Sessualità nella Chiesa: camminare sulle acque

La questione sessuale nella Chiesa


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di: Francisco García Martínez

Il n. 3093 di Vida Nueva si sofferma su un aspetto delicato riguardante gli abusi sessuali da parte del clero. Un’accusa del genere diventa subito una condanna sociale e sparisce quasi sempre la presunzione di innocenza. Nel contesto attuale non è semplice, per chi esercita un’autorità nella Chiesa, affrontare e gestire questi casi delicati. Di quel numero della rivista pubblichiamo l’editoriale firmato da Francisco García Martínez.

«Si mise a camminare sulle acque, ma vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore salvami!”». Forse è questa la situazione in cui si trova attualmente la Chiesa che, riguardo alla sessualità, da tempo, e su larga scala, sta mostrando il lato peggiore di sé, sia al di fuori sia al suo interno.

Non è mai stato facile integrare la sessualità nella propria vita. Se, da una parte, c’è una bellezza, un piacere difficile da trovare in altre dimensioni della vita, nello stesso tempo di tratta di un ambito in cui la persona sperimenta, in modo umiliante, l’indisponibilità dell’esistenza ad essere sottomessa alla propria volontà.

Anche la “liberalizzazione” della sessualità di fronte a presunti modi di reprimerla non ha cessato di creare contraddizioni, complessi, angosce ed eccessi perversi. Chi ha trovato gli equilibri precisi in cui si mischiano istinto e volontà, passione e affetto, donazione e padronanza, pudore e nudità in questo ambito, per di più di un’alterità irriducibile?

In questo argomento camminiamo su acque che, il più delle volte, sono poco tranquille o addirittura sconvolte, soprattutto quando, nella nostra società, sono agitate con stimoli perversi che superano abbondantemente la bellezza pacata, seducente e anche inquietante dei corpi nei loro dinamismi, cercando di convincerci, spesso con successo, che ogni piccola trasgressione è un atto di libertà sovrana, buona e libera da complessi.

Vivere la sessualità

Io penso che si possa dire che la maggior parte delle persone, credenti o no, laici o consacrati, hanno avvertito alcune volte i vortici di queste correnti, hanno ingerito acqua sentendosi affogare e si sono vergognati di nascosto di non saper nuotare “come Dio comanda”, anche perché non hanno trovato luoghi sicuri per condividere il loro turbamento in un clima che vada oltre la barzelletta, la giustificazione, la condanna o il perdono concesso per la situazione vissuta.

Non è nemmeno chiaro se vogliamo davvero trovare tali luoghi. I fatti ci dicono che alcuni sono stati inghiottiti oltre limiti incomprensibili per la maggioranza delle persone. Malati, degradati, peccatori…? Credo che non si possa esprimere un giudizio esauriente, benché alle persone sia sempre piaciuto, anche quando vivono nell’anarchia, creare scompartimenti che semplificano il giudizio sul reale e danno la sicurezza di essere nel giusto.

È difficile integrare la sessualità nei momenti in cui ci si sente affogare, e le difficoltà del nostro cammino (contraddizioni, fragilità, peccati…) dovrebbero aiutarci a procedere con umiltà e a sentirci vicini gli uni gli altri. Tuttavia, sia il rifiuto del conflitto sessuale che ci abita e che non si può risolvere con la semplice volontà personale, sia la liberazione da ogni controllo e da ogni ascesi come se non avessimo bisogno di addomesticare questo ambito, ci ha portato a una situazione in cui diventa difficile vivere con serenità, parlare con imparzialità, giudicare con verità e compassione, discernere e proporre cammini di integrazione di situazioni che improvvisamente ci sono scoppiate tre la mani, davanti alle quali ci sentiamo confusi e impotenti.

Far fronte ai casi di abusi

In questa situazione non c’è da meravigliarsi se i responsabili della Chiesa sentono di camminare sulle acque quando devono affrontare casi di abuso. Non credo di sbagliarmi quando dico che sentono un brivido ogni volta che devono affrontarne uno o quando riflettono che cosa significhi trattare alcuni di questi casi in cui, la maggior parte delle volte, la denuncia si traduce quasi immediatamente in una condanna sociale dell’accusato e della stessa Chiesa che li ha occultati e, nello stesso tempo, sentono in coscienza di dover affrontare un discernimento equanime, vicino ed evangelico, per il quale non si sentono preparati.

Più ancora quando sanno che l’aggressore e la vittima appartengono alla comunità cristiana, che sicuramente non potranno mai riconciliarsi, e che devono offrire giustizia e consolazione alla vittima, ma anche uno spazio di redenzione al colpevole che tutti vorrebbero mandare all’inferno.

Come non aver compassione e pregare per loro affinché il Signore li accompagni in un giusto discernimento? Sappiamo che in questo cammino sulle acque non solo i vescovi, ma anche il papa hanno ingerito acqua. E fa loro onore averlo riconosciuto o di riconoscerlo ora.

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