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Sette anni di Francesco: sogno e profezia

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di: Marcello Neri

Il 13 marzo ricorre il VII anniversario della elezione di Bergoglio a vescovo di Roma. In questa occasione le EDB hanno pubblicato il volume Profezia di Francesco. Traiettorie di un pontificato, con contributi di D. Menozzi, P. Sequeri, S. Morra, P. Benanti, A. Zani e K. Appel. Approdo di un cammino intrapreso dalla Provincia dehoniana dell’Italia Settentrionale che aveva dedicato a questo tema la “Settimana di formazione permanente” nel 2018. Come redazione di SettimanaNews desideriamo presentare il volume ai nostri lettori e lettrici pubblicandone l’introduzione.

Il rilievo storico del pontificato di Francesco è sovente coperto dal brusio dei mormorii di opposizione, dalle salve di contraerea lanciate dai suoi strenui difensori e dallo scoramento di chi si immaginava un’improvvisa e verticistica trasformazione dogmatica e canonica del corpo della Chiesa.

Nello schieramento dei fronti che caratterizza oggi la Chiesa cattolica quello che rischia di andare perso è proprio il senso storico di un ministero petrino deciso a fare evangelicamente i conti con un cambio d’epoca iniziato oramai da tempo.

Perché il punto di rottura rispetto ai suoi due predecessori non sta tanto, o non solamente, nella visione della Chiesa ma, in primo luogo, nella consapevolezza storica della fine di alcuni processi secolari e dell’avviamento di altri che stanno portando a trasformazioni profonde della socialità umana e dell’antropologia moderna.

Francesco agisce e pensa la Chiesa proprio a partire da questa consapevolezza scomoda: la modernità, come europeizzazione del mondo e tutto ciò che questo include, è oramai finita da quasi un secolo (P. Prodi).

Con questa modernità la Chiesa aveva istruito un rapporto dialettico, che ne ha fatto la storia configurandone le istituzioni portanti che l’hanno contrassegnata e plasmata. In virtù di questa dialettica, costitutiva e costituzionale al tempo stesso, la fine della modernità significa anche il giungere a termine di un’epoca della Chiesa cattolica.

La fine della modernità

Insomma, rispetto a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, Francesco non pensa e non agisce più come se la modernità esistesse ancora; e, quindi, inizia a delineare una visione della Chiesa e del cattolicesimo coerente con l’effettività storica all’interno della quale essi disegnano la loro fedeltà al vangelo del Regno e alla creazione desiderata da Dio. Fedeltà che non può più essere univoca e uniforme, la stessa e medesima ovunque la fede si trovi a vivere nel quotidiano degli uomini e delle donne di oggi.

Fin dagli inizi, la comune adesione alla storia di Gesù, quale presenza palpabile della cura incondizionata di Dio sul creato e le sue creature, può essere effettivamente tale solo nella misura in cui si diffrange in una serie di racconti costitutivamente aperti sulla ripresa della fede e della sua immaginazione che li declina in contesti culturali e sociali estremamente diversi tra di loro.

La decisione di Francesco è esattamente questa: sostenere l’uscita della Chiesa cattolica dalla lotta contro i mulini a vento della modernità, riattivando, nel cuore istituzionale della Chiesa, la dinamica originaria della notizia evangelica di Dio. Per lungo tempo, la condizione storica ha permesso al cattolicesimo latino (quello che si è diffuso in tutto il mondo) di costruire un apparato concettuale, istituzionale, canonico e pastorale che poteva formalmente rinunciare al corpo a corpo quotidiano con le Scritture testimoniali.

Il tempo nuovo

L’intuizione a cui Francesco rimane saldamente ancorato non è solo il fatto che questa tattica di occultamento non funziona più, ma che la sua riproposizione in una nuova condizione storica avrebbe fatto correre il rischio alla Chiesa cattolica di trasformarsi in una sorta di setta elettiva, da un lato, e in un raggruppamento caratterizzato da un’etnia della cultura, dall’altro.

Tutto questo a spese di quella destinazione universale e ospitale della fede che è la ragione (divina) dell’esistenza della Chiesa cattolica. Non c’è apertura, gesto, intenzione, processo, attesa, nel ministero di Francesco che non rientri nello spazio luminoso di questa persuasione fondamentale: l’ospitalità del divino cristiano ha il dovere di prendersi cura della giustizia e della dignità dell’umano esistere sulla terra voluta da Dio – senza distinzioni e senza preselezioni. Tutti, indiscriminatamente, sono i destinatari di questa buona notizia; ed è dovere della fede fare in modo che possano percepirla proprio in quanto tale.

Senza ingenuità alcuna, perché Francesco sa benissimo che le potenze mondane si nutrono del godimento perverso di contraddire questo desiderio di destinazione del Regno di Dio. Ma con caparbietà evangelica si rifiuta di lasciare ad esse l’ultima parola, ingaggiando una battaglia a favore della giustizia che va resa all’umano, senza la quale la sua dignità rischia di rimanere solo una dichiarazione di intenti, che si espone all’ira e alla rivalsa di quelle stesse potenze.

Ben saldo al timone

E qui, sulla breccia di questo confronto all’arma bianca, Francesco rimane ben saldo, intercedendo per tutti, soprattutto per coloro che vengono scartati senza pietà alcuna dalla logica del godimento illimitato di guadagni speculati sulla sorte dei più deboli e fragili. Attirare su di sé la violenza delle potenze – e quella di un’opposizione ecclesiale che sembra non accorgersi del rischio di mettersi a loro servizio –, affinché tutti possano avere vita in abbondanza e aspirare alla giustizia attesa, è lo sfondo cristologico a cui il ministero petrino non dovrebbe venire mai meno.

Possiamo essere o meno d’accordo con Francesco su tante cose, ma questo è esattamente quello che lui sta facendo per noi – a prescindere da quello che noi pensiamo di lui.

Per questo il suo ministero merita di essere compreso e sostenuto assumendoci il carico di quella parte che egli non svolge per noi, perché può essere realizzata nel modo desiderato da Dio solo mediante le pratiche della nostra personalissima fede.

In quest’ottica, ci è sembrato opportuno raccogliere nel volume che il lettore ha sotto mano le relazioni tenute nel corso della Settimana di formazione permanente della Provincia dehoniana dell’Italia settentrionale sul tema della «Profezia di Francesco». Come quella Settimana, anche questo volume non guarda al passato ma al tempo che viene: essere all’altezza dell’intenzione evangelica di un pontificato anche nei tempi in cui esso sarà una storia che ci ha preceduto.

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Il rilievo storico del pontificato di Francesco è sovente coperto dal brusio dei mormorii di opposizione, dalle salve di contraerea lanciate dai suoi strenui difensori e dallo scoramento di chi si immaginava un’improvvisa e verticistica trasformazione dogmatica e canonica del corpo della Chiesa.

Nello schieramento dei fronti che caratterizza oggi la Chiesa cattolica quello che rischia di andare perso è proprio il senso storico di un ministero petrino deciso a fare evangelicamente i conti con un cambio d’epoca iniziato oramai da tempo.

Perché il punto di rottura rispetto ai suoi due predecessori non sta tanto, o non solamente, nella visione della Chiesa ma, in primo luogo, nella consapevolezza storica della fine di alcuni processi secolari e dell’avviamento di altri che stanno portando a trasformazioni profonde della socialità umana e dell’antropologia moderna.

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Con questa modernità la Chiesa aveva istruito un rapporto dialettico, che ne ha fatto la storia configurandone le istituzioni portanti che l’hanno contrassegnata e plasmata. In virtù di questa dialettica, costitutiva e costituzionale al tempo stesso, la fine della modernità significa anche il giungere a termine di un’epoca della Chiesa cattolica.

La fine della modernità

Insomma, rispetto a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, Francesco non pensa e non agisce più come se la modernità esistesse ancora; e, quindi, inizia a delineare una visione della Chiesa e del cattolicesimo coerente con l’effettività storica all’interno della quale essi disegnano la loro fedeltà al vangelo del Regno e alla creazione desiderata da Dio. Fedeltà che non può più essere univoca e uniforme, la stessa e medesima ovunque la fede si trovi a vivere nel quotidiano degli uomini e delle donne di oggi.

Fin dagli inizi, la comune adesione alla storia di Gesù, quale presenza palpabile della cura incondizionata di Dio sul creato e le sue creature, può essere effettivamente tale solo nella misura in cui si diffrange in una serie di racconti costitutivamente aperti sulla ripresa della fede e della sua immaginazione che li declina in contesti culturali e sociali estremamente diversi tra di loro.

La decisione di Francesco è esattamente questa: sostenere l’uscita della Chiesa cattolica dalla lotta contro i mulini a vento della modernità, riattivando, nel cuore istituzionale della Chiesa, la dinamica originaria della notizia evangelica di Dio. Per lungo tempo, la condizione storica ha permesso al cattolicesimo latino (quello che si è diffuso in tutto il mondo) di costruire un apparato concettuale, istituzionale, canonico e pastorale che poteva formalmente rinunciare al corpo a corpo quotidiano con le Scritture testimoniali.

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L’intuizione a cui Francesco rimane saldamente ancorato non è solo il fatto che questa tattica di occultamento non funziona più, ma che la sua riproposizione in una nuova condizione storica avrebbe fatto correre il rischio alla Chiesa cattolica di trasformarsi in una sorta di setta elettiva, da un lato, e in un raggruppamento caratterizzato da un’etnia della cultura, dall’altro.

Tutto questo a spese di quella destinazione universale e ospitale della fede che è la ragione (divina) dell’esistenza della Chiesa cattolica. Non c’è apertura, gesto, intenzione, processo, attesa, nel ministero di Francesco che non rientri nello spazio luminoso di questa persuasione fondamentale: l’ospitalità del divino cristiano ha il dovere di prendersi cura della giustizia e della dignità dell’umano esistere sulla terra voluta da Dio – senza distinzioni e senza preselezioni. Tutti, indiscriminatamente, sono i destinatari di questa buona notizia; ed è dovere della fede fare in modo che possano percepirla proprio in quanto tale.

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