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Salmo 137: Chitarre e sfracelli

Un Salmo censurato

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di: Giovanni Giavini
Un Salmo censurato

Dopo vari Salmi abbastanza facili, ne affrontiamo uno fortissimo e sconvolgente, tanto che viene censurato nelle preghiere di clero e laici oggi. Come di solito, innanzitutto cerchiamo chi parla lì e la risposta è molto chiara: un ebreo prima di Cristo (forse anche levita) parla anche con e per la sua comunità nel ricordo dell’esilio a Babilonia, avvenuto tra il 597 e il 538 a.C. Occorre quindi un po’ di storia e di geografia.

Dopo tentativi di accordo politico con il regno di Giuda e la sua casa regnante, il grande re Nabucodònosor (o Nabucco) assedia varie volte Gerusalemme-Sion e infine la conquista, la semidistrugge, abbatte il tempio di JHWH, massacra un po’ di gente e altra ne deporta in schiavitù a Babilonia (anni tra il 597 e il 586).

Babilonia era una grande e magnifica città, di circa 4 km di diametro, sulle rive dell’Eufrate e di suoi canali, al centro una zikkuràt-torre templare ampia e alta «fino al cielo», noi diremmo un “grattacielo” (anche se alta solo 30 o 40 metri); ce n’è un ricordo nella torre di Babele di Gen 11, con una splendida porta con il nome della dea Ischtar, con forse un milione di abitanti; ora è in rovina e si trova vicino all’attuale Baghdad.

A quella conquista contribuirono con ferocia gli abitanti dell’Edom, eterni nemici degli ebrei di allora e dimoranti nella regione meridionale del mar Morto; nel Salmo sono chiamati «figli di Babilonia devastatrice» (o forse già devastata) nel senso di alleati suoi.

Per gli ebrei quello fu un momento tremendo e desolante: non solo per la loro forza politica e militare ma addirittura per la loro religione e fede: anche il loro Dio sembrava ormai sconfitto e inaffidabile a confronto con gli dèi babilonesi. Tutto ciò è ben riscontrabile nella Bibbia, in particolare nei libri di Geremia e delle mirabili Lamentazioni.

A Babilonia, in una prima fase, gli esiliati vengono trattati ovviamente da nemici e schiavi; ma poi, a quanto appare anche dal Salmo, il trattamento diventa più blando e rispettoso e con qualche collaborazione reciproca: i babilonesi hanno bisogno della bravura degli ebrei per l’intensa vita commerciale sociale e artistica della capitale; d’altra parte, ai deportati conviene accettare la realtà pur nella speranza di cambiamenti e di ritorno, sostenuti da profeti come Geremia, Ezechiele e discepoli di Isaia e da una nuova fede nel Dio dei padri. Il ritorno inizierà col 537, dopo l’editto di Ciro re dei persiani subentrati ai babilonesi.

Il Salmo nel suo contesto originale

È in quel contesto che si inserisce appunto il Salmo 137, che leggiamo ancora nell’ultima versione della CEI.

Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni i nostri oppressori: Cantateci i canti di Sion! La proposta ovviamente comportava qualche vantaggio materiale, un compenso economico, un alleggerimento della schiavitù o della prigionia, si suppone pure che quei canti fossero belli e gioiosi. Ma per quegli ebrei tale proposta sembrava un invito a dimenticare sciagure e fede, a rompere con le loro tradizioni religiose e popolari.

Ecco allora la risposta: Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se mi dimentico di te, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia. La risposta esprime quindi un amore al Signore e alla propria comunità davvero forte, cordiale, decisa anche a fare sacrifici. Forse si può intravvedere anche qualche lineetta di esagerazione; ma quell’amore rimane davvero sorprendente. Fosse così anche per noi, per la nostra Chiesa, per il bene dell’uomo d’oggi!

La legge del taglione superata due volte

Eccoci però alla conclusione impressionante e, appunto, censurata perché illeggibile per noi dopo Cristo: Ricordati, Signore, dei figli di Edom che nel giorno di Gerusalemme dicevano: «Spogliatela, spogliatela fino alle fondamenta»! Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto; beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra!

Sullo sfondo è evidente la famosa legge del taglione (occhio per occhio… vita per vita), ma addirittura superata nella sua severità: essa infatti tendeva, per il suo antico ambiente, a eliminare la vendetta esagerata, quella del mille vite per una vita (come succedeva spesso allora – solo allora?). Invece, in questo Salmo proprio tale selvaggia vendetta è invocata dal Signore non solo, come in altri testi, contro potenze nemiche ma addirittura su piccoli innocenti (!) come segno della sua vittoria su quei feroci nemici e del suo amore per Israele.

Vien da chiederci come Gesù abbia cantato questo Salmo in qualche sinagoga del suo tempo… Probabilmente chiudeva la sua bocca. Non così i suoi connazionali: come forse Giovanni Battista, che invocava fuoco e scure alle radici degli alberi cattivi, e come, almeno per un po’ di tempo, gli stessi discepoli di Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e consumi le città dei Samaritani che non ti hanno ricevuto? Gesù li rimproverò» (Luca 9,51-55).

Certo anche Gesù a volte era severo, ma non vendicativo nemmeno nei limiti della legge del taglione: «Amate anche i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia, benedite chi vi maledice, pregate per chi vi fa del male» (Luca 6,27-30; Matteo 5,43-45). Già nell’Antico Testamento ci furono inviti a moderare la legge del taglione, ma Gesù va ben oltre.

Gesù ebreo, ma…

Insomma Gesù era certamente un ebreo, ma molto a modo suo. Per nostra fortuna e grazia, ma anche come vero maestro di vita nuova (che è come quella che noi viviamo oggi?… O non dobbiamo ancora camminare molto dietro a lui?). Per Gesù, infatti, Dio è anche un Padre che fa sorgere il sole e manda la pioggia anche sugli ingiusti; per Gesù il regno di Dio – possiamo così descriverlo – è quel tipo di vita dove quel Dio Padre regna, al posto del peccato, della morte, dell’odio, dell’egoismo e del dio mammona, del potere assoluto e dittatoriale: sono queste, casomai, le realtà da sfracellare sulla pietra… per quanto possibile quaggiù. Che lui ci aiuti con il suo Spirito e la sua Parola. E aiuti anche Israele e tanti altri popoli di oggi, a cominciare dal nostro.

Con questo animo e con questo nuovo Spirito possiamo anche far nostra almeno la sostanza buona del Salmo 137.

Da ultimo: operiamo un rapido confronto tra il Salmo 137 e il famosissimo e stupendo “Va’ pensiero” di G. Verdi: ambedue cantabili con le “chitarre” o le “arpe” del cuore.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Salmo 137: Chitarre e sfracelli

Un Salmo censurato

  

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Un Salmo censurato

Dopo vari Salmi abbastanza facili, ne affrontiamo uno fortissimo e sconvolgente, tanto che viene censurato nelle preghiere di clero e laici oggi. Come di solito, innanzitutto cerchiamo chi parla lì e la risposta è molto chiara: un ebreo prima di Cristo (forse anche levita) parla anche con e per la sua comunità nel ricordo dell’esilio a Babilonia, avvenuto tra il 597 e il 538 a.C. Occorre quindi un po’ di storia e di geografia.

Dopo tentativi di accordo politico con il regno di Giuda e la sua casa regnante, il grande re Nabucodònosor (o Nabucco) assedia varie volte Gerusalemme-Sion e infine la conquista, la semidistrugge, abbatte il tempio di JHWH, massacra un po’ di gente e altra ne deporta in schiavitù a Babilonia (anni tra il 597 e il 586).

Babilonia era una grande e magnifica città, di circa 4 km di diametro, sulle rive dell’Eufrate e di suoi canali, al centro una zikkuràt-torre templare ampia e alta «fino al cielo», noi diremmo un “grattacielo” (anche se alta solo 30 o 40 metri); ce n’è un ricordo nella torre di Babele di Gen 11, con una splendida porta con il nome della dea Ischtar, con forse un milione di abitanti; ora è in rovina e si trova vicino all’attuale Baghdad.

A quella conquista contribuirono con ferocia gli abitanti dell’Edom, eterni nemici degli ebrei di allora e dimoranti nella regione meridionale del mar Morto; nel Salmo sono chiamati «figli di Babilonia devastatrice» (o forse già devastata) nel senso di alleati suoi.

Per gli ebrei quello fu un momento tremendo e desolante: non solo per la loro forza politica e militare ma addirittura per la loro religione e fede: anche il loro Dio sembrava ormai sconfitto e inaffidabile a confronto con gli dèi babilonesi. Tutto ciò è ben riscontrabile nella Bibbia, in particolare nei libri di Geremia e delle mirabili Lamentazioni.

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A Babilonia, in una prima fase, gli esiliati vengono trattati ovviamente da nemici e schiavi; ma poi, a quanto appare anche dal Salmo, il trattamento diventa più blando e rispettoso e con qualche collaborazione reciproca: i babilonesi hanno bisogno della bravura degli ebrei per l’intensa vita commerciale sociale e artistica della capitale; d’altra parte, ai deportati conviene accettare la realtà pur nella speranza di cambiamenti e di ritorno, sostenuti da profeti come Geremia, Ezechiele e discepoli di Isaia e da una nuova fede nel Dio dei padri. Il ritorno inizierà col 537, dopo l’editto di Ciro re dei persiani subentrati ai babilonesi.

Il Salmo nel suo contesto originale

È in quel contesto che si inserisce appunto il Salmo 137, che leggiamo ancora nell’ultima versione della CEI.

Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni i nostri oppressori: Cantateci i canti di Sion! La proposta ovviamente comportava qualche vantaggio materiale, un compenso economico, un alleggerimento della schiavitù o della prigionia, si suppone pure che quei canti fossero belli e gioiosi. Ma per quegli ebrei tale proposta sembrava un invito a dimenticare sciagure e fede, a rompere con le loro tradizioni religiose e popolari.

Ecco allora la risposta: Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se mi dimentico di te, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia. La risposta esprime quindi un amore al Signore e alla propria comunità davvero forte, cordiale, decisa anche a fare sacrifici. Forse si può intravvedere anche qualche lineetta di esagerazione; ma quell’amore rimane davvero sorprendente. Fosse così anche per noi, per la nostra Chiesa, per il bene dell’uomo d’oggi!

La legge del taglione superata due volte

Eccoci però alla conclusione impressionante e, appunto, censurata perché illeggibile per noi dopo Cristo: Ricordati, Signore, dei figli di Edom che nel giorno di Gerusalemme dicevano: «Spogliatela, spogliatela fino alle fondamenta»! Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto; beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra!

Sullo sfondo è evidente la famosa legge del taglione (occhio per occhio… vita per vita), ma addirittura superata nella sua severità: essa infatti tendeva, per il suo antico ambiente, a eliminare la vendetta esagerata, quella del mille vite per una vita (come succedeva spesso allora – solo allora?). Invece, in questo Salmo proprio tale selvaggia vendetta è invocata dal Signore non solo, come in altri testi, contro potenze nemiche ma addirittura su piccoli innocenti (!) come segno della sua vittoria su quei feroci nemici e del suo amore per Israele.

Vien da chiederci come Gesù abbia cantato questo Salmo in qualche sinagoga del suo tempo… Probabilmente chiudeva la sua bocca. Non così i suoi connazionali: come forse Giovanni Battista, che invocava fuoco e scure alle radici degli alberi cattivi, e come, almeno per un po’ di tempo, gli stessi discepoli di Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e consumi le città dei Samaritani che non ti hanno ricevuto? Gesù li rimproverò» (Luca 9,51-55).

Certo anche Gesù a volte era severo, ma non vendicativo nemmeno nei limiti della legge del taglione: «Amate anche i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia, benedite chi vi maledice, pregate per chi vi fa del male» (Luca 6,27-30; Matteo 5,43-45). Già nell’Antico Testamento ci furono inviti a moderare la legge del taglione, ma Gesù va ben oltre.

Gesù ebreo, ma…

Insomma Gesù era certamente un ebreo, ma molto a modo suo. Per nostra fortuna e grazia, ma anche come vero maestro di vita nuova (che è come quella che noi viviamo oggi?… O non dobbiamo ancora camminare molto dietro a lui?). Per Gesù, infatti, Dio è anche un Padre che fa sorgere il sole e manda la pioggia anche sugli ingiusti; per Gesù il regno di Dio – possiamo così descriverlo – è quel tipo di vita dove quel Dio Padre regna, al posto del peccato, della morte, dell’odio, dell’egoismo e del dio mammona, del potere assoluto e dittatoriale: sono queste, casomai, le realtà da sfracellare sulla pietra… per quanto possibile quaggiù. Che lui ci aiuti con il suo Spirito e la sua Parola. E aiuti anche Israele e tanti altri popoli di oggi, a cominciare dal nostro.

Con questo animo e con questo nuovo Spirito possiamo anche far nostra almeno la sostanza buona del Salmo 137.

Da ultimo: operiamo un rapido confronto tra il Salmo 137 e il famosissimo e stupendo “Va’ pensiero” di G. Verdi: ambedue cantabili con le “chitarre” o le “arpe” del cuore.

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