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Seguire Gesù senza voltarsi indietro: perché le richieste del Vangelo sono così esigenti

Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura

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«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Le parole che Gesù rivolge a chi chiede di seguirlo sono esigenti. Il biblista spiega perché.

Recentemente mi è capitato di leggere, nel Vangelo di Luca, le risposte che Gesù dà a chi vorrebbe seguirlo. A uno dice «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Perché queste parole? Un altro lo invita a non andare a salutare la sua famiglia, uno addirittura a non partecipare alla sepoltura del padre. Richieste che appaiono molto dure, molto esigenti. È davvero così impegnativo e totalizzante seguire il Signore?

Lettera firmata

Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura

Nel Vangelo di Luca al capitolo 9 si legge: Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»
Sono parole molto dure quelle dette da Gesù, che possono un po’scandalizzare anche il nostro sentire umano. Analizzo il testo e poi rispondo.
Il primo caso è conforme all’abitudine dei rabbini: sono i discepoli che scelgono il maestro che intendono seguire e questi li accoglie; Gesù dichiara invece a chi vuole seguirlo con entusiasmo, che se le volpi e gli uccelli hanno un luogo dove ripararsi, il figlio dell’uomo non ha casa da abitare. La sua è una vita precaria, che dipende dall’accoglienza che gli viene data. Questa risposta equivale a un rifiuto: Gesù non accoglie dei discepoli, ma li sceglie.
Nel secondo caso è Gesù che chiama, ma il chiamato chiede una dilazione di tempo, per poter seppellire il padre, dovere essenziale riconosciuto da tutti. La risposta di Gesù non è un rifiuto, ma è un no categorico alla pretesa di anteporre qualsiasi cosa, anche la più sacrosanta, alla sequela, identificata qui con l’annuncio del Regno: non si può accogliere la vita e rimanere nel mondo dei morti.
Il terzo caso è più grave dei primi due: un uomo intende seguire Gesù, ma alla condizione di potersi congedare dai suoi (la stessa cosa ottenne Eliseo da Elia, 1 re 19,20). Gesù rifiuta. L’immagine dell’aratro è significativa: per tracciare diritto il solco non bisogna guardare indietro, ma in avanti, verso il punto di arrivo. Così accade nella vita cristiana, come anche ricorda Paolo: Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Gesù chiede a tutti i cristiani un distacco. Ormai siamo nel tempo in cui «quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana … se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5).
Il distacco che Gesù chiede è in vista di questa vita nuova. Gesù ha esposto con franchezza le esigenze della sua sequela, valide per tutti i cristiani. Come rispondere alla chiamata che nasce dal suo amore per noi? Con l’amore: amando Gesù al di sopra di tutto, più di ogni altro nostro amore (cf. Mt 10,37), e attraverso di lui gli altri, anche i nostri nemici. Ma per fare questo occorre considerare il Signore Gesù come il tesoro prezioso della nostra vita (cf. Mt 13,44) e ritenere che valga la pena vivere come lui ha vissuto. Del resto, lui lo ha detto chiaramente: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9,24).
Dunque non si devono leggere le parole di Gesù come parole non umane, ma come il fondamento di ogni relazione umana. Mettere Gesù al primo posto è la base per ritrovare in lui ogni affetto della nostra vita.

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Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Le parole che Gesù rivolge a chi chiede di seguirlo sono esigenti. Il biblista spiega perché.

Recentemente mi è capitato di leggere, nel Vangelo di Luca, le risposte che Gesù dà a chi vorrebbe seguirlo. A uno dice «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Perché queste parole? Un altro lo invita a non andare a salutare la sua famiglia, uno addirittura a non partecipare alla sepoltura del padre. Richieste che appaiono molto dure, molto esigenti. È davvero così impegnativo e totalizzante seguire il Signore?

Lettera firmata

Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura

Nel Vangelo di Luca al capitolo 9 si legge: Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»
Sono parole molto dure quelle dette da Gesù, che possono un po’scandalizzare anche il nostro sentire umano. Analizzo il testo e poi rispondo.
Il primo caso è conforme all’abitudine dei rabbini: sono i discepoli che scelgono il maestro che intendono seguire e questi li accoglie; Gesù dichiara invece a chi vuole seguirlo con entusiasmo, che se le volpi e gli uccelli hanno un luogo dove ripararsi, il figlio dell’uomo non ha casa da abitare. La sua è una vita precaria, che dipende dall’accoglienza che gli viene data. Questa risposta equivale a un rifiuto: Gesù non accoglie dei discepoli, ma li sceglie.
Nel secondo caso è Gesù che chiama, ma il chiamato chiede una dilazione di tempo, per poter seppellire il padre, dovere essenziale riconosciuto da tutti. La risposta di Gesù non è un rifiuto, ma è un no categorico alla pretesa di anteporre qualsiasi cosa, anche la più sacrosanta, alla sequela, identificata qui con l’annuncio del Regno: non si può accogliere la vita e rimanere nel mondo dei morti.
Il terzo caso è più grave dei primi due: un uomo intende seguire Gesù, ma alla condizione di potersi congedare dai suoi (la stessa cosa ottenne Eliseo da Elia, 1 re 19,20). Gesù rifiuta. L’immagine dell’aratro è significativa: per tracciare diritto il solco non bisogna guardare indietro, ma in avanti, verso il punto di arrivo. Così accade nella vita cristiana, come anche ricorda Paolo: Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Gesù chiede a tutti i cristiani un distacco. Ormai siamo nel tempo in cui «quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana … se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5).
Il distacco che Gesù chiede è in vista di questa vita nuova. Gesù ha esposto con franchezza le esigenze della sua sequela, valide per tutti i cristiani. Come rispondere alla chiamata che nasce dal suo amore per noi? Con l’amore: amando Gesù al di sopra di tutto, più di ogni altro nostro amore (cf. Mt 10,37), e attraverso di lui gli altri, anche i nostri nemici. Ma per fare questo occorre considerare il Signore Gesù come il tesoro prezioso della nostra vita (cf. Mt 13,44) e ritenere che valga la pena vivere come lui ha vissuto. Del resto, lui lo ha detto chiaramente: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9,24).
Dunque non si devono leggere le parole di Gesù come parole non umane, ma come il fondamento di ogni relazione umana. Mettere Gesù al primo posto è la base per ritrovare in lui ogni affetto della nostra vita.

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