del conciliarismo a livello ecclesiologico né del parlamentarismo a livello politico. Aiuta piuttosto a pensare e ad esercitare la sinodalità «nel seno della comunione ecclesiale» (n. 65).

Secondo questo passaggio, l’attivazione di processi di consultazione dell’intero popolo di Dio non è ancora avvenuta in modo soddisfacente, dal momento che essa viene indicata come la condizione auspicata per rinnovare la sinodalità all’interno della Chiesa. Soprattutto, però, si afferma che, nella Chiesa medievale, proprio questa sinodalità era una prassi ben attestata e, in un certo qual modo, normata giuridicamente. In questo periodo non si è avuto timore di rifarsi al diritto romano – dunque, ad un sapere “laico” – per interpretare e vivere un aspetto caratteristico dell’identità ecclesiale come quello sinodale.

In effetti, l’affermare che «ciò che riguarda tutti deve essere trattato e approvato da tutti» è un modo chiaro per declinare in concreto il fatto che nella Chiesa, che non è una democrazia ma una comunione, ciascuno ha il dono dello Spirito Santo e il senso di fede, e quindi può e deve contribuire attivamente al discernimento della verità dottrinale e delle scelte pastorali.

Portavoce di differenti opinioni

Questo principio ha un valore molto importante anche per noi. Esso potrebbe aiutarci ad evitare un’esperienza molto sgradevole che non di rado si può subire ancora oggi nelle comunità cristiane, ovvero quella di venire a conoscenza di decisioni importanti che riguardano tutti, ma che sono state prese da qualcuno “a porte chiuse”, talora addirittura da figure non ben identificabili.

In alcuni casi, poi, questa situazione può essere motivata da un presunto consenso della comunità (“si è deciso, tutti d’accordo…”), anche se non si riesce a capire quando e come questo consenso sia stato rilevato.

In tali circostanze non solo si può legittimamente restare perplessi davanti alla scelta fatta e alla modalità del percorso decisionale, ma si può anche pensare di disporre di argomentazioni molto convincenti che, se si fossero potute presentate a chi di dovere, avrebbero probabilmente orientato verso soluzioni migliori.

Il principio in questione, però, non si limita solamente a richiedere che avvenga una consultazione effettiva di coloro che sono toccati da una decisione, ma anche che tutti possano esprimere il loro parere. Anche se normalmente non è possibile consultare ogni membro di una comunità, per cui bisogna procedere attraverso organismi di rappresentanza (come i consigli pastorali), è comunque necessario che ciascuno veda la sua opinione correttamente capita e rappresentata nel dibattito. Per questo non è sufficiente radunare una commissione o un consiglio per dire di aver attivato uno stile sinodale, ma occorre pure che i suoi componenti, oltre che competenti sulle questioni da trattare, siano effettivamente capaci di essere portavoce delle differenti opinioni della comunità, incluse quelle meno popolari. In caso contrario, ciò che riguarda tutti sarebbe comunque trattato e approvato solo da pochi.

Una corretta applicazione della prassi sinodale

Inoltre, se occorre superare una visione monarchica del pastore, che gli riconosce il diritto di prendere le decisioni in modo autoreferenziale, non deve neppure capitare che i membri di un organismo di rappresentanza si pensino come un’oligarchia elitaria che può esercitare un potere autonomo e indiscusso.

A volte, però, nel momento in cui un pastore mostra di fidarsi delle conclusioni di un consiglio o di gruppo di lavoro, può succedere che gli altri membri della comunità guardino con apprensione all’esito di questo percorso, come se avvertissero il pericolo di dover subire decisioni calate dall’alto da parte di questo organismo. In realtà, l’ultima istanza deve sempre restare il discernimento personale del pastore.

Da questo punto di vista, è evidente che la sinodalità non può mai essere una via d’uscita praticabile per ministri fortemente indecisi, che cercano volentieri di far stabilire da altri ciò che essi non riescono a scegliere.

La condizione per verificare la qualità di un processo sinodale mi pare essere la trasparenza, secondo lo stile che papa Francesco ha cercato di imprimere ai recenti sinodi dei vescovi. Quando questo processo si è concluso, tutti i membri della comunità dovrebbero aver capito bene il problema esaminato, aver riconosciuto il proprio punto di vista tra le soluzioni che sono state oggetto di ampia e serena discussione, ed essere stati informati in modo comprensibile delle motivazioni per le quali il pastore ha preso personalmente, sotto la sua ineludibile responsabilità, determinate decisioni.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Tra i cattolici meno informati sulle questioni teologiche si può diffondere la convinzione che il tema della sinodalità, fortemente rilanciato da papa Francesco, sia qualcosa di molto recente, lontano dalla prassi secolare della Chiesa cattolica, nella quale invece le decisioni sarebbero state assunte autonomamente dall’autorità ecclesiastica.

In realtà, anche se il termine “sinodale” è stato effettivamente rilanciato solo negli ultimi decenni, a seguito del rinnovamento conciliare, la pratica ecclesiale che esso indica, cioè la necessità di consultare tutti membri di una comunità prima di arrivare ad una decisione importante che la riguarda, affonda le sue radici nell’ecclesiologia neotestamentaria e patristica.

Una prassi antica

In modo particolare, poi, questo stile ha assunto un profilo giuridico nel medioevo, quando la sinodalità è stata interpretata da un principio del diritto romano. A questo riguardo, così si esprime il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: «Il rinnovamento della vita sinodale della Chiesa richiede di attivare processi di consultazione dell’intero popolo di Dio». «La pratica di consultare i fedeli non è nuova nella vita della Chiesa. Nella Chiesa del Medioevo si utilizzava un principio del diritto romano: Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet (ciò che riguarda tutti dev’essere trattato e approvato da tutti). Nei tre campi della vita della Chiesa (fede, sacramenti, governo), la tradizione univa a una struttura gerarchica un regime concreto di associazione e di accordo, e si riteneva che fosse una prassi apostolica o una tradizione apostolica» (Commissione teologica internazionale, Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa, 2014, n. 122). Questo assioma non va inteso nel senso del conciliarismo a livello ecclesiologico né del parlamentarismo a livello politico. Aiuta piuttosto a pensare e ad esercitare la sinodalità «nel seno della comunione ecclesiale» (n. 65).

Secondo questo passaggio, l’attivazione di processi di consultazione dell’intero popolo di Dio non è ancora avvenuta in modo soddisfacente, dal momento che essa viene indicata come la condizione auspicata per rinnovare la sinodalità all’interno della Chiesa. Soprattutto, però, si afferma che, nella Chiesa medievale, proprio questa sinodalità era una prassi ben attestata e, in un certo qual modo, normata giuridicamente. In questo periodo non si è avuto timore di rifarsi al diritto romano – dunque, ad un sapere “laico” – per interpretare e vivere un aspetto caratteristico dell’identità ecclesiale come quello sinodale.

In effetti, l’affermare che «ciò che riguarda tutti deve essere trattato e approvato da tutti» è un modo chiaro per declinare in concreto il fatto che nella Chiesa, che non è una democrazia ma una comunione, ciascuno ha il dono dello Spirito Santo e il senso di fede, e quindi può e deve contribuire attivamente al discernimento della verità dottrinale e delle scelte pastorali.

Portavoce di differenti opinioni
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Questo principio ha un valore molto importante anche per noi. Esso potrebbe aiutarci ad evitare un’esperienza molto sgradevole che non di rado si può subire ancora oggi nelle comunità cristiane, ovvero quella di venire a conoscenza di decisioni importanti che riguardano tutti, ma che sono state prese da qualcuno “a porte chiuse”, talora addirittura da figure non ben identificabili.

In alcuni casi, poi, questa situazione può essere motivata da un presunto consenso della comunità (“si è deciso, tutti d’accordo…”), anche se non si riesce a capire quando e come questo consenso sia stato rilevato.

In tali circostanze non solo si può legittimamente restare perplessi davanti alla scelta fatta e alla modalità del percorso decisionale, ma si può anche pensare di disporre di argomentazioni molto convincenti che, se si fossero potute presentate a chi di dovere, avrebbero probabilmente orientato verso soluzioni migliori.

Il principio in questione, però, non si limita solamente a richiedere che avvenga una consultazione effettiva di coloro che sono toccati da una decisione, ma anche che tutti possano esprimere il loro parere. Anche se normalmente non è possibile consultare ogni membro di una comunità, per cui bisogna procedere attraverso organismi di rappresentanza (come i consigli pastorali), è comunque necessario che ciascuno veda la sua opinione correttamente capita e rappresentata nel dibattito. Per questo non è sufficiente radunare una commissione o un consiglio per dire di aver attivato uno stile sinodale, ma occorre pure che i suoi componenti, oltre che competenti sulle questioni da trattare, siano effettivamente capaci di essere portavoce delle differenti opinioni della comunità, incluse quelle meno popolari. In caso contrario, ciò che riguarda tutti sarebbe comunque trattato e approvato solo da pochi.

Una corretta applicazione della prassi sinodale

Inoltre, se occorre superare una visione monarchica del pastore, che gli riconosce il diritto di prendere le decisioni in modo autoreferenziale, non deve neppure capitare che i membri di un organismo di rappresentanza si pensino come un’oligarchia elitaria che può esercitare un potere autonomo e indiscusso.

A volte, però, nel momento in cui un pastore mostra di fidarsi delle conclusioni di un consiglio o di gruppo di lavoro, può succedere che gli altri membri della comunità guardino con apprensione all’esito di questo percorso, come se avvertissero il pericolo di dover subire decisioni calate dall’alto da parte di questo organismo. In realtà, l’ultima istanza deve sempre restare il discernimento personale del pastore.

Da questo punto di vista, è evidente che la sinodalità non può mai essere una via d’uscita praticabile per ministri fortemente indecisi, che cercano volentieri di far stabilire da altri ciò che essi non riescono a scegliere.

La condizione per verificare la qualità di un processo sinodale mi pare essere la trasparenza, secondo lo stile che papa Francesco ha cercato di imprimere ai recenti sinodi dei vescovi. Quando questo processo si è concluso, tutti i membri della comunità dovrebbero aver capito bene il problema esaminato, aver riconosciuto il proprio punto di vista tra le soluzioni che sono state oggetto di ampia e serena discussione, ed essere stati informati in modo comprensibile delle motivazioni per le quali il pastore ha preso personalmente, sotto la sua ineludibile responsabilità, determinate decisioni.

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