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Se Dio (che conosce il futuro) sa già che sbaglieremo, perché ci mette alla prova?

La prescienza di Dio limita la nostra libertà?

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Un lettore ci ripropone una domanda che ritorna spesso nella riflessione filosofica e teologica: la prescienza di Dio limita la nostra libertà? Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho una domanda per la quale le risposte datemi, ancora non mi convincono. Ecco: Dio onnipotente, onnisciente, non vive nel passato o presente come noi ma sa tutto: passato, presente e futuro.. Detto in termini «brutali», e mi scuso, Dio sa già come mi comporterò, quando e come sbaglierò e dove finirò alla fine della mia vita. Un esempio: due squadre di calcio che giocano a pallone, ma l’arbitro, diciamo, sa già tutto, azioni falli e risultato finale. Esteso a tutti quanti, Dio sa già quanti, quali e chi si salverà. Che senso ha allora mandare apparizioni e Madonne se già sa il risultato? Mi scuso se sono stato prolisso e spero di essere stato chiaro, grazie per la risposta.

Gianni Pellegrini

Il lettore si pone una questione che in effetti ritorna spesso perché è un reale quesito sul senso della propria vita. Se fossimo già programmati… che senso avrebbe impegnarci a vivere in un modo o nell’altro? Il salmo 138 è un testo splendido su quanto Dio sa di noi: prima che io nascessi già conosci tutta la mia vita.

Intanto si abbia accortezza di una cosa: sapere non vuol dire influire o causare. Io sono all’angolo di strada e vedo arrivare da un lato e dall’altro due auto e so che sbatteranno, ma non sono io la causa, se posso faccio cenno a una delle due di fermarsi, così posso influire a che il fatto non accada.

Noi cristiani riteniamo che Dio sia «Creatore» di tutto e di noi stessi. Ora creare non vuol dire emanare come l’acqua emana dalla sorgente o come la lava da un vulcano. Se fosse così non potremmo risolvere i dubbi del lettore, perché è chiaro che Dio sarebbe la stessa cosa del bosco, del mare, di te, di me, come l’acqua del bicchiere è la medesima che è nella sorgente.

Creare vuol dire che Dio fa cose diverse da se stesso e siccome sono diverse hanno una loro «autonomia», cioè sono relativamente indipendenti e libere nel loro esistere come cose create. Questo punto è molto importante, perché se non fossimo autonomi dall’Essere di Dio ora non potremmo farci queste domande. Il prete partecipa del sacerdozio del vescovo, ma ne è autonomo nello svolgimento delle sue funzioni sacerdotali, così l’uomo attua la vita in modo proprio rispetto a Dio. Essere autonomi vuol dire siamo di un’altra pasta di Dio, nonostante partecipiamo del suo essere, e questo lo sappiamo dal fatto che l’uomo «fa il male», cosa che Dio non può fare perché il male è un atto contrario a Dio stesso. Infatti Gesù è stato uguale agli uomini in tutto eccetto che nel peccato che non poteva fare (Eb. 4,15). Il peccato mostra così che l’uomo è «diverso» da Dio ed è autonomo nel vivere.

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Possiamo ora rispondere al lettore. Dio conosce tutta la nostra vita e sa bene che Adamo ed Eva, che Lui stesso aveva creato, avrebbero peccato, e li aveva anche avvisati di non mangiare dell’albero. Anzi siccome sapeva che avrebbero peccato li aveva messi in guardia lui di persona, dato che la Madonna o altri santi ancora non c’erano. Se Adamo ed Eva fossero rimasti tranquilli nel bene non ci sarebbe stato bisogno né di salvezza, né di croci, nè di angeli, né di apparizioni ecc. Dio, insomma, attua una storia di salvezza molto complessa perché l’uomo non cada nel male o per liberarlo dal male. Male che è poi ciò che l’uomo sembra fare meglio e che determina tutta la storia umana. Questa presenza del male ci fa capire quanto siamo diversi da Dio e quanto è grande lo sforzo di Dio di ricondurci a sé.

Certamente Dio sa che cosa ci capiterà e quello che ci succederà ed è per questo che tenta in tutti i modi di liberarci dal male: con i profeti, con il suo Figlio, con la Madre sua, con l’angelo custode, con la Chiesa… Si pensi al profeta Giona inviato a Ninive per salvarla dalla distruzione, e Ninive gli credette e si salvò. Dio lo sapeva? Certo! ed è per questo che mandò Giona, il quale fu strumento di quella salvezza. Quindi Giona non fu inutile, perché è vero che Dio sapeva che Ninive si sarebbe salvata, ma solo grazie all’azione di Giona. E così sapeva che Adamo ed Eva avrebbero mangiato dell’albero, ma li ha avvisati proprio perché non succedesse e non avessero appigli per dire: non ci avevi avvertito.

Il problema quindi delle apparizioni e degli interventi di Dio sta proprio a dimostrare che l’uomo è libero nel suo agire e se anche Dio sa tutto, proprio per questo cerca di far sì che quello che è male non accada. Si può solo dire che Dio per un suo misterioso disegno non ha paura del male delle sue creature, e che ritiene la loro esistenza più importante del male che possono fare perché a questo il Figlio ha posto rimedio e ce lo offre quotidianamente nel cammino della nostra vita.

Athos Turchi

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Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
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Un lettore ci ripropone una domanda che ritorna spesso nella riflessione filosofica e teologica: la prescienza di Dio limita la nostra libertà? Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho una domanda per la quale le risposte datemi, ancora non mi convincono. Ecco: Dio onnipotente, onnisciente, non vive nel passato o presente come noi ma sa tutto: passato, presente e futuro.. Detto in termini «brutali», e mi scuso, Dio sa già come mi comporterò, quando e come sbaglierò e dove finirò alla fine della mia vita. Un esempio: due squadre di calcio che giocano a pallone, ma l’arbitro, diciamo, sa già tutto, azioni falli e risultato finale. Esteso a tutti quanti, Dio sa già quanti, quali e chi si salverà. Che senso ha allora mandare apparizioni e Madonne se già sa il risultato? Mi scuso se sono stato prolisso e spero di essere stato chiaro, grazie per la risposta.

Gianni Pellegrini

Il lettore si pone una questione che in effetti ritorna spesso perché è un reale quesito sul senso della propria vita. Se fossimo già programmati… che senso avrebbe impegnarci a vivere in un modo o nell’altro? Il salmo 138 è un testo splendido su quanto Dio sa di noi: prima che io nascessi già conosci tutta la mia vita.

Intanto si abbia accortezza di una cosa: sapere non vuol dire influire o causare. Io sono all’angolo di strada e vedo arrivare da un lato e dall’altro due auto e so che sbatteranno, ma non sono io la causa, se posso faccio cenno a una delle due di fermarsi, così posso influire a che il fatto non accada.

Noi cristiani riteniamo che Dio sia «Creatore» di tutto e di noi stessi. Ora creare non vuol dire emanare come l’acqua emana dalla sorgente o come la lava da un vulcano. Se fosse così non potremmo risolvere i dubbi del lettore, perché è chiaro che Dio sarebbe la stessa cosa del bosco, del mare, di te, di me, come l’acqua del bicchiere è la medesima che è nella sorgente.

Creare vuol dire che Dio fa cose diverse da se stesso e siccome sono diverse hanno una loro «autonomia», cioè sono relativamente indipendenti e libere nel loro esistere come cose create. Questo punto è molto importante, perché se non fossimo autonomi dall’Essere di Dio ora non potremmo farci queste domande. Il prete partecipa del sacerdozio del vescovo, ma ne è autonomo nello svolgimento delle sue funzioni sacerdotali, così l’uomo attua la vita in modo proprio rispetto a Dio. Essere autonomi vuol dire siamo di un’altra pasta di Dio, nonostante partecipiamo del suo essere, e questo lo sappiamo dal fatto che l’uomo «fa il male», cosa che Dio non può fare perché il male è un atto contrario a Dio stesso. Infatti Gesù è stato uguale agli uomini in tutto eccetto che nel peccato che non poteva fare (Eb. 4,15). Il peccato mostra così che l’uomo è «diverso» da Dio ed è autonomo nel vivere.

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Possiamo ora rispondere al lettore. Dio conosce tutta la nostra vita e sa bene che Adamo ed Eva, che Lui stesso aveva creato, avrebbero peccato, e li aveva anche avvisati di non mangiare dell’albero. Anzi siccome sapeva che avrebbero peccato li aveva messi in guardia lui di persona, dato che la Madonna o altri santi ancora non c’erano. Se Adamo ed Eva fossero rimasti tranquilli nel bene non ci sarebbe stato bisogno né di salvezza, né di croci, nè di angeli, né di apparizioni ecc. Dio, insomma, attua una storia di salvezza molto complessa perché l’uomo non cada nel male o per liberarlo dal male. Male che è poi ciò che l’uomo sembra fare meglio e che determina tutta la storia umana. Questa presenza del male ci fa capire quanto siamo diversi da Dio e quanto è grande lo sforzo di Dio di ricondurci a sé.

Certamente Dio sa che cosa ci capiterà e quello che ci succederà ed è per questo che tenta in tutti i modi di liberarci dal male: con i profeti, con il suo Figlio, con la Madre sua, con l’angelo custode, con la Chiesa… Si pensi al profeta Giona inviato a Ninive per salvarla dalla distruzione, e Ninive gli credette e si salvò. Dio lo sapeva? Certo! ed è per questo che mandò Giona, il quale fu strumento di quella salvezza. Quindi Giona non fu inutile, perché è vero che Dio sapeva che Ninive si sarebbe salvata, ma solo grazie all’azione di Giona. E così sapeva che Adamo ed Eva avrebbero mangiato dell’albero, ma li ha avvisati proprio perché non succedesse e non avessero appigli per dire: non ci avevi avvertito.

Il problema quindi delle apparizioni e degli interventi di Dio sta proprio a dimostrare che l’uomo è libero nel suo agire e se anche Dio sa tutto, proprio per questo cerca di far sì che quello che è male non accada. Si può solo dire che Dio per un suo misterioso disegno non ha paura del male delle sue creature, e che ritiene la loro esistenza più importante del male che possono fare perché a questo il Figlio ha posto rimedio e ce lo offre quotidianamente nel cammino della nostra vita.

Athos Turchi

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