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Sii bella e stai zitta

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2Dopo la domanda di fondo, che è riportata in copertina; perché l’Italia di oggi offende le donne; la Marzano introduce il suo saggio con due richiami, uno dei quali è una citazione di Charles Baudelaire che così recita: “Cosa apprezzi di me, mio strano amante?” “Sii bella e taci!” Con il volume Sii bella e stai zitta l’autrice vuole esprimere il suo sdegno nei confronti delle nuove forme di maschilismo presenti nel nostro paese. Gli strumenti della filosofia e della critica femminile sono messi al servizio della decostruzioni delle immagini e degli stereotipi riguardanti le donne che invadono quotidianamente le nostre vita. Rifacendosi a una molteplicità di pensatrici e pensatori – da Aristotele a Freud, da Simone de Beauvoir a Judith Butler – la Marzano si interroga innanzitutto sui motivi dell’affermarsi di forme di maschilismo che sembravano spazzate via dal movimento femminista. La spettacolarizzazione del corpo femminile, tema quanto mai attuale. L’assuefazione con cui il pubblico televisivo italiano da quasi trent’anni sembra accettare – per abitudine, indifferenza, scarsa consapevolezza o effettivo gradimento – l’esibizione di veline, letterine, ecc., ossia schiere di ragazze sorridenti il cui compito non è certo quello di esprimere le proprie idee, ma di offrire il proprio corpo erotizzato allo sguardo voyeuristico delle telecamere. L’aspetto probabilmente più inquietante è però legato al fatto che in questi decenni – in complicità con il mercato della cosmesi, della moda, del fitness e della chirurgia estetica – la sempre crescente attenzione rivolta dai media al corpo femminile è andata e consolidare un ideale di bellezza divenuto via via imperativo e dominante. Il modello più premiato corrisponde ad un corpo snello, giovane e sexy. Un corpo “perfetto”; slanciato, agile, levigato, senza imperfezioni e segni di vecchiaia. Anche le conduttrici e le giornaliste speaker sono tenute ad effettuare una scrupolosa “manutenzione”. La conseguenza, ma forse ancor più la causa scatenante, di questa crescente visibilità dei corpi femminili oggettivati ed erotizzati, giovani o forzatamente tali è la rimozione della vecchiaia e il terrore di essa come prossimità alla morte. Dove sono finiti i volti delle donne mature? Perché sono costrette ad annullarsi, a mettersi una maschera per essere accettate? Sembra che la vecchiaia è anche “il vissuto” di ogni individuo, quindi la chiara espressione dell’individualità e dell’unicità di ogni essere umano costituiscano un’enorme minaccia all’omologazione e all’appiattimento richiesta da questa nuova ed imperante dittatura del potere e dell’immagine. Ma d’altro canto le donne italiane sono abituate e indotte a fare derivare la propria autostima dalla bellezza e quindi, come molte studiose femministe hanno spesso sottolineato, paiono aver introiettato lo sguardo maschile che le giudica e le rende perennemente insicure, inadeguate rispetto al modello di desiderabilità e quindi poter essere rifiutate e non amate. Questo è il modo attraverso cui la società contemporanea tenta di costringere le donne a non affrancarsi dalla condizione subordinata nei confronti degli uomini: aderire all’ideale funzionale altrui. In veste diversa dal passato, ma anche ora – forse più di prima – le donne si adeguano a regole dettate dagli uomini, perlopiù estranee ai reali bisogni e desideri femminili. Infatti l’adeguarsi ai valori e ai criteri maschili non premia affatto le donne, spesso costrette a scegliere tra i figli e la carriera, data la rigidità dei tempi di lavoro e anche quelli dell’immagine. Il mondo della occupazione dovrebbe piuttosto agevolare la conciliazione famiglia lavoro. Tanti studi sociologici hanno attestato che il modo maschile di concepire il lavoro è soprattutto quello della separazione tra sfera pubblica e privata, mentre la modalità femminile è maggiormente quella del “tenere insieme”, unendo in maniera funambolica e creativa i due mondi. Una delle qualità di questo volume è quello di non limitarsi ad analizzare l’attualità. Collocando il presente all’interno di una storia assai più ampia. La Marzano costruisce una sorta di genealogia foucaultiana degli stereotipi presenti nel discorso pubblico. Nella filosofia greca, per esempio, sono rintracciabili molte delle categorie che ancora utilizziamo per concettualizzare le relazioni di genere. L’autrice chiama giustamente in causa Aristotele, che ha posto le basi per pensare le differenze tra uomini e donne in termini dicotomici, riducendo le donne a esseri inferiori definiti dal proprio corpo. È ancora la cultura greca ad aver introdotto l’opposizione tra spose/madri e prostitute e ad aver reso la maternità l’unico elemento cardine di un femminilità pressoché superflua. Un concetto ripreso dalla Chiesa cattolica e consolidatosi in età vittoriana, fino a quando negli anni sessanta le femministe non hanno rivendicato il diritto a non essere considerate “non più puttane, non più madonne, ma solo donne!” Nel corso della storia, almeno di quella occidentale, il maschilismo ha trovato la sua massima espressione nella caccia alle streghe che, non a caso, legava le donne alla lussuria. Oggi è cambiato qualcosa? L’autrice sembra propendere per la tesi secondo la quale, più che di una nuova personificazione del maschilismo, si possa parlare di forme di “maschilismo atavico”. Il “corpo sovrano” per eccellenza è quello giovane, magro, slanciato e provocante. È indubbio che tale modello serva a disciplinare le donne; si pensi al successo della chirurgia plastica a cui ricorrono persino le giovanissime nella vana speranza di fermare l’orologio del tempo “per tempo”. Il corpo femminile tra “biologia e metafora” ha in questa riflessione uno spazio di peculiare rilievo, nella consapevolezza del nuovo pervasivo controllo esercitato dai modelli mediatici, capaci di piegare la libertà e l’autonomia delle giovani donne normandone i corpi, sottoponendoli ad una di sciplina dell’apparire secondo un canone di bellezza aggressivo ed escludente. Corpi femminili costruiti o rimodellati secondo icone estetiche e sessuali semplificate nei tratti e facilmente riproducibili con il ricorso alla chirurgia estetica sono anche la via d’accesso alla visibilità e a posizioni di potere, persino nella politica istituzionale. Una contiguità tra bellezza e politica davvero inedita e pericolosa. Le donne entrarono in politica con figure come: la Merlini, Nilde Iotti o Tina Anselmi. Figure assai diverse che diedero con la forza dei contenuti della loro ideologia personale e di partito un impronta determinante allo sviluppo della politica. Nel corpo conservavano con forza i tratti della sua origine e della sua storia, e la loro autorevolezza era ampiamente riconosciuta perché era frutto di esperienza politica ed impegno. Dopo gli anni ottanta sono entrate in politica una nuova generazione di donne. Tacchi a spillo, capelli curati e colorati in modo elaborato, il corpo racchiuso in abiti alludenti ad una erotizzazione da piccolo schermo. Ciascuna di essa era come una maschera senza alcun significante; il corpo mediatico mandava in frantumi il corpo politico senza possibilità di ritorno. Efficace testimone dell’intreccio tra politica istituzionale, corpi femminili e media è l’apparizione, di Michela Vittoria Brambilla a Porta a Porta, nel 2007: memorabili lo slip dalle incerte trasparenze che la gonna cortissima lasciava intravedere e il pizzo delle lunghe calze autoreggenti che l’accavallarsi delle gambe mostrava con generosità. In questo modo anche Daniela Santanché, cinquantenne, esprime per tutte la provocazione che il nuovo uso del corpo femminile porta nell’aula del Parlamento. L’autrice avanza un’ipotesi: che il riemergere del maschilismo sia cioè strettamente legato all’emancipazione delle donne e a quello che si definisce il “declino dello impero patriarcale”. In altre parole, proprio nel momento in cui le donne conquistano nuovi spazi di libertà – la favorevole congiuntura economica a cavallo tra gli anni 80 e 90, aprì spazi inediti – si accresce il desiderio degli uomini di dimostrare la propria superiorità e mantenere il proprio controllo, anche e soprattutto attraverso l’esercizio della violenza in tutte le sue forme incluso il potere. Il libro della Marzano costituisce un richiamo all’importanza della storia e della memoria, tanto a quella del nostro corpo, che porta in sé il ricordo della specificità di ognuna di noi, quanto a quella delle donne che nella storia si sono ribellate al potere degli uomini. Il dominio si confonde con la libertà e i comportamenti finiscono per riprodurre le relazioni di potere. Il dominio che veste i panni della libertà, oggi è forse uno dei punti su cui è importante riflettere. L’invito alle donne è allora quello di smettere di considerare gli uomini il proprio orizzonte, ragionando come loro e cercandone l’approvazione in ogni ambito dell’esistenza. Meglio invece cominciare a guardarsi con altri occhi: intanto, accettando amorevolmente il proprio corpo imperfetto, quindi cercando di capire non solo cosa si desidera veramente ma anche il grande valore di unicità ed irripetibilità che ciascuna di noi detiene.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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L’assuefazione con cui il pubblico televisivo italiano da quasi trent’anni sembra accettare – per abitudine, indifferenza, scarsa consapevolezza o effettivo gradimento – l’esibizione di veline, letterine, ecc., ossia schiere di ragazze sorridenti il cui compito non è certo quello di esprimere le proprie idee, ma di offrire il proprio corpo erotizzato allo sguardo voyeuristico delle telecamere. L’aspetto probabilmente più inquietante è però legato al fatto che in questi decenni – in complicità con il mercato della cosmesi, della moda, del fitness e della chirurgia estetica – la sempre crescente attenzione rivolta dai media al corpo femminile è andata e consolidare un ideale di bellezza divenuto via via imperativo e dominante. Il modello più premiato corrisponde ad un corpo snello, giovane e sexy. Un corpo “perfetto”; slanciato, agile, levigato, senza imperfezioni e segni di vecchiaia. Anche le conduttrici e le giornaliste speaker sono tenute ad effettuare una scrupolosa “manutenzione”. La conseguenza, ma forse ancor più la causa scatenante, di questa crescente visibilità dei corpi femminili oggettivati ed erotizzati, giovani o forzatamente tali è la rimozione della vecchiaia e il terrore di essa come prossimità alla morte. Dove sono finiti i volti delle donne mature? Perché sono costrette ad annullarsi, a mettersi una maschera per essere accettate? Sembra che la vecchiaia è anche “il vissuto” di ogni individuo, quindi la chiara espressione dell’individualità e dell’unicità di ogni essere umano costituiscano un’enorme minaccia all’omologazione e all’appiattimento richiesta da questa nuova ed imperante dittatura del potere e dell’immagine. Ma d’altro canto le donne italiane sono abituate e indotte a fare derivare la propria autostima dalla bellezza e quindi, come molte studiose femministe hanno spesso sottolineato, paiono aver introiettato lo sguardo maschile che le giudica e le rende perennemente insicure, inadeguate rispetto al modello di desiderabilità e quindi poter essere rifiutate e non amate. Questo è il modo attraverso cui la società contemporanea tenta di costringere le donne a non affrancarsi dalla condizione subordinata nei confronti degli uomini: aderire all’ideale funzionale altrui. In veste diversa dal passato, ma anche ora – forse più di prima – le donne si adeguano a regole dettate dagli uomini, perlopiù estranee ai reali bisogni e desideri femminili. Infatti l’adeguarsi ai valori e ai criteri maschili non premia affatto le donne, spesso costrette a scegliere tra i figli e la carriera, data la rigidità dei tempi di lavoro e anche quelli dell’immagine. Il mondo della occupazione dovrebbe piuttosto agevolare la conciliazione famiglia lavoro. Tanti studi sociologici hanno attestato che il modo maschile di concepire il lavoro è soprattutto quello della separazione tra sfera pubblica e privata, mentre la modalità femminile è maggiormente quella del “tenere insieme”, unendo in maniera funambolica e creativa i due mondi. Una delle qualità di questo volume è quello di non limitarsi ad analizzare l’attualità. Collocando il presente all’interno di una storia assai più ampia. La Marzano costruisce una sorta di genealogia foucaultiana degli stereotipi presenti nel discorso pubblico. Nella filosofia greca, per esempio, sono rintracciabili molte delle categorie che ancora utilizziamo per concettualizzare le relazioni di genere. L’autrice chiama giustamente in causa Aristotele, che ha posto le basi per pensare le differenze tra uomini e donne in termini dicotomici, riducendo le donne a esseri inferiori definiti dal proprio corpo. È ancora la cultura greca ad aver introdotto l’opposizione tra spose/madri e prostitute e ad aver reso la maternità l’unico elemento cardine di un femminilità pressoché superflua. Un concetto ripreso dalla Chiesa cattolica e consolidatosi in età vittoriana, fino a quando negli anni sessanta le femministe non hanno rivendicato il diritto a non essere considerate “non più puttane, non più madonne, ma solo donne!” Nel corso della storia, almeno di quella occidentale, il maschilismo ha trovato la sua massima espressione nella caccia alle streghe che, non a caso, legava le donne alla lussuria. Oggi è cambiato qualcosa? L’autrice sembra propendere per la tesi secondo la quale, più che di una nuova personificazione del maschilismo, si possa parlare di forme di “maschilismo atavico”. Il “corpo sovrano” per eccellenza è quello giovane, magro, slanciato e provocante. È indubbio che tale modello serva a disciplinare le donne; si pensi al successo della chirurgia plastica a cui ricorrono persino le giovanissime nella vana speranza di fermare l’orologio del tempo “per tempo”. Il corpo femminile tra “biologia e metafora” ha in questa riflessione uno spazio di peculiare rilievo, nella consapevolezza del nuovo pervasivo controllo esercitato dai modelli mediatici, capaci di piegare la libertà e l’autonomia delle giovani donne normandone i corpi, sottoponendoli ad una di sciplina dell’apparire secondo un canone di bellezza aggressivo ed escludente. Corpi femminili costruiti o rimodellati secondo icone estetiche e sessuali semplificate nei tratti e facilmente riproducibili con il ricorso alla chirurgia estetica sono anche la via d’accesso alla visibilità e a posizioni di potere, persino nella politica istituzionale. Una contiguità tra bellezza e politica davvero inedita e pericolosa. Le donne entrarono in politica con figure come: la Merlini, Nilde Iotti o Tina Anselmi. Figure assai diverse che diedero con la forza dei contenuti della loro ideologia personale e di partito un impronta determinante allo sviluppo della politica. Nel corpo conservavano con forza i tratti della sua origine e della sua storia, e la loro autorevolezza era ampiamente riconosciuta perché era frutto di esperienza politica ed impegno. Dopo gli anni ottanta sono entrate in politica una nuova generazione di donne. Tacchi a spillo, capelli curati e colorati in modo elaborato, il corpo racchiuso in abiti alludenti ad una erotizzazione da piccolo schermo. Ciascuna di essa era come una maschera senza alcun significante; il corpo mediatico mandava in frantumi il corpo politico senza possibilità di ritorno. Efficace testimone dell’intreccio tra politica istituzionale, corpi femminili e media è l’apparizione, di Michela Vittoria Brambilla a Porta a Porta, nel 2007: memorabili lo slip dalle incerte trasparenze che la gonna cortissima lasciava intravedere e il pizzo delle lunghe calze autoreggenti che l’accavallarsi delle gambe mostrava con generosità. In questo modo anche Daniela Santanché, cinquantenne, esprime per tutte la provocazione che il nuovo uso del corpo femminile porta nell’aula del Parlamento. L’autrice avanza un’ipotesi: che il riemergere del maschilismo sia cioè strettamente legato all’emancipazione delle donne e a quello che si definisce il “declino dello impero patriarcale”. In altre parole, proprio nel momento in cui le donne conquistano nuovi spazi di libertà – la favorevole congiuntura economica a cavallo tra gli anni 80 e 90, aprì spazi inediti – si accresce il desiderio degli uomini di dimostrare la propria superiorità e mantenere il proprio controllo, anche e soprattutto attraverso l’esercizio della violenza in tutte le sue forme incluso il potere. Il libro della Marzano costituisce un richiamo all’importanza della storia e della memoria, tanto a quella del nostro corpo, che porta in sé il ricordo della specificità di ognuna di noi, quanto a quella delle donne che nella storia si sono ribellate al potere degli uomini. Il dominio si confonde con la libertà e i comportamenti finiscono per riprodurre le relazioni di potere. Il dominio che veste i panni della libertà, oggi è forse uno dei punti su cui è importante riflettere. L’invito alle donne è allora quello di smettere di considerare gli uomini il proprio orizzonte, ragionando come loro e cercandone l’approvazione in ogni ambito dell’esistenza. Meglio invece cominciare a guardarsi con altri occhi: intanto, accettando amorevolmente il proprio corpo imperfetto, quindi cercando di capire non solo cosa si desidera veramente ma anche il grande valore di unicità ed irripetibilità che ciascuna di noi detiene.

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