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HomeRubricheRisponde il teologoSe Dio non è maschio o femmina possiamo chiamarlo anche Madre?

Se Dio non è maschio o femmina possiamo chiamarlo anche Madre?

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Papa Francesco, nel suo discorso a Firenze, ha invitato la Chiesa ad essere «mamma». Un invito che mi è piaciuto tantissimo, e mi ha fatto tornare in mente le affermazioni di papa Giovanni Paolo I sulla «maternità» di Dio. Mi è tornata in mente una mia vecchia curiosità: ma Dio è maschio o femmina? Nessuna delle due, o forse tutte e due? Me lo chiese un bambino quando insegnavo catechismo, e mi mise in imbarazzo. Grazie se vorrete rispondere a questa mia domanda.

Enrica Pieri

Dio per fortuna non è né maschio né femmina, perché è spirito. La mascolinità e la femminilità sono caratteristiche del corpo e non dello spirito, Dio perciò non rientra in questa discussione prettamente umana.

Come dice il «Tantum ergo»: …Genitori Genito-que laus et iubilatio… Dio è Genitore e Generato, e quindi prescinde da una classificazione sessista. Di per sé Dio non è né padre né madre ma è Genitore.

Possiamo tuttavia attribuire a Dio il nome di padre o il nome di madre? Sì lo possiamo, perché per noi è impossibile parlare di Dio in modo proprio e assoluto come egli è, ma lo descriviamo secondo le nostre categorie umane, perché non possediamo concetti e parole che lo possano esprimere nella sua natura. E dal momento che è Dio anche il Generato, possiamo dire che Dio è figlio.

I teologi ci dicono che il nostro linguaggio per parlare di Dio è «analogico» cioè in parte afferma il vero e in parte no, ma non dice il falso bensì il diverso. Quando dico che Dio è forte come un leone, di per sé sarebbe una bestemmia, ma la lettrice comprende che non voglio attribuire a Dio la forza del leone materiale, ovviamente. Il leone però per noi umani è l’immagine metaforica del concetto di forza assoluta, di onnipotenza, ed è questa che noi vogliamo attribuire a Dio, dal momento che non abbiamo un concetto che lo possa enunciare perfettamente e con esattezza.

«Dio è misericordioso come San Francesco si prendeva cura dei lebbrosi», questa è una analogia che ci fa capire il significato di «misericordia» attribuibile a Dio tramite l’esemplificazione di San Francesco, ma è chiaro che la misericordia di Dio è di tutt’altro livello, sebbene non diversa.

Così quando Gesù parla del Padre vuol dire di Dio che è genitore ed evidenziare quelle caratteristiche che sono di un padre, come Giovanni Paolo I dicendo che Dio è Mamma vuol indicare in Dio quelle caratteristiche che una madre ha verso i suoi figli, che sono differenti da quelle di un padre. Dico un assurdo: qualcuno potrebbe dire che Dio è nonno, nel caso non avesse mai conosciuto i suoi genitori e fosse stato allevato dai nonni, non avendo altri termini di paragone, l’amore e la cura ricevuta dai nonni sarebbero per lui i parametri per spiegare l’essere amorevole di Dio, e non sarebbe in errore.

Il modo di parlare su Dio, come lo dice la lettrice, in termini esatti è un parlare «antropomorfico» ossia di coloro che pensano che Dio non sia diverso dagli uomini, ed è evidente allora che sorgono tutti gli equivoci, le difficoltà e l’incapacità di capire Dio, perché un Dio come uomo farebbe ridere. Già Senofane nel 500 A.C. criticava questo modo di parlare degli dèi: se le scimmie potessero dipingere farebbero i loro dèi come le scimmie…

Dio è l’essere di cui non abbiamo un linguaggio consono ad esprimerlo, perciò dobbiamo fare attenzione per non cadere nelle sciocchezze. A Dio possiamo attribuire tante caratteristiche: buono, vivo, intelligente, pietoso, giusto, ecc. ma dobbiamo distinguere tra il concetto assoluto che di lui viene detto, dalle cose o dai fatti da cui noi lo apprendiamo, così certamente Dio ci ama sia come un padre sia come una madre, perché l’amore di Dio è molto più grande di quello che è possibile per noi esemplificare con immagini così piccole, solo che con padre vogliamo indicare in Lui, per esempio, l’autorevolezza, e con madre vogliamo indicare, per esempio, la tenerezza.

Dunque da sempre a Dio, per il fatto che non possiamo parlare di Lui adeguatamente, l’umanità ha dato titoli belli e buoni, che nella vita umana sono appresi da cose e da fatti semplici ed umili, ma il significato proprio e in sé di quei titoli, una volta slegato dagli esempi materiali, è attribuibile a Dio in modo infinito. Così il nostro parlare non cade nell’antropomorfismo e neppure nel dire il falso, ma è il modo umile che per noi creature è possibile usare per descrivere il nostro Creatore. Dio, perciò, è padre, è madre, è giudice, è salvatore, è servitore, ecc. tutte queste parole hanno un significato in sé: ecco quel significato è attribuile a Dio perché il suo essere possiede tutti quei titoli in modo infinito e unitario, che noi però esprimiamo con molte parole e povere di contenuto, ma non in modo falso.

Athos Turchi

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Enrica Pieri

Dio per fortuna non è né maschio né femmina, perché è spirito. La mascolinità e la femminilità sono caratteristiche del corpo e non dello spirito, Dio perciò non rientra in questa discussione prettamente umana.

Come dice il «Tantum ergo»: …Genitori Genito-que laus et iubilatio… Dio è Genitore e Generato, e quindi prescinde da una classificazione sessista. Di per sé Dio non è né padre né madre ma è Genitore.

Possiamo tuttavia attribuire a Dio il nome di padre o il nome di madre? Sì lo possiamo, perché per noi è impossibile parlare di Dio in modo proprio e assoluto come egli è, ma lo descriviamo secondo le nostre categorie umane, perché non possediamo concetti e parole che lo possano esprimere nella sua natura. E dal momento che è Dio anche il Generato, possiamo dire che Dio è figlio.

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I teologi ci dicono che il nostro linguaggio per parlare di Dio è «analogico» cioè in parte afferma il vero e in parte no, ma non dice il falso bensì il diverso. Quando dico che Dio è forte come un leone, di per sé sarebbe una bestemmia, ma la lettrice comprende che non voglio attribuire a Dio la forza del leone materiale, ovviamente. Il leone però per noi umani è l’immagine metaforica del concetto di forza assoluta, di onnipotenza, ed è questa che noi vogliamo attribuire a Dio, dal momento che non abbiamo un concetto che lo possa enunciare perfettamente e con esattezza.

«Dio è misericordioso come San Francesco si prendeva cura dei lebbrosi», questa è una analogia che ci fa capire il significato di «misericordia» attribuibile a Dio tramite l’esemplificazione di San Francesco, ma è chiaro che la misericordia di Dio è di tutt’altro livello, sebbene non diversa.

Così quando Gesù parla del Padre vuol dire di Dio che è genitore ed evidenziare quelle caratteristiche che sono di un padre, come Giovanni Paolo I dicendo che Dio è Mamma vuol indicare in Dio quelle caratteristiche che una madre ha verso i suoi figli, che sono differenti da quelle di un padre. Dico un assurdo: qualcuno potrebbe dire che Dio è nonno, nel caso non avesse mai conosciuto i suoi genitori e fosse stato allevato dai nonni, non avendo altri termini di paragone, l’amore e la cura ricevuta dai nonni sarebbero per lui i parametri per spiegare l’essere amorevole di Dio, e non sarebbe in errore.

Il modo di parlare su Dio, come lo dice la lettrice, in termini esatti è un parlare «antropomorfico» ossia di coloro che pensano che Dio non sia diverso dagli uomini, ed è evidente allora che sorgono tutti gli equivoci, le difficoltà e l’incapacità di capire Dio, perché un Dio come uomo farebbe ridere. Già Senofane nel 500 A.C. criticava questo modo di parlare degli dèi: se le scimmie potessero dipingere farebbero i loro dèi come le scimmie…

Dio è l’essere di cui non abbiamo un linguaggio consono ad esprimerlo, perciò dobbiamo fare attenzione per non cadere nelle sciocchezze. A Dio possiamo attribuire tante caratteristiche: buono, vivo, intelligente, pietoso, giusto, ecc. ma dobbiamo distinguere tra il concetto assoluto che di lui viene detto, dalle cose o dai fatti da cui noi lo apprendiamo, così certamente Dio ci ama sia come un padre sia come una madre, perché l’amore di Dio è molto più grande di quello che è possibile per noi esemplificare con immagini così piccole, solo che con padre vogliamo indicare in Lui, per esempio, l’autorevolezza, e con madre vogliamo indicare, per esempio, la tenerezza.

Dunque da sempre a Dio, per il fatto che non possiamo parlare di Lui adeguatamente, l’umanità ha dato titoli belli e buoni, che nella vita umana sono appresi da cose e da fatti semplici ed umili, ma il significato proprio e in sé di quei titoli, una volta slegato dagli esempi materiali, è attribuibile a Dio in modo infinito. Così il nostro parlare non cade nell’antropomorfismo e neppure nel dire il falso, ma è il modo umile che per noi creature è possibile usare per descrivere il nostro Creatore. Dio, perciò, è padre, è madre, è giudice, è salvatore, è servitore, ecc. tutte queste parole hanno un significato in sé: ecco quel significato è attribuile a Dio perché il suo essere possiede tutti quei titoli in modo infinito e unitario, che noi però esprimiamo con molte parole e povere di contenuto, ma non in modo falso.

Athos Turchi

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