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Seneca, tra libertà e suicidio

Cultura e Libri

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di: Roberto Mela
 

«Troverai anche di quelli che hanno fatto professione di sapienza che dicono che non bisogna fare violenza alla propria vita, e che giudicano un’empietà farsi uccisori di se stessi: dicono che bisogna attendere la morte che la natura ha decretato. Chi dice ciò non vede che si sta chiudendo la via della libertà: la legge eterna non ha fatto nulla di meglio che averci dato un solo modo per entrare nella vita, ma molte vie d’uscita» (Seneca, Epistulae morales ad Lucillium, 70,14).

Così scrive Seneca (4 a.C.-65 d.C.) all’amico Lucilio. Delle 124 lettere a lui indirizzate, le prime 88 hanno un carattere più parenetico, esortativo. Le successive hanno un carattere più dottrinario, benché la parenesi non manchi.

Nella premessa all’edizione della Lettera 70 (pp. 5-56), la curatrice – docente di lingua e letteratura latina alla Cattolica di Milano – nota giustamente che ciò di cui Seneca fa l’apologia nel suo testo non è tanto il suicidio, tema della lettera, quanto della libertà. Nel brano riportato sopra (Ep. 70,4) si nota la lontananza che Seneca avverte sul tema del suicidio dai sostenitori del cristianesimo, che sta prendendo sempre più piede nell’impero romano del suo tempo.

La filosofia stoica, di cui Seneca è un esponente di spicco, è tra le filosofie più vicine per tanti aspetti al pensiero cristiano, ma non per la valutazione del suicidio. La curatrice della Lettera, Silvia Stucchi, esemplifica l’alto valore tributato a tale pratica in quel tempo con vari exempla sui mezzi sfruttati per porre fine alla propria vita, alcuni dei quali ricordati da Seneca stesso nella sua lettera.

La grandezza dell’uomo, per Seneca, è quella di aver potere sul modo in cui porre fine ai propri giorni di fronte all’instaurarsi di una situazione negativa senza uscita: avversari, malattia grave, condanne capitali, tradimenti ecc. «Non è importante morire prima o dopo – scrive –, ma lo è morire bene o male; morire bene è fuggire il rischio di vivere male» (Ep. 70,6).

Non bisogna morire per timore della morte – sostiene Seneca – bisogna esserle superiore anticipando il destino naturale ineluttabile con una scelta nobile. Ognuno può scegliere la forma che a lui piace di più (taglio delle vene, assunzione di veleno, inedia, pugnalamento, impiccagione, caduta nel vuoto ecc.). «E questa vita, come tu sai – scrive Seneca –, non deve essere sempre conservata; infatti non è un bene il vivere, ma lo è il vivere bene. Pertanto, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può» (Ep. 70,4 «Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest»).

Condannato per tradimento, Seneca scelse per sé l’inedia, poi il taglio delle vene, quindi l’assunzione di veleno e, infine, l’immersione nelle acque calde del bagno che favorissero il defluire del sangue da un corpo ormai rigido e freddo. Accompagnando il suo gesto con alte parole di commiato, lasciava in eredità ai discepoli e agli amici la sua vita.

La Stucchi correda il volume con vari altri testi trattanti il tema del suicidio: uno di Seneca sul suicidio (Ep. 101), quelli di Tacito sulla vigliaccheria di Messalina morente, sulla morte di Seneca e uno sulla morte (e vita scandalosa) di Petronio, elegantiae arbiter (Ann. 11,37–38,3; 15,62-64; 16,18-19). Plinio il Giovane parla del suicidio di Silio Italico (Ep. 3,7-9 e Orazio scrive a Mecenate, che teme la morte prematura (Carme 2,17).

Una nota bibliografica (pp. 57-61) completa il volume.

Non c’è chi non veda l’attualità delle riflessioni di Seneca, ad esempio, circa il trattamento del fine-vita di persone colpite da malattie terminali molto dolorose e invalidanti.

Bene l’apologia della libertà, che però è più del libero arbitrio. Una libertà ancorata alla verità, articolata in libertà da e una libertà per. Il discrimine sta nell’indisponibilità della vita umana alla pura scelta individuale, pena l’apertura di brecce che portano all’eutanasia (così come alla selezione eugenetica durante la gravidanza), lasciata in mano ai vivi e ai tecnologicamente potenti rispetto alle persone fragili e indifese (anche qualora avessero fatto la dichiarazione anticipata di fine trattamento).

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Così scrive Seneca (4 a.C.-65 d.C.) all’amico Lucilio. Delle 124 lettere a lui indirizzate, le prime 88 hanno un carattere più parenetico, esortativo. Le successive hanno un carattere più dottrinario, benché la parenesi non manchi.

Nella premessa all’edizione della Lettera 70 (pp. 5-56), la curatrice – docente di lingua e letteratura latina alla Cattolica di Milano – nota giustamente che ciò di cui Seneca fa l’apologia nel suo testo non è tanto il suicidio, tema della lettera, quanto della libertà. Nel brano riportato sopra (Ep. 70,4) si nota la lontananza che Seneca avverte sul tema del suicidio dai sostenitori del cristianesimo, che sta prendendo sempre più piede nell’impero romano del suo tempo.

La filosofia stoica, di cui Seneca è un esponente di spicco, è tra le filosofie più vicine per tanti aspetti al pensiero cristiano, ma non per la valutazione del suicidio. La curatrice della Lettera, Silvia Stucchi, esemplifica l’alto valore tributato a tale pratica in quel tempo con vari exempla sui mezzi sfruttati per porre fine alla propria vita, alcuni dei quali ricordati da Seneca stesso nella sua lettera.

La grandezza dell’uomo, per Seneca, è quella di aver potere sul modo in cui porre fine ai propri giorni di fronte all’instaurarsi di una situazione negativa senza uscita: avversari, malattia grave, condanne capitali, tradimenti ecc. «Non è importante morire prima o dopo – scrive –, ma lo è morire bene o male; morire bene è fuggire il rischio di vivere male» (Ep. 70,6).

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Non bisogna morire per timore della morte – sostiene Seneca – bisogna esserle superiore anticipando il destino naturale ineluttabile con una scelta nobile. Ognuno può scegliere la forma che a lui piace di più (taglio delle vene, assunzione di veleno, inedia, pugnalamento, impiccagione, caduta nel vuoto ecc.). «E questa vita, come tu sai – scrive Seneca –, non deve essere sempre conservata; infatti non è un bene il vivere, ma lo è il vivere bene. Pertanto, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può» (Ep. 70,4 «Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest»).

Condannato per tradimento, Seneca scelse per sé l’inedia, poi il taglio delle vene, quindi l’assunzione di veleno e, infine, l’immersione nelle acque calde del bagno che favorissero il defluire del sangue da un corpo ormai rigido e freddo. Accompagnando il suo gesto con alte parole di commiato, lasciava in eredità ai discepoli e agli amici la sua vita.

La Stucchi correda il volume con vari altri testi trattanti il tema del suicidio: uno di Seneca sul suicidio (Ep. 101), quelli di Tacito sulla vigliaccheria di Messalina morente, sulla morte di Seneca e uno sulla morte (e vita scandalosa) di Petronio, elegantiae arbiter (Ann. 11,37–38,3; 15,62-64; 16,18-19). Plinio il Giovane parla del suicidio di Silio Italico (Ep. 3,7-9 e Orazio scrive a Mecenate, che teme la morte prematura (Carme 2,17).

Una nota bibliografica (pp. 57-61) completa il volume.

Non c’è chi non veda l’attualità delle riflessioni di Seneca, ad esempio, circa il trattamento del fine-vita di persone colpite da malattie terminali molto dolorose e invalidanti.

Bene l’apologia della libertà, che però è più del libero arbitrio. Una libertà ancorata alla verità, articolata in libertà da e una libertà per. Il discrimine sta nell’indisponibilità della vita umana alla pura scelta individuale, pena l’apertura di brecce che portano all’eutanasia (così come alla selezione eugenetica durante la gravidanza), lasciata in mano ai vivi e ai tecnologicamente potenti rispetto alle persone fragili e indifese (anche qualora avessero fatto la dichiarazione anticipata di fine trattamento).

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