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Se Dio è amore, perché esiste l’inferno? La risposta è nella libertà dell’uomo

Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica

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Se Dio ama gli uomini, permette davvero che alcuni suoi figli vengano puniti atrocemente per l’eternità? Alla domanda del nostro lettore risponde don Francesco Vermigli, docente di teologia dogmatica: l’amore può essere accettato o rifiutato. L’uomo esercita la propria libertà, che può anche avere la conseguenza di allontanarlo per sempre da Dio quando questo rifiuto è compiuto in maniera volontaria e consapevole.

Ho letto diverse cose sull’inferno: qualcuno dice che non esiste, qualcuno dice che è vuoto… Nella tradizione cattolica però ci sono molte descrizioni, e diversi mistici raccontano di averne avuto visione. La mia domanda è: se Dio ama gli uomini, permette davvero che alcuni suoi figli vengano puniti atrocemente per l’eternità?

Alessio Coppetti

La questione che pone Alessio Coppetti è capitale. Egli non si chiede che cosa sia l’Inferno o che cosa si deve pensare della condizione dei dannati: ancora prima si chiede perché esiste l’Inferno. E se lo domanda a partire da un’affermazione teologica certa: l’identità più profonda, la qualifica più radicale del Dio cristiano come Dio Amore (cfr. 1Gv 4,8.16). Si potrebbe dunque riformulare in questi termini la domanda: se Dio è Amore, perché l’Inferno?
Prima ancora di rispondere alla domanda, è necessario sgombrare il campo dall’ipotesi dell’inesistenza dell’inferno, a cui allude la stessa lettera giunta alla redazione. Ricordiamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 1033-1037 si pone come l’ultimo anello di una lunga catena di agganci evangelici (Mt 13,42; Mt 25,41), di dichiarazioni del Magistero, di preghiera liturgica della Chiesa convergenti attorno alla fede nell’esistenza di una condizione di eterna separazione da Dio per i dannati.
Dunque, rispondere alla domanda «perché esiste l’Inferno se Dio è Amore?» deve essere capace di tenere assieme due affermazioni di fede: l’esistenza dell’inferno, di fronte a un Dio che viene creduto come lo stesso perfetto Amore. Forse la stessa qualifica di Dio come Amore può condurci a risolvere quest’impasse teologica.
Quando usiamo la categoria di «amore», dobbiamo ricordare che essa conduce con sé un corollario necessario: l’idea di «libertà». Non c’è amore senza libertà; per cui dove manca la libertà, non potrà mai esserci l’amore. L’amore può essere dunque accettato o rifiutato: in entrambi i casi l’uomo esercita la libertà, facoltà che attiene alla propria più concreta esistenza.
Ma quando la libertà viene applicata all’offerta di Amore di Dio, essa ha un peso inimmaginabile, è un atto umano grandioso; anzi è l’atto umano per eccellenza, perché riguarda la salvezza e la vita eterna, la stessa vita divina.
Dio ama liberamente l’uomo e chiede che liberamente l’uomo corrisponda a quest’offerta di amore. Negare che vi possa essere una separazione da Dio per l’eternità per colui che abbia rifiutato Dio volontariamente e consapevolmente (cioè in pienezza), verrebbe a colpire la serietà dell’atto umano più grande che possa essere compiuto.
V’è un ultimo passo da compiere, per quanto lo facciamo con trepidazione. L’amore, è vero, implica la libertà di colui che è destinatario dell’offerta di amore; ma la risposta non lascia indifferente colui che ama.
Amare significa lasciare liberi e lasciare liberi di subire le conseguenze del rifiuto; ma amare significa anche attendere la risposta dell’amato, desiderarla con tutto il cuore. Possiamo dunque ipotizzare che il Dio Amore non resti indifferente al rifiuto volontario e consapevole della sua offerta di salvezza? Proviamo a balbettare qualcosa, dicendo: questo mistero è grande (cfr. Ef 5,32); solo Dio stesso nella sua vita più intima lo sa e, forse, vive la sofferenza eterna per il rifiuto pieno della sua offerta di salvezza.

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica

  

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Se Dio ama gli uomini, permette davvero che alcuni suoi figli vengano puniti atrocemente per l’eternità? Alla domanda del nostro lettore risponde don Francesco Vermigli, docente di teologia dogmatica: l’amore può essere accettato o rifiutato. L’uomo esercita la propria libertà, che può anche avere la conseguenza di allontanarlo per sempre da Dio quando questo rifiuto è compiuto in maniera volontaria e consapevole.

Ho letto diverse cose sull’inferno: qualcuno dice che non esiste, qualcuno dice che è vuoto… Nella tradizione cattolica però ci sono molte descrizioni, e diversi mistici raccontano di averne avuto visione. La mia domanda è: se Dio ama gli uomini, permette davvero che alcuni suoi figli vengano puniti atrocemente per l’eternità?

Alessio Coppetti

La questione che pone Alessio Coppetti è capitale. Egli non si chiede che cosa sia l’Inferno o che cosa si deve pensare della condizione dei dannati: ancora prima si chiede perché esiste l’Inferno. E se lo domanda a partire da un’affermazione teologica certa: l’identità più profonda, la qualifica più radicale del Dio cristiano come Dio Amore (cfr. 1Gv 4,8.16). Si potrebbe dunque riformulare in questi termini la domanda: se Dio è Amore, perché l’Inferno?
Prima ancora di rispondere alla domanda, è necessario sgombrare il campo dall’ipotesi dell’inesistenza dell’inferno, a cui allude la stessa lettera giunta alla redazione. Ricordiamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 1033-1037 si pone come l’ultimo anello di una lunga catena di agganci evangelici (Mt 13,42; Mt 25,41), di dichiarazioni del Magistero, di preghiera liturgica della Chiesa convergenti attorno alla fede nell’esistenza di una condizione di eterna separazione da Dio per i dannati.
Dunque, rispondere alla domanda «perché esiste l’Inferno se Dio è Amore?» deve essere capace di tenere assieme due affermazioni di fede: l’esistenza dell’inferno, di fronte a un Dio che viene creduto come lo stesso perfetto Amore. Forse la stessa qualifica di Dio come Amore può condurci a risolvere quest’impasse teologica.
Quando usiamo la categoria di «amore», dobbiamo ricordare che essa conduce con sé un corollario necessario: l’idea di «libertà». Non c’è amore senza libertà; per cui dove manca la libertà, non potrà mai esserci l’amore. L’amore può essere dunque accettato o rifiutato: in entrambi i casi l’uomo esercita la libertà, facoltà che attiene alla propria più concreta esistenza.
Ma quando la libertà viene applicata all’offerta di Amore di Dio, essa ha un peso inimmaginabile, è un atto umano grandioso; anzi è l’atto umano per eccellenza, perché riguarda la salvezza e la vita eterna, la stessa vita divina.
Dio ama liberamente l’uomo e chiede che liberamente l’uomo corrisponda a quest’offerta di amore. Negare che vi possa essere una separazione da Dio per l’eternità per colui che abbia rifiutato Dio volontariamente e consapevolmente (cioè in pienezza), verrebbe a colpire la serietà dell’atto umano più grande che possa essere compiuto.
V’è un ultimo passo da compiere, per quanto lo facciamo con trepidazione. L’amore, è vero, implica la libertà di colui che è destinatario dell’offerta di amore; ma la risposta non lascia indifferente colui che ama.
Amare significa lasciare liberi e lasciare liberi di subire le conseguenze del rifiuto; ma amare significa anche attendere la risposta dell’amato, desiderarla con tutto il cuore. Possiamo dunque ipotizzare che il Dio Amore non resti indifferente al rifiuto volontario e consapevole della sua offerta di salvezza? Proviamo a balbettare qualcosa, dicendo: questo mistero è grande (cfr. Ef 5,32); solo Dio stesso nella sua vita più intima lo sa e, forse, vive la sofferenza eterna per il rifiuto pieno della sua offerta di salvezza.

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