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Rovesciare la prospettiva. Un’idea per le facoltà teologiche

La scissione fra sapere pratico e sapere nozionistico

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E se per ripensare la struttura della Facoltà di Teologia adottassimo una prospettiva rovesciata? La citazione del celebre volume di P. Florenskij[1] può sembrare azzardata, ma può offrirci un criterio interessante e un incoraggiamento utile di fronte alla visione offerta dal proemio di Veritatis gaudium (VG)sul quale si sono già espressi i contributi pubblicati finora nel dibattito aperto su SettimanaNews (vedi in fondo).

Immaginare cose nuove

Il mio punto di vista è quello di una dottoranda della Pontificia Università Gregoriana, impegnata in uno studio sulla teologia dell’ordine, che collabora con il Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado in qualità di tutor (figura di accompagnamento per gli studenti in ambito didattico), e che ha avuto la possibilità di partecipare ai forum organizzati dal Centro sulla recezione di Veritatis Gaudium nell’autunno 2018[2].

Da questa particolare angolazione, vorrei proporre alcune idee per concretizzare alcuni slanci del Proemio di VG. Vorrei soffermarmi in particolare sulla transdisciplinarietà. «Per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria» (VG 4), infatti, il papa stabilisce alcuni criteri; il terzo è «l’inter- e la trans-disciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione» (VG 4c).

Non mi soffermo in questa sede a esplicitare il significato di questi termini, ma provo a presentare una possibile applicazione all’interno di una facoltà teologica di un’ottica trans-disciplinare e (inevitabilmente) laboratoriale, dimensioni che ritengo fondamentali, ad esempio, per un cursus ad doctorandum.

La  scissione fra sapere pratico e sapere nozionistico

La domanda da cui affrontare la questione potrebbe essere così formulata: come si possono confrontare in una facoltà le diverse specializzazioni che la compongono? Nella facoltà teologica della Pontificia Università Gregoriana le aree di specializzazione sono suddivise in cinque dipartimenti: biblica, morale, patristica, fondamentale e dogmatica.

La teologia, nella sua storia, si è articolata in differenti tematiche che hanno generato o una specifica tematica o una accentuazione disciplinare. Le discipline teologiche si sono caratterizzate per una particolare struttura teologica e metodologica.

Se oggi uno studente che ha ottenuto un baccalaureato in teologia, sceglie un particolare dipartimento, affina le sue competenze teologiche all’interno di quelle specifiche tematiche e metodologie che individuano il suo dipartimento. Per entrare più nel dettaglio, ogni tematica di un dipartimento, presenta un trattato che caratterizza una concreta figura della teologia[3].

Tali forme di specializzazione, tuttavia, hanno rischiato e rischiano tuttora di allontanare e separare, come in una forza centrifuga, il sapere pratico dal sapere nozionistico[4]. Al di là delle intenzioni, finiamo per collocarci lontano dalle indicazioni del proemio di VG di favorire la cultura dell’incontro, che permetta di elaborare strumenti d’indagine integrativi che strutturino paradigmi d’azione. Come sembra suggerire anche il papa, bisogna forse ripensare l’architettonica e la metodica dei curricula.

Ripensare l’architettonica della teologia

Per questo citavo in apertura la necessità di una prospettiva rovesciata: l’ordine delle specializzazioni va ricompreso perché le differenti linee di fuga che esse abitano siano nell’insieme ricomprese in un quadro comune, in cui non agisca primariamente una forza centrifuga (autoreferenziale), ma una forza centripeta che porti le diverse specializzazioni a collaborare per un sapere unico e non per dividere la teologia in frammenti, incapaci di diventare produttori di cultura.

Dire «cultura» significa tuttavia dire qualcosa tutt’altro che chiaro e univoco. Ormai tradizionale è lo studio di A. Kroeber e C. Kluckhohn[5], in cui si individuano sei tipologie di definizione di cultura: descrittiva, storica, normativa, psicologica, strutturale, genetica. La mia ipotesi è che proprio queste tipologie potrebbero indicare la trama di lavoro delle aree dei dipartimenti, che si potrebbero chiamare «dipartimenti d’approccio».

Le sei definizioni di cultura, infatti, aiutano a immaginare le caratteristiche dei dipartimenti in cui articolare una facoltà teologica[6]:

  • I trattati teologici, che opererebbero nel dipartimento d’approccio descrittivo, dovrebbero nel loro ambito mostrare come gli oggetti della loro ricerca sono parte di un sistema complesso; troverebbe qui posto un corso, ad esempio, in cui descrivere gli elementi che caratterizzano la cristologia, o la trinitaria, non in modo semplicemente giustapposto ma complesso, nel senso che il focus sarebbe sull’interconnessione tra gli elementi che compongono i trattati, mostrando, ancora ad esempio, come lo studio della cristologia influisca sulla trinitaria, e viceversa. Si possono ipotizzare legami binari fra le varie discipline classiche, o molteplici. L’obiettivo è mostrare come la teologia nelle sue differenti parti è un sistema organico di pensiero, che solo in tal modo può essere a servizio della complessità della vita degli uomini e delle donne di questo tempo.
  • Il dipartimento d’approccio storico positivo sarebbe finalizzato a mostrare che, per ogni trattato teologico, l’apporto della storia è fondamentale perché umanizza il percorso di ricerca e mostra la teologia come incarnata. Trattati come patrologia ed esegesi possono interagire per mostrare l’aspetto filologico della teologia. In questo dipartimento, i trattati teologici all’interno di un corso, si organizzerebbero per mostrare le interconnessioni storiche delle loro discipline, per fornire criteri di lettura per la tradizione della Chiesa.
  • Il dipartimento d’approccio normativo avrebbe come focus lo sviluppo delle conoscenze e delle pratiche a servizio della cultura della vita, secondo la prospettiva cristiana. Potrebbero combinarsi apporti provenienti dal diritto canonico, insieme alla patrologia e all’esegesi, confluendo a ricostruire strumenti che aiutino l’umanità a vivere i tempi difficili dell’esistenza. L’obiettivo sarà quello di dare alla teologia morale una prospettiva combinata e di collaborazione inter-disciplinare.
  • Il dipartimento d’approccio psicologico combinerebbe i trattati al fine di elaborare strategie che abbiano come obiettivo il conforto, la consolazione e la rassicurazione della comunità umana. Un dipartimento che aiuti i trattati teologici, vestiti di un forte impianto razionalistico ad essere un «sapere» che accompagna le umane fatiche. Troverebbero qui un habitat fertile contributi correlati di antropologia teologica, canonistica e liturgia, ad esempio, intorno all’idea di una Chiesa come “ospedale da campo”, dove concretamente si mostri come la teologia assuma l’umano e con quali metodologie.
  • Il dipartimento d’approccio strutturale prevederebbe, invece, che le materie lavorino per individuare le logiche che strutturano le relazioni tra i soggetti intra ecclesiali ed extra ecclesiali. Vedrei qui bene almeno un corso dove diritto canonico, liturgia e pastorale collaborassero alla ricerca di prospettive che regolino i rapporti, non solo pratici ma anche teologici, tra i soggetti del popolo di Dio e tutto ciò che comporta l’extra ecclesiale, come le relazioni inter-confessionali.
  • Il dipartimento d’approccio genetico, infine, si occuperebbe di individuare i paradigmi e i simboli, le dinamiche e le procedure che sono state generate da un lato nella tradizione della Chiesa, e che si generano, d’altro lato, nella cultura contemporanea. Contributi provenienti dall’ecclesiologia, dalla patrologia e dalla liturgia potrebbero qui sviluppare una ricerca sull’ambito simbolico. Potrebbe essere un dipartimento che collabora anche con facoltà altre, rispetto a quella teologica, come beni culturali, filosofia e scienze sociali. In realtà se ogni dipartimento d’approccio si struttura e si organizza affinando il proprio ambito di lavoro, spontaneamente chiederà la collaborazione di facoltà altre rispetto a quella di teologia.
La forza dell’intuizione

Sono consapevole che una proposta così articolata potrebbe suscitare l’impressione di una realtà irrealizzabile, in cui il carico di lavoro implicato sarebbe molto oneroso. Sono altrettanto consapevole che si tratti di un’intuizione appena abbozzata che abbisognerebbe di molte correzioni e integrazioni.

Ritengo, tuttavia, che sia questo il tempo di idee e stimoli creativi che tentino di servire la causa della riforma indicata non solo da papa Francesco, per la quale è necessario il lavoro di tutti.

Veritatis gaudium – Cf. SettimanaNews

L. Prezzi, Intervista a mons. Zani

M. Neri, Sugli studi ecclesiastici

M. Ronconi, Cominciare da piccole cose

B. Kranemann, Veritatis gaudium alla prova

V. Rosito, Il laboratorio come categoria teologica


[1] P. Florenskij, La prospettiva rovesciata e altri scritti, N. Misler, ed., Gangemi Editore, Roma 1990.

[2] Cfr. Il Regno Attualità 4(2019), 89-90.

[3] Cfr. Bof, Giampiero, «Teologia» in Bof, Giampiero – Barbaglio, Giuseppe – Dianich, Severino, Teologia. Dizionari San Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo (CN) 2002, 1661.

[4] Cfr. S. Morra – M. Ronconi, Incantare le sirene, 21.

[5] Cfr. A. Kroeber  – C. Kluckhohn, Il concetto di cultura, Il Mulino, Bologna 1972, 79-153.

[6] Se consideriamo come sono strutturati i dipartimenti della Pontificia Università Gregoriana, ci sono tre tipologie di corso (propricomuniopzionali). In più, come alternativa alla modalità del corso, letture guidate e seminari. La possibilità per uno studente di avere una formazione più interdisciplinare è data dalla presenza dei corsi comuni a diversi dipartimenti e dei corsi opzionali, cioè a scelta dello studente, proposti da diverse facoltà. La nostra proposta dei sei dipartimenti si muove quindi su un piano descrittivo degli obiettivi  generali che un dipartimento dovrebbe avere e non pone ancora una eventuale nuova strutturazione di corsi. Il linguaggio risulta pertanto, approssimativo.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Rovesciare la prospettiva. Un’idea per le facoltà teologiche

La scissione fra sapere pratico e sapere nozionistico

  

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E se per ripensare la struttura della Facoltà di Teologia adottassimo una prospettiva rovesciata? La citazione del celebre volume di P. Florenskij[1] può sembrare azzardata, ma può offrirci un criterio interessante e un incoraggiamento utile di fronte alla visione offerta dal proemio di Veritatis gaudium (VG)sul quale si sono già espressi i contributi pubblicati finora nel dibattito aperto su SettimanaNews (vedi in fondo).

Immaginare cose nuove

Il mio punto di vista è quello di una dottoranda della Pontificia Università Gregoriana, impegnata in uno studio sulla teologia dell’ordine, che collabora con il Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado in qualità di tutor (figura di accompagnamento per gli studenti in ambito didattico), e che ha avuto la possibilità di partecipare ai forum organizzati dal Centro sulla recezione di Veritatis Gaudium nell’autunno 2018[2].

Da questa particolare angolazione, vorrei proporre alcune idee per concretizzare alcuni slanci del Proemio di VG. Vorrei soffermarmi in particolare sulla transdisciplinarietà. «Per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria» (VG 4), infatti, il papa stabilisce alcuni criteri; il terzo è «l’inter- e la trans-disciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione» (VG 4c).

Non mi soffermo in questa sede a esplicitare il significato di questi termini, ma provo a presentare una possibile applicazione all’interno di una facoltà teologica di un’ottica trans-disciplinare e (inevitabilmente) laboratoriale, dimensioni che ritengo fondamentali, ad esempio, per un cursus ad doctorandum.

La  scissione fra sapere pratico e sapere nozionistico

La domanda da cui affrontare la questione potrebbe essere così formulata: come si possono confrontare in una facoltà le diverse specializzazioni che la compongono? Nella facoltà teologica della Pontificia Università Gregoriana le aree di specializzazione sono suddivise in cinque dipartimenti: biblica, morale, patristica, fondamentale e dogmatica.

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La teologia, nella sua storia, si è articolata in differenti tematiche che hanno generato o una specifica tematica o una accentuazione disciplinare. Le discipline teologiche si sono caratterizzate per una particolare struttura teologica e metodologica.

Se oggi uno studente che ha ottenuto un baccalaureato in teologia, sceglie un particolare dipartimento, affina le sue competenze teologiche all’interno di quelle specifiche tematiche e metodologie che individuano il suo dipartimento. Per entrare più nel dettaglio, ogni tematica di un dipartimento, presenta un trattato che caratterizza una concreta figura della teologia[3].

Tali forme di specializzazione, tuttavia, hanno rischiato e rischiano tuttora di allontanare e separare, come in una forza centrifuga, il sapere pratico dal sapere nozionistico[4]. Al di là delle intenzioni, finiamo per collocarci lontano dalle indicazioni del proemio di VG di favorire la cultura dell’incontro, che permetta di elaborare strumenti d’indagine integrativi che strutturino paradigmi d’azione. Come sembra suggerire anche il papa, bisogna forse ripensare l’architettonica e la metodica dei curricula.

Ripensare l’architettonica della teologia

Per questo citavo in apertura la necessità di una prospettiva rovesciata: l’ordine delle specializzazioni va ricompreso perché le differenti linee di fuga che esse abitano siano nell’insieme ricomprese in un quadro comune, in cui non agisca primariamente una forza centrifuga (autoreferenziale), ma una forza centripeta che porti le diverse specializzazioni a collaborare per un sapere unico e non per dividere la teologia in frammenti, incapaci di diventare produttori di cultura.

Dire «cultura» significa tuttavia dire qualcosa tutt’altro che chiaro e univoco. Ormai tradizionale è lo studio di A. Kroeber e C. Kluckhohn[5], in cui si individuano sei tipologie di definizione di cultura: descrittiva, storica, normativa, psicologica, strutturale, genetica. La mia ipotesi è che proprio queste tipologie potrebbero indicare la trama di lavoro delle aree dei dipartimenti, che si potrebbero chiamare «dipartimenti d’approccio».

Le sei definizioni di cultura, infatti, aiutano a immaginare le caratteristiche dei dipartimenti in cui articolare una facoltà teologica[6]:

  • I trattati teologici, che opererebbero nel dipartimento d’approccio descrittivo, dovrebbero nel loro ambito mostrare come gli oggetti della loro ricerca sono parte di un sistema complesso; troverebbe qui posto un corso, ad esempio, in cui descrivere gli elementi che caratterizzano la cristologia, o la trinitaria, non in modo semplicemente giustapposto ma complesso, nel senso che il focus sarebbe sull’interconnessione tra gli elementi che compongono i trattati, mostrando, ancora ad esempio, come lo studio della cristologia influisca sulla trinitaria, e viceversa. Si possono ipotizzare legami binari fra le varie discipline classiche, o molteplici. L’obiettivo è mostrare come la teologia nelle sue differenti parti è un sistema organico di pensiero, che solo in tal modo può essere a servizio della complessità della vita degli uomini e delle donne di questo tempo.
  • Il dipartimento d’approccio storico positivo sarebbe finalizzato a mostrare che, per ogni trattato teologico, l’apporto della storia è fondamentale perché umanizza il percorso di ricerca e mostra la teologia come incarnata. Trattati come patrologia ed esegesi possono interagire per mostrare l’aspetto filologico della teologia. In questo dipartimento, i trattati teologici all’interno di un corso, si organizzerebbero per mostrare le interconnessioni storiche delle loro discipline, per fornire criteri di lettura per la tradizione della Chiesa.
  • Il dipartimento d’approccio normativo avrebbe come focus lo sviluppo delle conoscenze e delle pratiche a servizio della cultura della vita, secondo la prospettiva cristiana. Potrebbero combinarsi apporti provenienti dal diritto canonico, insieme alla patrologia e all’esegesi, confluendo a ricostruire strumenti che aiutino l’umanità a vivere i tempi difficili dell’esistenza. L’obiettivo sarà quello di dare alla teologia morale una prospettiva combinata e di collaborazione inter-disciplinare.
  • Il dipartimento d’approccio psicologico combinerebbe i trattati al fine di elaborare strategie che abbiano come obiettivo il conforto, la consolazione e la rassicurazione della comunità umana. Un dipartimento che aiuti i trattati teologici, vestiti di un forte impianto razionalistico ad essere un «sapere» che accompagna le umane fatiche. Troverebbero qui un habitat fertile contributi correlati di antropologia teologica, canonistica e liturgia, ad esempio, intorno all’idea di una Chiesa come “ospedale da campo”, dove concretamente si mostri come la teologia assuma l’umano e con quali metodologie.
  • Il dipartimento d’approccio strutturale prevederebbe, invece, che le materie lavorino per individuare le logiche che strutturano le relazioni tra i soggetti intra ecclesiali ed extra ecclesiali. Vedrei qui bene almeno un corso dove diritto canonico, liturgia e pastorale collaborassero alla ricerca di prospettive che regolino i rapporti, non solo pratici ma anche teologici, tra i soggetti del popolo di Dio e tutto ciò che comporta l’extra ecclesiale, come le relazioni inter-confessionali.
  • Il dipartimento d’approccio genetico, infine, si occuperebbe di individuare i paradigmi e i simboli, le dinamiche e le procedure che sono state generate da un lato nella tradizione della Chiesa, e che si generano, d’altro lato, nella cultura contemporanea. Contributi provenienti dall’ecclesiologia, dalla patrologia e dalla liturgia potrebbero qui sviluppare una ricerca sull’ambito simbolico. Potrebbe essere un dipartimento che collabora anche con facoltà altre, rispetto a quella teologica, come beni culturali, filosofia e scienze sociali. In realtà se ogni dipartimento d’approccio si struttura e si organizza affinando il proprio ambito di lavoro, spontaneamente chiederà la collaborazione di facoltà altre rispetto a quella di teologia.
La forza dell’intuizione

Sono consapevole che una proposta così articolata potrebbe suscitare l’impressione di una realtà irrealizzabile, in cui il carico di lavoro implicato sarebbe molto oneroso. Sono altrettanto consapevole che si tratti di un’intuizione appena abbozzata che abbisognerebbe di molte correzioni e integrazioni.

Ritengo, tuttavia, che sia questo il tempo di idee e stimoli creativi che tentino di servire la causa della riforma indicata non solo da papa Francesco, per la quale è necessario il lavoro di tutti.

Veritatis gaudium – Cf. SettimanaNews

L. Prezzi, Intervista a mons. Zani

M. Neri, Sugli studi ecclesiastici

M. Ronconi, Cominciare da piccole cose

B. Kranemann, Veritatis gaudium alla prova

V. Rosito, Il laboratorio come categoria teologica


[1] P. Florenskij, La prospettiva rovesciata e altri scritti, N. Misler, ed., Gangemi Editore, Roma 1990.

[2] Cfr. Il Regno Attualità 4(2019), 89-90.

[3] Cfr. Bof, Giampiero, «Teologia» in Bof, Giampiero – Barbaglio, Giuseppe – Dianich, Severino, Teologia. Dizionari San Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo (CN) 2002, 1661.

[4] Cfr. S. Morra – M. Ronconi, Incantare le sirene, 21.

[5] Cfr. A. Kroeber  – C. Kluckhohn, Il concetto di cultura, Il Mulino, Bologna 1972, 79-153.

[6] Se consideriamo come sono strutturati i dipartimenti della Pontificia Università Gregoriana, ci sono tre tipologie di corso (propricomuniopzionali). In più, come alternativa alla modalità del corso, letture guidate e seminari. La possibilità per uno studente di avere una formazione più interdisciplinare è data dalla presenza dei corsi comuni a diversi dipartimenti e dei corsi opzionali, cioè a scelta dello studente, proposti da diverse facoltà. La nostra proposta dei sei dipartimenti si muove quindi su un piano descrittivo degli obiettivi  generali che un dipartimento dovrebbe avere e non pone ancora una eventuale nuova strutturazione di corsi. Il linguaggio risulta pertanto, approssimativo.

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